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Otto Ohlendorf: la fine della Germania

Questo documento è l'ultimo rapporto del Servizio di sicurezza delle SS, datato fine marzo 1945. Ohlendorf, l'ex comandante dell'Einsatzgruppe D responsabile dell'uccisione di più di 90.000 ebrei in Russia, dopo il 1942 era ritornato al suo lavoro allo spionaggio interno. Nell'ambito di questa attività redigeva periodiche informative sullo stato della Germania e gli umori della popolazione. Fonte: Heinz Boberach (a cura di), Meldungen aus dem Reich 1938-1945. Die geheimen Lageberichte des Sicherheitsdienstes der 55, vol. XVII, Herrsching 1984, pp. 6734-40. La traduzione è tratta dal volume "Lo Stato Nazista" di Norbert Frei, ed. Laterza, 1998.

Vedi anche:

La biografia di Otto Ohlendorf

Il testamento politico di Otto Ohlendorf

Il nostro popolo si sente ogni giorno più scoraggiato dagli sviluppi che la situazione militare ha preso da quando i sovietici sono avanzati fino all'Oder attraverso la testa di ponte di Baranow. Da allora ogni singolo compatriota vede messa in dubbio la propria esistenza. Da questa situazione risultano una serie di interrogativi, fenomeni e atteggiamenti che mettono a dura prova il rapporto del popolo con i suoi capi e la comunità nazionale nella sua globalità. Non esistono quasi più differenze tra militari e civili, tra iscritti e non iscritti al partito, tra superiori e sottoposti, tra ceti colti e gente semplice, tra operai e borghesi, tra città e campagna, tra le popolazioni dell'Est, dell'Ovest, del Nord e del Sud, tra quelli che appoggiano il nazionalsocialismo e quelli che lo rifiutano, tra compatrioti devoti alla Chiesa e compatrioti che non si sentono legati a ne confessione: Si notano i seguenti fatti fondamentali:

1. Nessuno vuole perdere le guerra. Tutti hanno desiderato, ardentemente la vittoria. Dal momento dell'avanzata sovietica tutti i compatrioti si rendono conto di avere davanti la più grande catastrofe nazionale, con le conseguenze più gravi per ogni famiglia e ogni individuo. Tutto il popolo indistintamente nutre una preoccupazione che si fa sempre più angosciosa ogni giorno che passa. Con gli sfollati e i profughi dall'Est l'orrore della guerra è arrivato in ogni città e in ogni villaggio di un Reich divenuto più piccolo. Gli attacchi aerei hanno sconvolto la normalità della vita quotidiana in modo percepibile agli occhi di tutti. La popolazione soffre pesantemente per il continuo terrore delle bombe. La comunicazione fra le singole persone è diventata estremamente difficoltosa. Decine di migliaia di uomini al fronte a tutt' oggi non sanno né se i loro familiari, mogli e figli, siano ancora in vita, né dove si trovino. Non hanno notizia se siano stati uccisi dalle bombe o massacrati dai sovietici. Anche centinaia di migliaia di donne non ricevono un cenno di vita dai loro mariti e dai loro figli che sono stazionati da qualche parte sul fronte, e si tormentano al pensiero che essi non siano più tra i vivi. Il bisogno di ritrovarsi, di ricomporre la famiglia è grande. Di fronte alla più tremenda sventura che sta per colpire la Germania, i singoli membri di un nucleo familiare desiderano stare uniti e sopportare insieme questo triste destino. Ci sono anche persone che cercano con tutte le forze di tranquillizzare se stesse, dicendo che la fine non sarà poi tanto tragica. Esse cercano di convincersi che un popolo di ottanta milioni di individui non potrà essere annientato fino al suo ultimo componente, sia esso uomo, donna o bambino. Si dicono che i russi non potranno prendersela con gli operai e i contadini, di cui si ha bisogno in ogni Stato. Essi ascoltano attentamente ogni notizia che riescono a captare dai territori occupati dagli inglesi e dagli americani sul fronte occidentale, ma dietro questi tentativi di consolazione si nasconde una grande paura, nonché la speranza di non dover assistere al peggio. Per la prima volta in questa guerra emerge anche il problema della scarsità dei generi alimentari. La popolazione non riesce più a nutrirsi sufficientemente con ciò di cui dispone; patate e pane scarseggiano. Le donne nelle grandi città fanno fatica a procurare il cibo necessario ai loro figli. Così a tutte le sciagure si unisce ora lo spettro della fame. Da giorni nessuno spera più nella vittoria. Tutti sarebbero già contentissimi se non ci fosse una sconfitta vera e propria e se potessimo uscire dalla guerra senza subire troppi danni. L'intera popolazione della nostra patria ha eseguito con ineccepibile disciplina i propri doveri e il proprio lavoro fino ai giorni scorsi. Nelle città colpite dal terrore dei bombardamenti, decine di migliaia di persone si sono recate al proprio posto di lavoro, pur avendo perso la propria abitazione, nonostante il sonno perduto e nonostante tutti gli ostacoli e le difficoltà che si incontrano vivendo in stato di guerra. Esse hanno voluto svolgere fino in fondo i propri compiti, sapendo che anche da questo potrebbe dipendere una fine meno catastrofica della guerra. Il popolo tedesco, e specialmente l'operaio, che ha lavorato spesso fino ai limiti estremi delle capacità di resistenza fisiche, ha dimostrato fedeltà, pazienza e uno spirito di sacrificio che non hanno pari in nessun altro popolo.

2. Nessuno crede più nella vittoria. Si sta spegnendo anche l'ultimo barlume di speranza rimasto acceso finora. Fino ad ora il disfattismo è stato considerato in maniera superficiale, ma dal momento dell'offensiva dei sovietici esso è diventato un fenomeno generale. Nessuno vive più nell'illusione che la guerra possa o debba essere vinta. Già prima dell'avanzata del nemico fino alla regione dell' Alto Reno, tutti si sono convinti che, una volta perse le zone industriali dell' Alta Slesia e della Ruhr, non è più possibile resistere tanto a lungo. Tutti notano la situazione caotica dei collegamenti stradali e ferroviari, tutti sentono che la guerra totale è giunta alla fine sotto gli attacchi delle forze aeree nemiche. Nelle aziende e negli uffici oggi non c'è più posto per le centinaia di migliaia di persone che hanno trovato un impiego negli ultimi mesi, grazie all'immensa richiesta di manodopera. Un numero sempre maggiore di fabbriche, dove i dipendenti sanno di svolgere un'attività vitale per l'armamento della nazione, sono costrette a chiudere gli impianti. Se prima si faceva a gara per accaparrarsi la manodopera, oggi il numero dei disoccupati cresce con ritmo incalzante. Mentre prima gli stranieri ci hanno fornito un aiuto prezioso, oggi centinaia di migliaia di loro sono diventati inutili bocche da sfamare. Non serve più fare progetti. Si ha l'impressione che tutte le frenetiche improvvisazioni non possano portare più rimedio. Ancora adesso si fanno miracoli nel colmare i vuoti, ma dove si riesce a tappare un buco, se ne aprono subito due o tre nuovi. Se tutto dovesse continuare come ora, ogni compatriota potrà facilmente capire che un giorno non potremo più andare avanti. Si fa strada l' angosciosa consapevolezza di essere agli sgoccioli, di essere in fondo già alla fine. Si è sopportato tutto, anche la perdita dei beni personali, della casa, della proprietà, e persino la distruzione degli edifici amministrativi e dei beni culturali. Ma ora, con la perdita del posto di lavoro in seguito ai gravi danneggiamenti subiti dalle fabbriche produttrici di materiale bellico, non c'è più speranza ne di poter sostenere ancora militarmente la guerra, ne che ci possa essere una svolta decisiva, e così svanisce la fede che le ulteriori fatiche e gli ulteriori sacrifici abbiano ancora un senso. Il popolo tedesco negli ultimi anni si è fatto carico di tutto. In questi giorni però si notano stanchezza e sfinimento, anche se ognuno si oppone ostinatamente all'idea che tutto possa essere perduto. Fino a poco fa è rimasta in vita la speranza in qualche miracolo, speranza alimentata da circa la metà dell'anno scorso da un'abile ed efficace propaganda sulle nuove armi. In fondo al cuore si spera di poter giungere a una soluzione politica della guerra, sempre ammesso che i fronti possano reggere, ma nessuno crede più che la catastrofe sia evitabile con i mezzi e le possibilità belliche finora impiegate. L 'ultimo barlume di speranza è rivolto ad una salvezza dall'esterno, ad un fatto straordinario; e cioè a un'arma segreta dagli effetti incommensurabili. Ma ora anche quest'ultima illusione sta svanendo. La grande massa della gente semplice è riuscita a far fronte a questa situazione disperata. Chi, invece, ha saputo cogliere la complessità della situazione si è già da tempo convinto che la guerra è persa. Ma questo non è un buon motivo per prendersela con gli «intellettuali». Essi, infatti, in questa guerra hanno collaborato esattamente come l'operaio nelle industrie belliche; la borghesia ha sopportato il terrore dei bombardamenti così come lo ha fatto la gente comune. Non si poteva evitare, ne tanto meno vietare, che l'impiegato in posizione elevata, il dirigente, gli ufficiali, il funzionario di partito ed altri membri della classe dirigente riflettessero sugli sviluppi della guerra. Il popolo tedesco non è proprio capace di procedere con gli occhi bendati. Se non ci saranno cambiamenti rilevanti, tutti coloro che prevedono l' impossibilità di un esito positivo della guerra avranno buone ragioni per rifiutarsi di essere bollati come disfattisti. Tenendo presente che essi hanno fatto di tutto e si sono adoperati in questa guerra fino ai limiti estremi delle loro forze, si sentirebbero gravemente offesi nell'essere paragonati a quelli che negli anni 1914-1918 hanno fiaccato il morale dei soldati al fronte. Per loro è soltanto impossibile che il bianco possa essere nero e viceversa. Essi accettano per vero soltanto ciò che vedono con i propri occhi, ciò che sperimentano giorno per giorno sulla propria pelle. Nessuno riesce, neanche con la forza, a impedire a queste persone di trarre le più amare conclusioni, anche se persino esse non perdono del tutto la speranza in una fase meno traumatica. Si sono fatti le loro idee, e nessuno può impedire loro di esprimerle apertamente. Essi perciò non credono ne di più ne di meno. Dalla generale disperazione ognuno cerca di trarre le più svariate conclusioni. Una gran parte del popolo ha preso l'abitudine di vivere solo alla giornata, non rinunciando a godere di quel poco che è rimasto. Un'occasione, banale in tempi normali, diventa motivo per aprire l'ultima bottiglia gelosamente conservata per festeggiare la vittoria, e si brinda alla fine dell'oscuramento o si organizzano feste per il ritorno a casa del marito o del figlio. Molti invece stanno prendendo in considerazione l'idea di porre fine alla propria esistenza. Dappertutto c'è grande richiesta di veleno, pistole e altri strumenti di morte. Ogni giorno si registrano suicidi causati da una sincera disperazione per l'imminente catastrofe. Nelle famiglie, con parenti, amici, o conoscenti, si fanno progetti per una vita sotto l'occupazione nemica. Si cerca di mettere da parte una discreta sommetta o di trovare un posto dove rifugiarsi. Specialmente gli anziani sono tormentati giorno e notte da gravi pensieri e non riescono a prender sonno. Persino sui mezzi di trasporto e tra gente del tutto sconosciuta si osa affrontare apertamente argomenti che soltanto poche settimane fa erano del tutto banditi dalla pubblica discussione.

3. La convinzione generale è che la colpa della sconfitta è nostra, non dell'uomo comune, ma dei vertici di comando. Tutti i compatrioti sono convinti che gli sviluppi militari che ci hanno portato all'attuale situazione si sarebbero potuti evitare. Secondo l'opinione generale si' poteva evitare di cadere così in basso, al punto che, ameno di un cambiamento all'ultimo momento, la sconfitta sembra un fatto certo. Dalla massa del popolo si levano molti rimproveri contro la nostra condotta militare, Luftwaffe in testa, la politica estera e la politica nei territori occupati; anche se questi rimproveri sono generici, dettati dai sentimenti e spesso sicuramente ingiustificati. Così è difficile trovare un compatriota che sia veramente convinto della giustezza della politica tedesca nei territori orientali, poiché ognuno crede di poter riconoscere numerosi errori e fallimenti. Forse è un fenomeno tipicamente tedesco che una grande parte del popolo, sia in patria che al fronte, voglia scoprire, tormentando se stessa, soltanto gli errori e le debolezze, avendo in testa delle soluzioni ideali e giungendo a delle conclusioni unilaterali, prive di una visione storica d'insieme. Per i compatrioti è difficile gettare realisticamente uno sguardo anche dall'altra parte e comprendere che anche l'avversario è stanco della guerra. Essi non riescono a rendersi conto che per esempio anche gli inglesi, noti per la loro esperienza nei rapporti con gli altri popoli, si trovano oggi davanti a molti problemi irrisolti. Tuttavia non ha importanza vedere se ciò che dicono i compatrioti con spietata autocritica sia giustificato o no. Importante è soltanto che la convinzione che la sconfitta sia colpa nostra si sia diffusa fino a tal punto e che questa convinzione abbia diminuito la fiducia nei vertici di comando. Un fenomeno altrettanto generalizzato è che la massa comune del popolo declina ogni colpa riguardo all'esito della guerra, asserendo che non ha avuto responsabilità ne nella conduzione della stessa, ne nella politica generale. Essa afferma di aver fatto soltanto ciò che i vertici di comando hanno chiesto da quando è scoppiata questa guerra. L'operaio che in tutti questi anni non ha fatto altro che lavorare, il soldato che ha rischiato la sua vita migliaia di volte, l'impiegato già in pensione che è stato richiamato in servizio, le donne che nelle fabbriche per la produzione bellica occupano il loro posto sulle macchine: tutti questi si sono fidati incondizionatamente dei vertici di comando, i quali hanno sempre dichiarato di aver programmato ogni eventualità e previsto ogni difficoltà, e di saper prendere tutti i provvedimenti necessari, affermando inoltre che era dovere di ogni compatriota dare loro piena fiducia in tutte le questioni concernenti la conduzione della guerra e la politica generale. Questo è avvenuto, ma d'altra parte già dalla battaglia di Stalingrado ci si è chiesti se la nostra condotta militare non abbia sofferto per dei provvedimenti presi a metà e se alcuni provvedimenti, come ad esempio il ricorso alla guerra totale, non siano stati presi con troppo ritardo. Il popolo ha sempre accettato tutte le rassicurazioni, e proprio per questo adesso cerca con maggiore severità i responsabili e i colpevoli. Dalla profonda delusione per essersi fidati delle persone sbagliate, è nato nei compatrioti un sentimento di tristezza, di abbattimento e di amarezza, ma anche una rabbia crescente, specialmente in quelli che durante questi anni di guerra hanno dedicato la loro esistenza soltanto al lavoro e al sacrificio. centinaia di migliaia di tedeschi soffrono quasi fisicamente all'idea che tutto possa non avere avuto senso. Essi seguono con un sentimento di impotenza le azioni portate in maniera indisturbata dal nemico, e comprendono che ci stiamo avvicinando alla fine, sviluppando un atteggiamento negativo non solo verso il nemico stesso, ma ancora di più verso i vertici di comando. Così si sentono affermazioni come: «Non abbiamo meritato di trovarci in questa situazione», oppure «Non abbiamo meritato di essere condotti verso una tale catastrofe» ecc.

4. Il popolo non ha più fiducia nei vertici di comando. Il partito, alcuni dirigenti e anche la propaganda vengono criticati duramente. In questi giorni la fiducia nei vertici di comando è venuta drammaticamente meno. Ovunque si sentono dure critiche al partito, a determinati dirigenti e alla propaganda. L 'uomo comune crede di avere la coscienza a posto e di aver fatto tutto ciò che era in suo potere, e così si concede il diritto di esprimere la sua opinione molto apertamente e con molta franchezza. Finora ci si tranquillizzava con frasi come: «Il Führer ce la farà» o «Per prima cosa vinciamo la guerra». Adesso però esplode con violenza, irritazione e odio la delusione per essere stati traditi, perché la realtà del nazionalsocialismo sotto molti aspetti non corrisponde alla teoria, e perché l'evoluzione della guerra stessa non corrisponde alle dichiarazioni fatte. Contrariamente ai commenti della propaganda, si è sviluppata lentamente la convinzione che l'offensiva si sia arenata anzitempo, e da quel momento si è avuta sempre la sensazione di non farcela più e di non poter andare più avanti. Da allora si può parlare sempre meno di unanimità nell'opinione pubblica, così come erano invece gli auspici dei vertici di comando e della propaganda. Ognuno si crea le proprie opinioni autonomamente. Emergono ora un'infinità di motivi e di rimproveri per spiegare perché questa guerra non poteva avere un esito favorevole per noi. Tra i compatrioti si diffonde uno stato d'animo tale da renderli sordi agli usuali mezzi di propaganda. Persino la notizia che i sovietici si comportano crudelmente nei territori tedeschi da essi occupati ha suscitato, oltre alla paura, soltanto un ottuso senso di indignazione contro i nostri metodi di conduzione della guerra, che hanno esposto i cittadini tedeschi al terrore sovietico. Si accusano i vertici di avere sempre, e ancora in queste ultime settimane, presentato un'immagine sottostimata dei nostri avversari. Una manifestazione tipica di questo stato d'animo sono gli innumerevoli dibattiti nei rifugi antiaerei, durante i quali si possono sentire frasi come; «Ma che cosa mai staranno pensando quelli lì». Queste parole dimostrano che il singolo si sente lontano dai suoi capi, che si sente trattato come un semplice oggetto e che, dopo essere stato costretto a collaborare, si sente ora autorizzato a commentare e criticare. Non si può parlare di un odio vero e proprio verso i nemici. Si ha una profonda paura dei sovietici, mentre gli inglesi e gli americani vengono guardati con sospetto. La rabbia della popolazione riguarda il modo in cui questi nemici abusano brutalmente delle loro possibilità offensive e la misura dei danni provocati ai singoli individui, ma in generale si riconosce loro il diritto di sfruttare queste possibilità. La guerra è guerra. Si è inoltre convinti che i tedeschi abbiano agito con scarsa incisività e con troppo riguardo verso gli altri. Il popolo rigetta ora con rabbia e disprezzo le frasi ripetute incessantemente dalla stampa sulla resistenza eroica, sulla forza del cuore tedesco e sulla lotta del popolo unito, espressioni di un pathos propagandistico di cui non è rimasto altro che una vuota fraseologia. Si cerca istintivamente di mantenere le dovute distanze da slogan come: «Si possono abbattere i muri, ma non i nostri cuori!», oppure «Potranno distruggere tutto, ma non la nostra fede nella vittoria!». Anche se possono contenere qualcosa di vero, la popolazione non vuole più leggere queste scritte sui muri e sulle facciate bruciate delle case. Essa si è svegliata dal sonno in cui era caduta, al punto che oggi è diventato impossibile inscenare manifestazioni di massa. Adesso si è restii a partecipare anche solo esteriormente. Una volta i raduni negli stadi ottenevano risultati trionfali, ma oggi quella stessa regia fallirebbe, perché non esiste più la forza motrice che dava vita, contenuto e significato a simili manifestazioni. Si è arrivati alla resa dei conti e si chiedono spiegazioni in modo sempre più aperto, come è il caso di un contadino di Linz iscritto al partito, il quale pretende che «i grandi, responsabili di tanti errori, debbano essere processati dalla corte marziale». Questo vale specialmente per la Luftwaffe, perché, secondo l'opinione generale, da lei è dipesa tutta la guerra. Si giudicano amaramente e severamente gli uomini responsabili dei compiti offensivi e difensivi dell'aviazione militare, la cui incapacità messa in luce dagli sviluppi bellici ha causato tutta la miseria e le pene che colpiscono il popolo tedesco. A tale proposito si fanno anche generalizzazioni ingiustificate, come l'accusa, rivolta all'aviazione da caccia, di avere «aerei giocattolo» e «piloti impostori». Il fronte di terra si sente abbandonato dalle forze aeree. Chi torna dal fronte occidentale afferma tristemente che non è stato possibile opporre alcunché ai caccia, ai cacciabombardieri e ai bombardamenti a tappeto del nemico, nonostante tutto il coraggio dimostrato milioni di volte in questa guerra. Nei rifugi antiaerei delle città il maresciallo del Reich è diventato oggetto delle più violente ingiurie e maledizioni. Di lui, che un tempo, con tutte le sue fisime personali, godeva della stima del popolo intero, si dice ad esempio: «Quello è rimasto al sicuro a Karinhall a riempirsi la pancia, invece di tenere in alto la Luftwaffe!» (dichiarazione di un operaio dell'industria bellica), oppure «La colpa è soltanto sua, se oggi tutti i nostri beni si sono ridotti in cenere e macerie. Se lo prendo lo ammazzo!» (dichiarazione di un'operaia). Il fatto che queste critiche ai vertici di comando e a singoli personaggi degli stessi si esplicitino localmente e soltanto nell'ambito di gruppi di persone e individui singoli, anche se con frequenza sempre maggiore, non deve creare illusioni sul reale stato d'animo interiore della comunità popolare e sul suo atteggiamento verso i vertici di comando. Il popolo tedesco sa essere paziente più di qualunque altro; la maggioranza ha poi ancora fede nell'idea e nel Führer Il popolo tedesco è abituato alla disciplina. Inoltre dal 1933 si sente controllato passo dopo passo e da ogni lato dal capillare apparato del partito, delle sue Sottorganizzazioni e organizzazioni collaterali. Il resto lo fa il tradizionale rispetto verso la polizia. Così si sono accettate tutte le contrarietà senza protestare, o ci si è limitati a borbottare e brontolare, sempre bonariamente, di fronte a pochi intimi, contro questa cosa o persona. Ma poi i violenti attacchi aerei hanno fatto esplodere il malcontento accumulato e reso possibili espressioni come: «1 testoni lassù sacrificherebbero anche gli ultimi neonati!». Spesso i toni più accesi, al limite della sedizione, sono usati dalle donne, come si è constatato a Vienna, con frasi tipo: «Da soli non la smettono!», o «Se due milioni di cristiani lo sopportano, allora non c'è proprio niente da fare!», oppure ancora «Se soltanto uno avesse il coraggio di incominciare!». Così si arriva al punto che nessuno osa intervenire, anche se si trova nelle vicinanze un soldato, un funzionario o un camerata in uniforme. È difficile trovarvi qualcosa da obiettare. La gente trova comprensibile che qualcuno perda le staffe. Anche coloro che portano una delle tante divise del nostro Stato, sono tormentati dalle stesse domande, sentimenti e dubbi di tutti gli altri compatrioti. Anche quelli che ora cominciano a esprimersi nei toni più accesi sono di norma persone che fanno il proprio dovere, pur avendo perso qualcuno dei familiari o avendo padri e figli sul fronte, persone che hanno perso la casa o che nelle notti precedenti hanno aiutato a spegnere incendi oppure si sono adoperate per salvare altre vite. Essi - a Dresda o a Chemnitz - i loro morti...