olokaustos torna alla home page
documenti
percorso guidato
schede biografiche
percorso geografico
percorso per argomenti
resistenza ebraica e opposizione
documenti
saggi e idee
musei e luoghi
ricerca
glossario
informazioni
- - -
torna indietro
copyright olokaustos home page inizio pagina torna indietro
La lotta dei vivi
con i morti

di Curzio Malaparte
Curzio Malaparte (1898 - 1957) fu inviato e testimone della guerra sul fronte orientale nel periodo 1941-43.
In "Kaputt" descrisse tutto l'orrore di cui fu spettatore e testimone senza perifrasi o addolcimenti.
Quella che riportiamo è la cronaca degli eventi immediatamente successivi al pogrom di Iasi (che Malaparte chiama "Jassy" alla tedesca).
Una testimonianza dell'Olocausto in terra romena visto da occhi italiani.



Tratto da "Kaputt" di Curzio Malaparte, Mondadori editore, Milano, pagine 159-167.

A sinistra: Curzio Malaparte a Iasi nel 1941
Foto: Curzio Malaparte

Podul Iloaiei è in Romania, sulla frontiera della Bessarabia. Un villaggio a una ventina di miglia da Jassy, in Moldavia. Non posso udire un fischio di locomotiva in pieno giorno, senza pensare a Podul Iloaiei. Un villaggio polveroso, in una valle polverosa, sotto un cielo azzurro, ingombro di bianche nuvole di polvere. La valle è stretta, chiusa fra le colline chiare, basse, spoglie d'alberi: solo qualche ciuffo di acacie, qua e là, qualche vigna, e magri campi di grano.
Soffiava un vento caldo, un vento ruvido come la lingua di un gatto. Il grano era stato già mietuto, i campi di stoppie splendevano gialli nel sole viscido e pesante. Nuvole di polvere si alzavano dalla valle. Era la fine di giugno del 1941, pochi giorni dopo il gran pogrom di Jassy.
Io andavo in macchina a Podul Iloaiei con il Console italiano di Jassy, Sartori, quello che tutti chiamavano «Marchese», e con Lino Pellegrini, un bravo ragazzo, uno «stupido fascista», ch'era venuto a Jassy dall'Italia, con la giovane moglie, per passarvi la luna di miele e mandava ai giornali di Mussolini articoli pieni di entusiasmo per il maresciallo Antonesco, il cane rosso, e per Mihai Antonesco, e per tutti i loro bastardi sanguinari che portarono alla rovina il popolo romeno. Era il più bel ragazzo che camminasse sotto il sole della Moldavia, tra le Alpi Transilvane e le foci del Danubio: le donne andavano matte per lui, si affacciavano alle finestre, uscivano sulle soglie dei negozi a vederlo passare, e dicevano sospirando «ah frumos! frumos! bello, bello!». Ma era uno «stupido fascista», e poi, si capisce, io ero un po' geloso di lui, avrei preferito che fosse più brutto e meno fascista, e lo disprezzavo dentro di me: fino al giorno in cui lo vidi affrontare il Capo della polizia di Jassy e gridargli sul muso «brutto assassino». Era venuto a passare la luna di miele a Jassy, sotto le bombe degli aerei sovietici, e trascorreva le notti rintanato con la moglie in un adapost, in un rifugio scavato fra le tombe dell'antico cimitero abbandonato. Sartori, il «Marchese», era un napoletano flemmatico, un uomo placido e pigro, ma la notte del gran pogrom di Jassy aveva rischiato cento volte la vita per strappare un centinaio di poveri ebrei dalle mani dei gendarmi. Ora andavamo tutti e tre a Podul Iloaiei in cerca dei proprietario della casa del Consolato d'Italia, un avvocato ebreo, un galantuomo, che i gendarmi avevano gravemente ferito a colpi di calcio di fucile dentro il giardino del Consolato, e poi se l'eran portato via mezzo morto probabilmente per finirlo altrove e non lasciar lì, per terra, la prova che essi avevano ammazzato un ebreo nell'interno del Consolato d'Italia.
Faceva caldo, la macchina procedeva lentamente sulla strada piena di profonde buche. Io soffrivo della mia febbre del fieno, e starnutivo di continuo. Nuvole di mosche ci seguivano ronzando rabbiose. Sartori si scacciava le mosche col fazzoletto, aveva il viso inondato di sudore, e diceva: «Che noia! mettersi alla ricerca di un cadavere con questo caldo, con tutte le migliaia di cadaveri che ci sono in giro per la Moldavia! è come voler cercare un ago in un fienile».
«Sartori, non parlate di fieno, per carità!» dicevo io starnutendo.
«Ah Gesù, Gesù!» diceva Sartori, «mi dimenticavo che avete la febbre del fieno».
E considerava con occhi pietosi il mio viso congestionato, il mio naso paonazzo, le mie palpebre rosse e gonfie.
«A voi piace andare in cerca di cadaveri» gli dicevo, «confessate che vi piace, caro Sartori. Siete napoletano, e ai napoletani piacciono i morti, i funerali, i pianti, i lutti, i cimiteri. A voi piace seppellire i morti. Non è vero, Sartori, che a voi piacciono i cadaveri?».
«Non mi prendete in giro, Malaparte. Ne farei proprio a meno, con questo caldo, di andare in cerca di un cadavere. Ma l'ho promesso alla moglie e alla figlia di quel disgraziato, e ogni promessa è debito. Quelle due poverette, sperano che sia ancora vivo. Ci credete voi, Malaparte, che sia ancora vivo?».
«Come volete che sia ancora vivo, dopo che lo avete lasciato assassinare sotto i vostri occhi, senza nemmeno protestare? Ora capisco perché siete grasso come un macellaio. Eh! son queste le belle cose che si fanno nel Regio Consolato d'Italia a Jassy?».
«Malaparte, dopo tutta questa storia, se Mussolini fosse un uomo giusto mi dovrebbe promuovere ambasciatore.»
«Vi farà ministro degli Esteri. Scommetto che il cadavere ve lo siete nascosto sotto il letto. Dite la verità, Sartori, a voi piace dormire con un cadavere sotto il letto.»
«Ah Gesù, Gesù!» sospirava Sartori asciugandosi il viso col fazzoletto.
Eran tre giorni che cercavamo il cadavere di quell'infelice. La sera avanti ci eravamo recati dallo stesso Capo della polizia per tentar di sapere se quel disgraziato, risparmiato all'ultimo momento dai suoi assassini, non fosse stato gettato in una prigione. Il Capo della polizia ci aveva accolti gentilmente: aveva il viso giallo e floscio, gli occhi neri e pelosi, dai riflessi verdi nell'ombra dei folti sopraccigli. Osservai con stupore che gli crescevano i peli lungo l'orlo interno delle congiuntive: non erano ciglia, era propria una peluria fine e folta, di color grigio.
«Siete stati all'Ospedale di San Spiridione? Forse è là» disse a un certo punto il Capo della polizia socchiudendo gli occhi.
«No, all'ospedale non c'è» disse Sartori con la sua voce tranquilla.
«Siete sicuro» disse il Capo della polizia fissando Sartori con appena uno spicchio d'occhio, balenante nero e verde tra la frangia della peluria grigia, «siete sicuro che il fatto sia avvenuto nell'interno del Consolato? e che siano stati i miei gendarmi?».
«Volete aiutarmi a rintracciare almeno il cadavere?» disse Sartori sorridendo.
«Sembra,» disse il Capo della polizia accendendo una sigaretta, «che dalle finestre del Consolato d'Italia siano stati sparati alcuni colpi di pistola contro una pattuglia di gendarmi, che passava sulla strada.»
«Col vostro aiuto non mi sarà difficile rintracciare il cadavere» disse Sartori sorridendo.
«Non ho il tempo di occuparmi di cadaveri» disse il Capo della polizia con un sorriso gentile, «ho già fin troppo lavoro con i vivi.»
«Per fortuna» disse Sartori, «i vivi vanno rapidamente scemando di numero, e potrete prendervi presto un po' di riposo.»
«Ne avrei proprio bisogno» disse il Capo della polizia alzando gli occhi al cielo.
«Perché non potremmo metterci d'accordo, e dividerci il lavoro?» disse Sartori con la sua voce placida.
«Mentre voi vi occuperete di scoprire e di arrestar gli assassini, i quali senza dubbio sono ancora vivi, io mi occuperò di ritrovare il morto. Che cosa ne dite?»
«Se non mi portate il cadavere di questo signore, e se non mi provate che è stato ucciso, come posso mettermi a cercar gli assassini?»
«Non posso darvi torto» disse Sartori sorridendo. «Vi porterò il cadavere. Ve lo porterò qui, nel vostro ufficio. insieme con gli altri settemila cadaveri: e voi m'aiuterete a cercarlo nel mucchio. Siete d'accordo?». Parlava lentamente. sorridendo, con flemma imperturbabile: ma io conosco i napoletani. so come son fatti certi napoletani, e sapevo che Sartori. in quel momento, fremeva d'ira e d'indignazione.
«D'accordo» rispose il Capo della polizia.
Allora Pellegrini. lo «stupido fascista», si alzò, e stringendo i pugni dìsse al capo della polizia: «Siete un volgare assassino e un bastardo vigliacco». Io lo guardai meravigliato, era la prima volta che lo guardavo senza gelosia. Era veramente bellissimo: alto, atletico, il viso pallido, le narici frementi, gli occhi fiammeggianti. Nel moto dell'ira i neri capelli ondulati gli eran ricaduti sulla fronte in lunghe anella. Lo guardai con profondo rispetto. Era uno «stupido fascista», ma nella notte del gran pogrom di Jassy aveva più volte arrischiato la pelle per salvar la vita di qualche povero ebreo, e ora (sarebbe bastato un cenno dei Capo della polizia per farlo toglier di mezzo quella sera stessa, all'angolo della strada), arrischiava la pelle per il cadavere di un ebreo.
Anche il Capo della polizia si era alzato in piedi, e lo guardava fisso con quei suoi occhi pelosi: gli avrebbe sparato volentieri nel ventre, avrebbe sparato volentieri a Sartori, a Pellegrini, e a me, ma non osava, non eravamo romeni. noi, non eravamo tre poveri ebrei di Jassy. Temeva che Mussolini ci avrebbe vendicati. (Ah! ah! ah! temeva che Mussolini ci avrebbe vendicati. Non sapeva che, se ci avesse ammazzati, Mussolini non avrebbe nemmeno protestato. Mussolini non voleva avere noie. Non sapeva che Mussolini aveva paura di tutti, che aveva paura perfino di lui?). E mi misi a ridere, pensando che il Capo della polizia di Jassy aveva paura di Mussolini.
«Che cosa avete da ridere?» mi domandò a un tratto il Capo della polizia volgendosi bruscamente verso di me.
«Che cosa vuole da me questo signore?» dissi a Pellegrini, «vuol sapere di che rido?».
«Sì» rispose Pellegrini. «vuol sapere di che ridi.»
«Rido di lui. Non son forse libero di ridere di lui?»
«Non è certe proibito rider di lui» disse Pellegrini, «ma mi rendo conto che non gli deve far molto piacere.»
«Non gli deve certamente far molto piacere.»
«Davvero? voi ridete di lui?» mi domandò Sartori con voce placida. «Scusate, Malaparte, ma mi sembra che abbiate torto. Questo signore è un perfetto gentiluomo, e dovrebbe esser trattato come merita.»
Ci alzammo tranquillamente. e uscimmo. Ma appena varcata la soglia, Sartori si fermò e disse: «Ci siamo dimenticati di salutarlo. Torniamo indietro?».
«Eh no» risposi, «andiamo piuttosto dal comandante dei gendarmi.»
Il comandante dei gendarmi ci offrì una sigaretta. ci ascoltò gentilmente, poi disse: «Sarà andato a Podul Iloaiei».
«A Podul Iloaiei?» domandò Sartori, «A che fare?»
Un paio di giorni dopo il massacro, un treno di ebrei era partito per Podul Iloaiei. un villaggio a una ventina di miglia da Jassy, dove il Capo della polizia aveva deciso di creare un campo di concentramento. Il treno era partito tre giorni prima, a quell'ora doveva certo essere arrivato da un pezzo.
«Andiamo a Podul Iloaiei» disse Sartori.
Così la mattina dopo, ci avviammo in macchina verso Podul Iloaiei. A una piccola stazione, perduta nella campagna polverosa, ci fermammo per domandar notizie del treno. Alcuni soldati, seduti all'ombra di un vagone abbandonato su un binario morto, ci dissero che il convoglio, composto di una decina di carri bestiame, era passato di lì due giorni prima, ed era rimasto fermo tutta una notte in quella stazione. Gli infelici, chiusi nei carri piombati, urlavano e gemevano, pregando i soldati di scorta che togliessero le tavolette di legno inchiodate sui finestrini. In ogni carro erano stati ammucchiati circa duecento ebrei: e i finestrini, quegli stretti spiragli. protetti da una rete metallica, aperti in alto nelle pareti dei carri bestiame, erano stati chiusi con delle tavolette di legno, perché quei disgraziati non potessero respirare. Il treno era ripartito all'alba verso Podul Iloaiei.
«Forse riuscirete a raggiungerlo prima che arrivi a Podul Iloaiei» dissero i soldati.
La ferrovia come in fondo alla valle, parallela alla strada. Eravamo ormai giunti nei pressi dì Podul Iloaiei, quando, attraverso la campagna polverosa, si udì un lungo fischio. Ci guardammo in viso l'un l'altro, eravamo pallidi come se avessimo riconosciuto quel fischio.
«Che caldo!» sospirò Sartori asciugandosi il viso col fazzoletto. E io m'accorsi che s'era subito pentito e vergognato di aver detto «che caldo!» pensando a quegli infelici ammucchiati nei carri bestiame: duecento per ogni carro senza aria, senza acqua. Quel fischio lontano aveva un suono spettrale nella deserta campagna polverosa, attraverso l'immoto bagliore del sole. Dopo un po' scorgemmo il treno. Era fermo davanti a un disco chiuso, e fischiava. Poi si mosse
lentamente, e noi lo seguivamo accompagnandolo lungo la strada. Guardavamo i carri bestiame, le tavolette di legno inchiodate sui finestrini. Il treno aveva impiegato tre giorni per percorrere una ventina di miglia: doveva dar la precedenza ai convogli militari e poi, non c'era fretta. Anche se fosse arrivato a Podul Iloaiei dopo tre mesi di viaggio, sarebbe sempre arrivato in tempo. Intanto eravamo giunti a Podul Iloaiei: il treno si fermò sopra un binario morto, - appena fuori della stazione. Faceva un caldo soffocante, era verso mezzogiorno, gli impiegati della stazione erano andati a mangiare. Il macchinista, il fuochista, e i soldati di scorta, erano scesi dal treno, sdraiandosi per terra all'ombra dei carri.
«Aprite subito i carri» ordinai ai soldati.
«Non possiamo, dòmnule capitan.»
«Aprite subito i carri!» gridai.
«Non possiamo, i carri sono piombati» disse il macchinista; «bisogna avvertire il capostazione.»
Il capostazione era a tavola. Sulle prime non voleva interrompere il suo desinare, poi, saputo che Sartori era il Console d'Italia e che io ero un dòmnule capitan italiano, si alzò da tavola, e ci seguì trotterellando con un paio di grosse pinze in mano. I soldati si misero subito al lavoro, tentando di aprire lo sportellone del primo carro. Lo sportellone di legno e di ferro resisteva, sembrava che dieci, cento braccia lo trattenessero dall'interno, che i prigionieri facessero forza
per impedir che si aprisse. A un certo punto il capostazione gridò:
«Ehi voialtri, là dentro, spingete anche voi». Nessuno dall'interno rispose. Allora facemmo forza tutti insieme. Sartori stava in piedi davanti al carro, coi viso alzato, asciugandosi il sudore coi fazzoletto. A un tratto lo sportello cedé, e il carro si aprì. Il carro a un tratto si aprì, e la folla dei prigionieri si precipitò su Sartori, lo buttò a terra, gli si ammucchiò addosso. Erano i morti che fuggivan dal carro. Cadevano a gruppi, di peso, con un
tonfo sordo, come statue di cemento. Sepolto sotto i cadaveri, schiacciato dal loro freddo, enorme peso, Sartori si dibatteva, si divincolava, tentando liberarsi da quel morto gravame, da quella gelida mora: finché scomparve sotto il mucchio dei cadaveri, come sotto una valanga di pietre. I morti sono rabbiosi, testardi, feroci. I morti sono stupidi. Capricciosi e vanitosi come bambini e come femmine. I morti sono matti. Guai se un morto odia un vivo, Guai se se ne innamora. Guai se un vivo insulta un morto, o l'offende nel suo amor proprio, o lo ferisce nel suo onore. I morti sono gelosi e vendicativi. Non hanno paura di nessuno, non hanno paura di nulla, né delle percosse, né delle ferite, né del numero soverchiante dei nemici. Non hanno paura nemmeno della morte. Combattono con le unghie e con i denti, in silenzio, non indietreggiano di un sol passo, non lasciano la presa, non fuggono mai. Combattono fino all'ultimo, con un coraggio freddo e testardo: ridendo o ghignando, pallidi e muti, gli occhi sbarrati, stravolti, quei loro occhi da matto. Quando giacciono sopraffatti, quando si rassegnano alla sconfitta e all'umiliazione, quando si stendono vinti, mandano un odore dolce e grasso, e lentamente si sfanno. Alcuni si buttavano su Sartori con tutto il loro peso, tentando di schiacciarlo, altri gli si lasciarono cadere addosso freddi, rigidi, inerti, altri ancora gli picchiavan con la testa nel petto, lo percuotevano con i gomiti e con i ginocchi. Sartori li afferrava per i capelli, li ghermiva per i lembi del vestito, li abbrancava per le braccia, tentava di respingerli stringendoli alla gola, percuotendoli in viso con i pugni chiusi. Era una lotta feroce e silenziosa: noi eravamo tutti accorsi, in suo aiuto, cercando invano di liberarlo dalla grave mora dei morti, finché, dopo molti sforzi, riuscimmo ad agguantarlo e a trarlo di sotto al mucchio. Sartori si rialzò, aveva il vestito in brandelli, gli occhi gonfi, e sanguinava da una guancia. Era pallidissimo, ma tranquillo. Disse soltanto: «Guardate se c'è ancora qualche vivo, là in mezzo. Mi hanno morso il viso».
I soldati saliron dentro il carro, e si misero a buttar fuori i cadaveri ad uno ad uno: erano centosettantanove, morti soffocati. Tutti avevano la testa gonfia, il viso turchino. Intanto erano sopravvenute una squadra di soldati tedeschi, e una piccola folla di abitanti dei villaggio e di
contadini, che diedero mano ad aprire i carri, a buttar giù i morti, ad allinearli lungo la scarpata della ferrovia. Era sopraggiunto anche un gruppo di ebrei di Podul Iloaiei, col rabbino in testa: avevano saputo della presenza del Console d'Italia, e si erano fatti animo. Apparivano pallidi, ma sereni; non piangevano, parlavano con voce ferma. Tutti avevano parentele e amicizie a Jassy, ognuno temeva per la vita di un congiunto, di un amico. Erano vestiti di nero, con strani cappelli di feltro duro in testa. Il rabbino, e cinque o sei di loro, che dissero di appartenere al consiglio di amministrazione della Banca Agricola di Podul Iloaiei, s'inchinarono davanti a Sartori.
«Fa caldo» disse il rabbino asciugandosi il sudore col palmo della mano.
«Eh sì, fa molto caldo» disse Sartori premendosi il fazzoletto sulla fronte. -
Le mosche ronzavano rabbiose. I morti, distesi in fila lungo la scarpata della ferrovia, erano circa duemila. Eh, duemila cadaveri, allineati sotto il sole, son molti. Son perfino troppi. Stretto fra le ginocchia della madre, fu trovato un bambino di pochi mesi, ancora vivo. Era svenuto, respirava ancora. Aveva un braccino spezzato. La madre era riuscita a tenerlo per tre giorni con la bocca incollata a uno spiraglio della porta: si era difesa selvaggiamente perché la folla dei
moribondi non la strappasse di lì, era morta schiacciata nella ressa feroce. Il bambino era rimasto sepolto sotto la madre morta, stretto fra le sue ginocchia, succhiando con le labbra quel tenue filo d'aria. «è vivo» diceva Sartori con voce strana, «è vivo - è vivo!». E io guardavo commosso il buon Sartori, quel grasso e placido napoletano che finalmente aveva perduto la sua flemma, e non per tutti quei morti, ma per un bambino vivo, per un bambino ancora vivo.
Dopo alcune ore, verso il tramonto, dal fondo di un carro bestiame, i soldati buttarono sulla scarpata un cadavere dalla testa avvolta in un fazzoletto insanguinato. Era il proprietario della sede del Consolato d'Italia a Jassy. Sartori lo guardò a lungo, in silenzio, gli toccò la fronte, poi si volse al rabbino e disse: «Era un galantuomo».
A un tratto udimmo lo strepito di una rissa. Una turba di contadini e di zingari, accorsi da tutte le parti, stavano spogliando i cadaveri. Sartori ebbe un gesto di rivolta, ma il rabbino gli posò la mano sul braccio: «è inutile» disse, «questo è l'uso». Poi aggiunse a voce bassa, con un sorriso triste: «Domani verranno da noi a venderci gli indumenti rubati ai morti, e noi dovremo comprarli. Che altro potremmo fare?»
Sartori taceva, guardando spogliare quegli infelici. Pareva proprio che i morti, si difendessero con tutte le loro forze contro la violenza dei loro spogliatori: i quali, grondanti di sudore, urlando e bestemmiando, si accanivano a tentar di sollevare quelle ostinate braccia, di piegare quei rigidi gomiti e quei duri ginocchi, per sfilare le giacche, i calzoni, gli indumenti segreti. Le donne erano le più tenaci nella di sperata resistenza. Non avrei mai immaginato che fosse così difficile togliere la camicia a una ragazza morta. Forse era il pudore, rimasto vivo in loro, quel che dava alle donne la forza di difendersi: e talvolta si drizzavan sui gomiti, accostavano il viso bianco alla torva faccia sudata dei loro profanatori, guardandoli fissi a lungo con gli occhi spalancati. Finché ricadevano nude sul terreno con un tonfo sordo.
«Dobbiamo andare, è tardi» disse Sartori con la sua voce tranquilla, e volgendosi al rabbino lo pregò di rilasciargli l'atto di decesso di quel «galantuomo». Il rabbino s'inchinò, e tutti ci avviammo a piedi verso il villaggio. Nell'ufficio dei direttore della Banca Agricola il caldo era
soffocante. Il rabbino mandò a prendere i registri della Sinagoga, stese l'atto di decesso di quel poveretto, e consegnò il documento a Sartori, che lo ripiegò con cura e lo ripose nel suo portafoglio. Un treno fischiava lontano. Un moscone dalle ali turchine ronzava intorno al calamaio.
«Mi dispiace molto di dovermene andare» disse a un certo punto Sartori, «debbo esser dì ritorno a Jassy prima di sera.»
«Aspettate un momento, prego» disse in italiano uno degli amministratori della Banca Agricola. Era, un ebreo piccolo e grasso, col pizzo alla Napoleone III. Apri un armadietto, ne trasse una bottiglia di vermut, ne riempì alcuni bicchierini. Aggiunse che il vermut era proprio di Torino, un vero Cinzano, e si mise a raccontarci in italiano che era stato più volte a Venezia, a Firenze, a Roma, che i suoi due figli avevano studiato medicina in Italia, nell'Università di
Padova.
«Mi piacerebbe conoscerli» disse Sartori gentilmente.
«Eh, sono morti» rispose l'ebreo, «morti a Jassy l'altro giorno.» Sospirò, poi aggiunse: «Vorrei tanto tornare a Padova, a rivedere l'Università dove hanno studiato i miei due ragazzi»
Rimanemmo a lungo seduti, tacendo, nella stanza piena di mosche. Poi Sartori si alzò, e tutti uscimmo in silenzio. Mentre salivamo in macchina, l'ebreo col pizzo alla Napoleone III appoggiò la mano sul braccio di Sartori, e disse umilmente, a voce bassa: «E pensare che so a memoria tutta la Divina Commedia!» e si mise a declamare:
Nel mezzo del cammin di nostra vita...
La macchina si mosse, e il gruppo degli ebrei vestiti di nero scomparve in una nuvola di polvere.