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Il pianista, o il Testimone
Roman Polanski è nato nell’ottobre del 1933 a Parigi. Nel 1936, i genitori, ebrei di origine polacca, decisero sciaguratamente di tornare in patria, e vennero rinchiusi, pochi anni dopo, nel ghetto di Cracovia.
La madre non sopravvisse. Il piccolo Roman riuscì a fuggire con l’aiuto del padre e a superare quei tragici anni vivendo come un randagio. Avrebbe rivisto il genitore solo a guerra finita.
Per la prima volta, a quasi settant’anni, il cineasta mette in scena il genocidio.
Il pianista è l’adattamento cinematografico, quanto mai fedele nel respiro e nella ricostruzione degli avvenimenti, dell’autobiografia del musicista polacco Wladyslaw Szpilman (1).
La vita è una perpetua violenza.
Roman Polanski
fotografiaa del  backstage

Varsavia 1939-1945


Il pianista sta suonando il Notturno in do diesis minore di Chopin, quando i bombardamenti interrompono l’esecuzione. I tedeschi occupano Varsavia.
La famiglia ebrea Szpilman decide di non lasciare la città, fiduciosa nell’intervento degli alleati. Presto si comprende che i francesi non hanno intenzione di sfondare la linea Siegfried, come gli inglesi di bombardare Amburgo.
È il settembre del 1939. Iniziano le violenze, le misure restrittive, i rastrellamenti. Gli Szpilman restano compatti e difendono, quanto possibile, la loro dignità. L’insensatezza degli eventi sembra garantirne la fine. S’impara che un calcio o un insulto da parte di un tedesco non è un’ignominia, è la regola.
I cancelli del ghetto di Varsavia vengono chiusi il 15 dicembre del 1940. Nell’agosto del 1942, nell’Umschlagplatz, centro di raccolta ai confini del ghetto, Wladyslaw viene salvato da un membro della polizia ebrea, e dice addio alla famiglia che scompare su un carro bestiame. D’ora in avanti l’unico obiettivo è sopravvivere.
Scappato dal ghetto, si sposta di rifugio in rifugio, finendo per aggirarsi, come il primo uomo, tra le macerie di una Varsavia rasa al suolo, alla ricerca di un tozzo di pane ammuffito.
Il capitano della Werchmacht Wilm Hosenfeld scopre il suo nascondiglio, ma, dopo averlo sentito suonare, gli salva la vita.
È il 1945, Varsavia viene liberata dall’Armata Rossa. A causa del pastrano nemico che indossa per ripararsi dal freddo, il pianista rischia di essere grottescamente ucciso dai soldati polacchi che inizialmente lo scambiano per un tedesco.
Finita la guerra, Wladyslaw riprese a suonare per Radio Varsavia, che inaugurò la trasmissione col brano di Chopin che era stato eseguito dal vivo quell’ultimo giorno, come se la guerra e Hitler fossero stati soltanto un funesto intervallo.
A nulla valse l’appassionata intercessione di Szpilman per aiutare il suo salvatore. Hosenfeld morì in un campo di concentramento a Stalingrado nel 1953, dopo sette anni di prigionia.

[J.C. segue >>>]


  
  
(1) Wladyslaw Szpilman, Il pianista. Varsavia 1939-1945. La straordinaria storia di un sopravvissuto, Baldini & Castoldi, Milano 2002.

scena dal film
scena dal film

Roman Polansky istruisce Adrien Brody (Wladislaw Szpilman).
Sotto a sinistra: la famiglia Szpilman e la Umschlagplatz in due inquadrature dal film.