Di là dell'eloquenza della carne straziata o essiccata, le parole del
sopravvissuto erompono come immediata rivendicazione di un'umanità radicalmente
contestata, ridotta a
"giacere sul fondo"
(Levi).
"Due anni fa subito dopo il nostro ritorno siamo
stati tutti, credo, in preda a un vero delirio. Volevamo parlare ed essere finalmente
ascoltati. […] Eppure era impossibile. Appena si cominciava a parlarne,
si soffocava. A noi stessi allora quello che si aveva da dire, cominciò
a sembrare inimmaginabile". Con queste parole Robert Antelme,
prigioniero politico nel Kommando di Gandersheim a Buchenwald, apre le memorie
del suo internamento
(2).
Anche Primo Levi ha fissato il lancinante paradosso di testimoniare l'intestimoniabile.
Raccontando l'impatto con l'inferno, e la sensazione di essere trasformato in
un fantasma, privato degli abiti, dei capelli, del nome, scrive:
"Allora,
per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole, per
esprimere questa offesa, la demolizione dell'uomo. In un attimo, con un'intuizione
quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al
fondo. Più giù di così non si può andare: condizione
umana più misera non c'è, non è pensabile. […] Noi
sappiamo che in questo difficilmente saremo compresi, ed è bene che sia
così" (3).
Renée racconta l'ultimo incontro col padre, dopo la prima notte nel lager.
La ragazza riconobbe il genitore in un gruppo di venti uomini che marciava attraverso
il campo.
"Il mio primo pensiero fu di nascondermi".
Il dolore di vedere
'l'uomo più gentile del
mondo' rapato e con la divisa da prigioniero si moltiplicò per
la vergogna di farsi vedere con la testa rasata e in quei miseri stracci.
"Volevo
solo nascondermi per non essere vista. In quell'istante, i nostri occhi s'incrociarono.
Vidi le lacrime che gli scendevano lungo le guance".
Vergognarsi è sentirsi consegnati a un
inassumibile, dove il
soggetto diventa testimone del proprio dissesto, del proprio perdersi come soggetto
– uno spossessamento di sé di cui il Sonderkommando è la
condizione limite
(4).
Così venivano chiamati i deportati che costituivano il gruppo speciale
a cui era affidata la gestione delle camere a gas e dei crematori, col compito
di condurre i prigionieri nudi alla morte, trascinarli fuori, lavarli, tagliare
i capelli alle donne, cercare negli orifizi oggetti preziosi, cavare i denti
d'oro dalle mascelle,… trasportare i corpi ai crematori, sorvegliare la
combustione e liberare i forni dalle ceneri.
"Da
uomini che hanno conosciuto questa destituzione estrema non ci si può
aspettare una deposizione nel senso giuridico del termine, bensì qualcosa
che sta fra il lamento, la bestemmia, l'espiazione e il conato di giustificarsi,
di recuperare se stessi" (5).
La squadra speciale di Auschwitz contava, a seconda dei periodi, tra i 700 e
i 1000 effettivi. Se ne succedettero dodici. Ognuna restava in funzione per
qualche mese, poi veniva sterminata affinché nessuno, in quanto portatore
di orrendo segreto, potesse raccontare. Era rito d'iniziazione che la squadra
successiva bruciasse i cadaveri dei predecessori. Levi attribuisce la sopravvivenza
di uno di loro a qualche
"imprevedibile gioco
del destino".
Il greco Dario Gabbai è uno dei quattro superstiti della sua squadra.
Egli racconta di essere stato deportato ad Auschwitz la prima settimana di settembre
del 1944. Scelto insieme ad altri greci, il primo giorno d'impiego vide entrare
2500 persone in una stanza che ne avrebbe contenute appena 500, che ritrovò,
un quarto d'ora dopo, morte l'una sull'altra, violacee e tumefatte per opera
dello Zyklon, che uccide in un tempo che va dai due ai quattro minuti.
Mentre Gabbai parla, la macchina a mano ci conduce nelle sale del Crematorio
I, come restaurato nel dopoguerra. Seguono le foto dei nuovi arrivati selezionati
per la camera a gas, al tempo in cui quattro crematori funzionavano ventiquattro
ore al giorno. I
"pezzi grossi di Berlino"
potevano assistere alla distruzione del popolo ebraico da un'apposita finestrella.
Gabbai racconta che un giorno arrivarono due suoi carissimi amici. Subito disse
loro che sarebbero morti e, dopo aver offerto il cibo che possedeva, indicò
esattamente dove stare, vicino alle aperture da cui fuoriusciva il gas, per
morire il prima possibile. Al termine dell'esecuzione, li tirò fuori,
li pulì e li mise nel forno.
I
"corvi del crematorio" rappresentano
la figura estrema di quella che Levi definisce
zona grigia, dove i
connotati della vittima lasciano intravedere quelli del carnefice – si
pensi ai Kapos. Ma nel caso dei Sonderkommando il giudizio dev'essere sospeso:
subentra un'
impotentia judicandi che suggerisce di meditarne l'esperienza
con
"pietà e rigore".
La macchina di morte Auschwitz imponeva un egoismo indefettibile, che secondo
lo scrittore è all'origine della vergogna del superstite. Oltre la vita
vi è la nuda vita, la sopravvivenza.
Irene Zisblatt ricorda che non era permesso anticipare la morte per mano propria:
se qualcuno si lanciava contro il filo spinato, a corrente attivata, per togliersi
la vita, cento deportati venivano uccisi come esempio.
Bill Bash rammenta di essersi frapposto, assieme a un altro prigioniero, tra
una Luger nazista e un ebreo claudicante che, a causa del ginocchio in cancrena,
rallentava la marcia. Erano tre amici che avevano giurato di dare la vita l'uno
per l'altro, eppure, di fronte alla minaccia dell'SS di far fuoco su tutti,
in due si scansarono. Gabbai afferma che non accettare l'incarico o rifiutarsi
di adempiere alle specifiche mansioni della Squadra Speciale significava venire
ammazzati. Nel 1944, 400 ebrei di Corfù furono immediatamente gassati
per aver defezionato in blocco, e c'è chi fu bruciato vivo.
La vergogna del superstite per una colpa altrui sopravvive, nella sciagura dei
Sonderkommando, oltre l'infelicità, ammorbata da un'ambiguità
tragicamente insostenibile. In tal senso, possiamo accogliere la desolazione
di Primo Levi che stigmatizza:
"Aver concepito
e organizzato le Squadre è stato il delitto più demoniaco del
nazionalsocialismo. […] Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare
su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talché,
a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti".
(6)
Uccisa la vita dei corpi e nei corpi, un ultimo abominio: marchiare l'anima.
Jonny Costantino
2) R. Antelme, La specie umana, Einaudi,
Torino 1987, p. 5.
3) P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1976,
p. 29.
4) Cfr. G. Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L'archivio
e il testimone, Bollati Boringhieri, Torino 1998, pp. 97 e 23.
5) P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1991,
p. 39.
6) Ibidem.
Alice
Lok Cahana tra le sue opere e ad Auschwitz.