
Podul Iloaiei è in Romania, sulla frontiera della Bessarabia. Un villaggio
a una ventina di miglia da Jassy, in Moldavia. Non posso udire un fischio
di locomotiva in pieno giorno, senza pensare a Podul Iloaiei. Un villaggio
polveroso, in una valle polverosa, sotto un cielo azzurro, ingombro di bianche
nuvole di polvere. La valle è stretta, chiusa fra le colline chiare,
basse, spoglie d'alberi: solo qualche ciuffo di acacie, qua e là, qualche
vigna, e magri campi di grano.
Soffiava un vento caldo, un vento ruvido come la lingua di un gatto. Il grano
era stato già mietuto, i campi di stoppie splendevano gialli nel sole
viscido e pesante. Nuvole di polvere si alzavano dalla valle. Era la fine
di giugno del 1941, pochi giorni dopo il gran pogrom di Jassy.
Io andavo in macchina a Podul Iloaiei con il Console italiano di Jassy, Sartori,
quello che tutti chiamavano «Marchese», e con Lino Pellegrini,
un bravo ragazzo, uno «stupido fascista», ch'era venuto a Jassy
dall'Italia, con la giovane moglie, per passarvi la luna di miele e mandava
ai giornali di Mussolini articoli pieni di entusiasmo per il maresciallo Antonesco,
il cane rosso, e per Mihai Antonesco, e per tutti i loro bastardi sanguinari
che portarono alla rovina il popolo romeno. Era il più bel ragazzo
che camminasse sotto il sole della Moldavia, tra le Alpi Transilvane e le
foci del Danubio: le donne andavano matte per lui, si affacciavano alle finestre,
uscivano sulle soglie dei negozi a vederlo passare, e dicevano sospirando
«ah frumos! frumos! bello, bello!». Ma era uno «stupido
fascista», e poi, si capisce, io ero un po' geloso di lui, avrei preferito
che fosse più brutto e meno fascista, e lo disprezzavo dentro di me:
fino al giorno in cui lo vidi affrontare il Capo della polizia di Jassy e
gridargli sul muso «brutto assassino». Era venuto a passare la
luna di miele a Jassy, sotto le bombe degli aerei sovietici, e trascorreva
le notti rintanato con la moglie in un adapost, in un rifugio scavato fra
le tombe dell'antico cimitero abbandonato. Sartori, il «Marchese»,
era un napoletano flemmatico, un uomo placido e pigro, ma la notte del gran
pogrom di Jassy aveva rischiato cento volte la vita per strappare un centinaio
di poveri ebrei dalle mani dei gendarmi. Ora andavamo tutti e tre a Podul
Iloaiei in cerca dei proprietario della casa del Consolato d'Italia, un avvocato
ebreo, un galantuomo, che i gendarmi avevano gravemente ferito a colpi di
calcio di fucile dentro il giardino del Consolato, e poi se l'eran portato
via mezzo morto probabilmente per finirlo altrove e non lasciar lì,
per terra, la prova che essi avevano ammazzato un ebreo nell'interno del Consolato
d'Italia.
Faceva caldo, la macchina procedeva lentamente sulla strada piena di profonde
buche. Io soffrivo della mia febbre del fieno, e starnutivo di continuo. Nuvole
di mosche ci seguivano ronzando rabbiose. Sartori si scacciava le mosche col
fazzoletto, aveva il viso inondato di sudore, e diceva: «Che noia! mettersi
alla ricerca di un cadavere con questo caldo, con tutte le migliaia di cadaveri
che ci sono in giro per la Moldavia! è come voler cercare un ago in
un fienile».
«Sartori, non parlate di fieno, per carità!» dicevo io
starnutendo.
«Ah Gesù, Gesù!» diceva Sartori, «mi dimenticavo
che avete la febbre del fieno».
E considerava con occhi pietosi il mio viso congestionato, il mio naso paonazzo,
le mie palpebre rosse e gonfie.
«A voi piace andare in cerca di cadaveri» gli dicevo, «confessate
che vi piace, caro Sartori. Siete napoletano, e ai napoletani piacciono i
morti, i funerali, i pianti, i lutti, i cimiteri. A voi piace seppellire i
morti. Non è vero, Sartori, che a voi piacciono i cadaveri?».
«Non mi prendete in giro, Malaparte. Ne farei proprio a meno, con questo
caldo, di andare in cerca di un cadavere. Ma l'ho promesso alla moglie e alla
figlia di quel disgraziato, e ogni promessa è debito. Quelle due poverette,
sperano che sia ancora vivo. Ci credete voi, Malaparte, che sia ancora vivo?».
«Come volete che sia ancora vivo, dopo che lo avete lasciato assassinare
sotto i vostri occhi, senza nemmeno protestare? Ora capisco perché
siete grasso come un macellaio. Eh! son queste le belle cose che si fanno
nel Regio Consolato d'Italia a Jassy?».
«Malaparte, dopo tutta questa storia, se Mussolini fosse un uomo giusto
mi dovrebbe promuovere ambasciatore.»
«Vi farà ministro degli Esteri. Scommetto che il cadavere ve
lo siete nascosto sotto il letto. Dite la verità, Sartori, a voi piace
dormire con un cadavere sotto il letto.»
«Ah Gesù, Gesù!» sospirava Sartori asciugandosi
il viso col fazzoletto.
Eran tre giorni che cercavamo il cadavere di quell'infelice. La sera avanti
ci eravamo recati dallo stesso Capo della polizia per tentar di sapere se
quel disgraziato, risparmiato all'ultimo momento dai suoi assassini, non fosse
stato gettato in una prigione. Il Capo della polizia ci aveva accolti gentilmente:
aveva il viso giallo e floscio, gli occhi neri e pelosi, dai riflessi verdi
nell'ombra dei folti sopraccigli. Osservai con stupore che gli crescevano
i peli lungo l'orlo interno delle congiuntive: non erano ciglia, era propria
una peluria fine e folta, di color grigio.
«Siete stati all'Ospedale di San Spiridione? Forse è là»
disse a un certo punto il Capo della polizia socchiudendo gli occhi.
«No, all'ospedale non c'è» disse Sartori con la sua voce
tranquilla.
«Siete sicuro» disse il Capo della polizia fissando Sartori con
appena uno spicchio d'occhio, balenante nero e verde tra la frangia della
peluria grigia, «siete sicuro che il fatto sia avvenuto nell'interno
del Consolato? e che siano stati i miei gendarmi?».
«Volete aiutarmi a rintracciare almeno il cadavere?» disse Sartori
sorridendo.
«Sembra,» disse il Capo della polizia accendendo una sigaretta,
«che dalle finestre del Consolato d'Italia siano stati sparati alcuni
colpi di pistola contro una pattuglia di gendarmi, che passava sulla strada.»
«Col vostro aiuto non mi sarà difficile rintracciare il cadavere»
disse Sartori sorridendo.
«Non ho il tempo di occuparmi di cadaveri» disse il Capo della
polizia con un sorriso gentile, «ho già fin troppo lavoro con
i vivi.»
«Per fortuna» disse Sartori, «i vivi vanno rapidamente scemando
di numero, e potrete prendervi presto un po' di riposo.»
«Ne avrei proprio bisogno» disse il Capo della polizia alzando
gli occhi al cielo.
«Perché non potremmo metterci d'accordo, e dividerci il lavoro?»
disse Sartori con la sua voce placida.
«Mentre voi vi occuperete di scoprire e di arrestar gli assassini, i
quali senza dubbio sono ancora vivi, io mi occuperò di ritrovare il
morto. Che cosa ne dite?»
«Se non mi portate il cadavere di questo signore, e se non mi provate
che è stato ucciso, come posso mettermi a cercar gli assassini?»
«Non posso darvi torto» disse Sartori sorridendo. «Vi porterò
il cadavere. Ve lo porterò qui, nel vostro ufficio. insieme con gli
altri settemila cadaveri: e voi m'aiuterete a cercarlo nel mucchio. Siete
d'accordo?». Parlava lentamente. sorridendo, con flemma imperturbabile:
ma io conosco i napoletani. so come son fatti certi napoletani, e sapevo che
Sartori. in quel momento, fremeva d'ira e d'indignazione.
«D'accordo» rispose il Capo della polizia.
Allora Pellegrini. lo «stupido fascista», si alzò, e stringendo
i pugni dìsse al capo della polizia: «Siete un volgare assassino
e un bastardo vigliacco». Io lo guardai meravigliato, era la prima volta
che lo guardavo senza gelosia. Era veramente bellissimo: alto, atletico, il
viso pallido, le narici frementi, gli occhi fiammeggianti. Nel moto dell'ira
i neri capelli ondulati gli eran ricaduti sulla fronte in lunghe anella. Lo
guardai con profondo rispetto. Era uno «stupido fascista», ma
nella notte del gran pogrom di Jassy aveva più volte arrischiato la
pelle per salvar la vita di qualche povero ebreo, e ora (sarebbe bastato un
cenno dei Capo della polizia per farlo toglier di mezzo quella sera stessa,
all'angolo della strada), arrischiava la pelle per il cadavere di un ebreo.
Anche il Capo della polizia si era alzato in piedi, e lo guardava fisso con
quei suoi occhi pelosi: gli avrebbe sparato volentieri nel ventre, avrebbe
sparato volentieri a Sartori, a Pellegrini, e a me, ma non osava, non eravamo
romeni. noi, non eravamo tre poveri ebrei di Jassy. Temeva che Mussolini ci
avrebbe vendicati. (Ah! ah! ah! temeva che Mussolini ci avrebbe vendicati.
Non sapeva che, se ci avesse ammazzati, Mussolini non avrebbe nemmeno protestato.
Mussolini non voleva avere noie. Non sapeva che Mussolini aveva paura di tutti,
che aveva paura perfino di lui?). E mi misi a ridere, pensando che il Capo
della polizia di Jassy aveva paura di Mussolini.
«Che cosa avete da ridere?» mi domandò a un tratto il Capo
della polizia volgendosi bruscamente verso di me.
«Che cosa vuole da me questo signore?» dissi a Pellegrini, «vuol
sapere di che rido?».
«Sì» rispose Pellegrini. «vuol sapere di che ridi.»
«Rido di lui. Non son forse libero di ridere di lui?»
«Non è certe proibito rider di lui» disse Pellegrini, «ma
mi rendo conto che non gli deve far molto piacere.»
«Non gli deve certamente far molto piacere.»
«Davvero? voi ridete di lui?» mi domandò Sartori con voce
placida. «Scusate, Malaparte, ma mi sembra che abbiate torto. Questo
signore è un perfetto gentiluomo, e dovrebbe esser trattato come merita.»
Ci alzammo tranquillamente. e uscimmo. Ma appena varcata la soglia, Sartori
si fermò e disse: «Ci siamo dimenticati di salutarlo. Torniamo
indietro?».
«Eh no» risposi, «andiamo piuttosto dal comandante dei gendarmi.»
Il comandante dei gendarmi ci offrì una sigaretta. ci ascoltò
gentilmente, poi disse: «Sarà andato a Podul Iloaiei».
«A Podul Iloaiei?» domandò Sartori, «A che fare?»
Un paio di giorni dopo il massacro, un treno di ebrei era partito per Podul
Iloaiei. un villaggio a una ventina di miglia da Jassy, dove il Capo della
polizia aveva deciso di creare un campo di concentramento. Il treno era partito
tre giorni prima, a quell'ora doveva certo essere arrivato da un pezzo.
«Andiamo a Podul Iloaiei» disse Sartori.
Così la mattina dopo, ci avviammo in macchina verso Podul Iloaiei.
A una piccola stazione, perduta nella campagna polverosa, ci fermammo per
domandar notizie del treno. Alcuni soldati, seduti all'ombra di un vagone
abbandonato su un binario morto, ci dissero che il convoglio, composto di
una decina di carri bestiame, era passato di lì due giorni prima, ed
era rimasto fermo tutta una notte in quella stazione. Gli infelici, chiusi
nei carri piombati, urlavano e gemevano, pregando i soldati di scorta che
togliessero le tavolette di legno inchiodate sui finestrini. In ogni carro
erano stati ammucchiati circa duecento ebrei: e i finestrini, quegli stretti
spiragli. protetti da una rete metallica, aperti in alto nelle pareti dei
carri bestiame, erano stati chiusi con delle tavolette di legno, perché
quei disgraziati non potessero respirare. Il treno era ripartito all'alba
verso Podul Iloaiei.
«Forse riuscirete a raggiungerlo prima che arrivi a Podul Iloaiei»
dissero i soldati.
La ferrovia come in fondo alla valle, parallela alla strada. Eravamo ormai
giunti nei pressi dì Podul Iloaiei, quando, attraverso la campagna
polverosa, si udì un lungo fischio. Ci guardammo in viso l'un l'altro,
eravamo pallidi come se avessimo riconosciuto quel fischio.
«Che caldo!» sospirò Sartori asciugandosi il viso col fazzoletto.
E io m'accorsi che s'era subito pentito e vergognato di aver detto «che
caldo!» pensando a quegli infelici ammucchiati nei carri bestiame: duecento
per ogni carro senza aria, senza acqua. Quel fischio lontano aveva un suono
spettrale nella deserta campagna polverosa, attraverso l'immoto bagliore del
sole. Dopo un po' scorgemmo il treno. Era fermo davanti a un disco chiuso,
e fischiava. Poi si mosse
lentamente, e noi lo seguivamo accompagnandolo lungo la strada. Guardavamo
i carri bestiame, le tavolette di legno inchiodate sui finestrini. Il treno
aveva impiegato tre giorni per percorrere una ventina di miglia: doveva dar
la precedenza ai convogli militari e poi, non c'era fretta. Anche se fosse
arrivato a Podul Iloaiei dopo tre mesi di viaggio, sarebbe sempre arrivato
in tempo. Intanto eravamo giunti a Podul Iloaiei: il treno si fermò
sopra un binario morto, - appena fuori della stazione. Faceva un caldo soffocante,
era verso mezzogiorno, gli impiegati della stazione erano andati a mangiare.
Il macchinista, il fuochista, e i soldati di scorta, erano scesi dal treno,
sdraiandosi per terra all'ombra dei carri.
«Aprite subito i carri» ordinai ai soldati.
«Non possiamo, dòmnule capitan.»
«Aprite subito i carri!» gridai.
«Non possiamo, i carri sono piombati» disse il macchinista; «bisogna
avvertire il capostazione.»
Il capostazione era a tavola. Sulle prime non voleva interrompere il suo desinare,
poi, saputo che Sartori era il Console d'Italia e che io ero un dòmnule
capitan italiano, si alzò da tavola, e ci seguì trotterellando
con un paio di grosse pinze in mano. I soldati si misero subito al lavoro,
tentando di aprire lo sportellone del primo carro. Lo sportellone di legno
e di ferro resisteva, sembrava che dieci, cento braccia lo trattenessero dall'interno,
che i prigionieri facessero forza
per impedir che si aprisse. A un certo punto il capostazione gridò:
«Ehi voialtri, là dentro, spingete anche voi». Nessuno
dall'interno rispose. Allora facemmo forza tutti insieme. Sartori stava in
piedi davanti al carro, coi viso alzato, asciugandosi il sudore coi fazzoletto.
A un tratto lo sportello cedé, e il carro si aprì. Il carro
a un tratto si aprì, e la folla dei prigionieri si precipitò
su Sartori, lo buttò a terra, gli si ammucchiò addosso. Erano
i morti che fuggivan dal carro. Cadevano a gruppi, di peso, con un
tonfo sordo, come statue di cemento. Sepolto sotto i cadaveri, schiacciato
dal loro freddo, enorme peso, Sartori si dibatteva, si divincolava, tentando
liberarsi da quel morto gravame, da quella gelida mora: finché scomparve
sotto il mucchio dei cadaveri, come sotto una valanga di pietre. I morti sono
rabbiosi, testardi, feroci. I morti sono stupidi. Capricciosi e vanitosi come
bambini e come femmine. I morti sono matti. Guai se un morto odia un vivo,
Guai se se ne innamora. Guai se un vivo insulta un morto, o l'offende nel
suo amor proprio, o lo ferisce nel suo onore. I morti sono gelosi e vendicativi.
Non hanno paura di nessuno, non hanno paura di nulla, né delle percosse,
né delle ferite, né del numero soverchiante dei nemici. Non
hanno paura nemmeno della morte. Combattono con le unghie e con i denti, in
silenzio, non indietreggiano di un sol passo, non lasciano la presa, non fuggono
mai. Combattono fino all'ultimo, con un coraggio freddo e testardo: ridendo
o ghignando, pallidi e muti, gli occhi sbarrati, stravolti, quei loro occhi
da matto. Quando giacciono sopraffatti, quando si rassegnano alla sconfitta
e all'umiliazione, quando si stendono vinti, mandano un odore dolce e grasso,
e lentamente si sfanno. Alcuni si buttavano su Sartori con tutto il loro peso,
tentando di schiacciarlo, altri gli si lasciarono cadere addosso freddi, rigidi,
inerti, altri ancora gli picchiavan con la testa nel petto, lo percuotevano
con i gomiti e con i ginocchi. Sartori li afferrava per i capelli, li ghermiva
per i lembi del vestito, li abbrancava per le braccia, tentava di respingerli
stringendoli alla gola, percuotendoli in viso con i pugni chiusi. Era una
lotta feroce e silenziosa: noi eravamo tutti accorsi, in suo aiuto, cercando
invano di liberarlo dalla grave mora dei morti, finché, dopo molti
sforzi, riuscimmo ad agguantarlo e a trarlo di sotto al mucchio. Sartori si
rialzò, aveva il vestito in brandelli, gli occhi gonfi, e sanguinava
da una guancia. Era pallidissimo, ma tranquillo. Disse soltanto: «Guardate
se c'è ancora qualche vivo, là in mezzo. Mi hanno morso il viso».
I soldati saliron dentro il carro, e si misero a buttar fuori i cadaveri ad
uno ad uno: erano centosettantanove, morti soffocati. Tutti avevano la testa
gonfia, il viso turchino. Intanto erano sopravvenute una squadra di soldati
tedeschi, e una piccola folla di abitanti dei villaggio e di
contadini, che diedero mano ad aprire i carri, a buttar giù i morti,
ad allinearli lungo la scarpata della ferrovia. Era sopraggiunto anche un
gruppo di ebrei di Podul Iloaiei, col rabbino in testa: avevano saputo della
presenza del Console d'Italia, e si erano fatti animo. Apparivano pallidi,
ma sereni; non piangevano, parlavano con voce ferma. Tutti avevano parentele
e amicizie a Jassy, ognuno temeva per la vita di un congiunto, di un amico.
Erano vestiti di nero, con strani cappelli di feltro duro in testa. Il rabbino,
e cinque o sei di loro, che dissero di appartenere al consiglio di amministrazione
della Banca Agricola di Podul Iloaiei, s'inchinarono davanti a Sartori.
«Fa caldo» disse il rabbino asciugandosi il sudore col palmo della
mano.
«Eh sì, fa molto caldo» disse Sartori premendosi il fazzoletto
sulla fronte. -
Le mosche ronzavano rabbiose. I morti, distesi in fila lungo la scarpata della
ferrovia, erano circa duemila. Eh, duemila cadaveri, allineati sotto il sole,
son molti. Son perfino troppi. Stretto fra le ginocchia della madre, fu trovato
un bambino di pochi mesi, ancora vivo. Era svenuto, respirava ancora. Aveva
un braccino spezzato. La madre era riuscita a tenerlo per tre giorni con la
bocca incollata a uno spiraglio della porta: si era difesa selvaggiamente
perché la folla dei
moribondi non la strappasse di lì, era morta schiacciata nella ressa
feroce. Il bambino era rimasto sepolto sotto la madre morta, stretto fra le
sue ginocchia, succhiando con le labbra quel tenue filo d'aria. «è
vivo» diceva Sartori con voce strana, «è vivo - è
vivo!». E io guardavo commosso il buon Sartori, quel grasso e placido
napoletano che finalmente aveva perduto la sua flemma, e non per tutti quei
morti, ma per un bambino vivo, per un bambino ancora vivo.
Dopo alcune ore, verso il tramonto, dal fondo di un carro bestiame, i soldati
buttarono sulla scarpata un cadavere dalla testa avvolta in un fazzoletto
insanguinato. Era il proprietario della sede del Consolato d'Italia a Jassy.
Sartori lo guardò a lungo, in silenzio, gli toccò la fronte,
poi si volse al rabbino e disse: «Era un galantuomo».
A un tratto udimmo lo strepito di una rissa. Una turba di contadini e di zingari,
accorsi da tutte le parti, stavano spogliando i cadaveri. Sartori ebbe un
gesto di rivolta, ma il rabbino gli posò la mano sul braccio: «è
inutile» disse, «questo è l'uso». Poi aggiunse a
voce bassa, con un sorriso triste: «Domani verranno da noi a venderci
gli indumenti rubati ai morti, e noi dovremo comprarli. Che altro potremmo
fare?»
Sartori taceva, guardando spogliare quegli infelici. Pareva proprio che i
morti, si difendessero con tutte le loro forze contro la violenza dei loro
spogliatori: i quali, grondanti di sudore, urlando e bestemmiando, si accanivano
a tentar di sollevare quelle ostinate braccia, di piegare quei rigidi gomiti
e quei duri ginocchi, per sfilare le giacche, i calzoni, gli indumenti segreti.
Le donne erano le più tenaci nella di sperata resistenza. Non avrei
mai immaginato che fosse così difficile togliere la camicia a una ragazza
morta. Forse era il pudore, rimasto vivo in loro, quel che dava alle donne
la forza di difendersi: e talvolta si drizzavan sui gomiti, accostavano il
viso bianco alla torva faccia sudata dei loro profanatori, guardandoli fissi
a lungo con gli occhi spalancati. Finché ricadevano nude sul terreno
con un tonfo sordo.
«Dobbiamo andare, è tardi» disse Sartori con la sua voce
tranquilla, e volgendosi al rabbino lo pregò di rilasciargli l'atto
di decesso di quel «galantuomo». Il rabbino s'inchinò,
e tutti ci avviammo a piedi verso il villaggio. Nell'ufficio dei direttore
della Banca Agricola il caldo era
soffocante. Il rabbino mandò a prendere i registri della Sinagoga,
stese l'atto di decesso di quel poveretto, e consegnò il documento
a Sartori, che lo ripiegò con cura e lo ripose nel suo portafoglio.
Un treno fischiava lontano. Un moscone dalle ali turchine ronzava intorno
al calamaio.
«Mi dispiace molto di dovermene andare» disse a un certo punto
Sartori, «debbo esser dì ritorno a Jassy prima di sera.»
«Aspettate un momento, prego» disse in italiano uno degli amministratori
della Banca Agricola. Era, un ebreo piccolo e grasso, col pizzo alla Napoleone
III. Apri un armadietto, ne trasse una bottiglia di vermut, ne riempì
alcuni bicchierini. Aggiunse che il vermut era proprio di Torino, un vero
Cinzano, e si mise a raccontarci in italiano che era stato più volte
a Venezia, a Firenze, a Roma, che i suoi due figli avevano studiato medicina
in Italia, nell'Università di
Padova.
«Mi piacerebbe conoscerli» disse Sartori gentilmente.
«Eh, sono morti» rispose l'ebreo, «morti a Jassy l'altro
giorno.» Sospirò, poi aggiunse: «Vorrei tanto tornare a
Padova, a rivedere l'Università dove hanno studiato i miei due ragazzi»
Rimanemmo a lungo seduti, tacendo, nella stanza piena di mosche. Poi Sartori
si alzò, e tutti uscimmo in silenzio. Mentre salivamo in macchina,
l'ebreo col pizzo alla Napoleone III appoggiò la mano sul braccio di
Sartori, e disse umilmente, a voce bassa: «E pensare che so a memoria
tutta la Divina Commedia!» e si mise a declamare:
Nel mezzo del cammin di nostra vita...
La macchina si mosse, e il gruppo degli ebrei vestiti di nero scomparve in
una nuvola di polvere.