Nell’autobiografia
di Szpilman non v’è la fede incrollabile che guida la penna di
Etty Hillesium (Middelburg 1914/Auschwitz 1943), la quale, nel bel mezzo del
disastro, concepisce pensieri di spiazzante bellezza come:
“Certo,
è il nostro totale annientamento! Ma sopportiamolo con grazia”
(2). La testimonianza del musicista è asciutta, a
tratti glaciale.
La prima redazione del testo è del 1945. Lo sguardo è quello di
un uomo lucido e ancora scioccato. La percezione della catastrofe è straniata.
La follia dell’ecatombe àgita, increspandola, la superficie della
pagina scritta. Szpilman non si sofferma sugli episodi che narra, né
li interpreta, li vomita per esorcizzarli.
L’aura del martirio non illumina la prosa. Agamben ha ragione: la dottrina
del martirio nasce
“per giustificare lo scandalo
di una morte insensata, di una carneficina che non poteva che apparire assurda.
Di fronte allo spettacolo di una morte apparentemente sine causa, il riferimento
a Lc. 12, 8-9 e a Mt. 10, 32-33 (‘chi mi confesserà davanti agli
uomini, io lo confesserò innanzi al Padre mio; chi mi rinnegherà
davanti agli uomini, io lo rinnegherò davanti al Padre mio’) permetteva
di interpretare il martirio come un comando divino e di trovare così
una ragione all’irragionevole” (3).
Come sottolinea Bettelheim, parlare di martirio è una mistificazione.
Nel libro di Spzilman gli ebrei vengono ammazzati e basta, senza motivo, e la
morte non è mitigata da alcun riscatto etico, religioso o estetico.
I
Diari di Etty Hillesium sono l’inno alla vita di una condannata
a morte. La testimonianza del pianista è il diagramma di morte di un
sopravvissuto, il cui culmine è costituito dall’amarezza e dal
dubbio più disarmanti (come riaffrontare la vita? quale energia trarre
dalla morte?).
Tra gli edifici sventrati di Praga, un tempo povero sobborgo di Varsavia, Wladyslaw,
finalmente libero, si sofferma su uno scheletro giacente sotto una barricata
eretta dai rivoltosi. Le modeste dimensioni, la struttura ossea delicata, i
lunghi capelli biondi ancora attaccati al cranio lo inducono a pensare che si
tratti di una ragazza. Il pensiero vola alle sorelle, le belle Regina e Halina,
di cui non sono rimasti neppure questi pochi resti o una tomba per piangerle.
La vita deve riprendere.
L’ultima immagine prima del poscritto è quella di una radura.
“Un
vento violento faceva sbattere i rottami di ferro in mezzo alle macerie, fischiando
e ululando attraverso le cavità annerite delle finestre. Scese il crepuscolo.
La neve prese a cadere da un cielo plumbeo sempre più buio”
(4).
[J.C. segue >>>]
(2) Etty Hillesium,
Diario 1941-1943, Adelphi, Milano
1997, p. 230.
(3) Giorgio Agamben,
Quel che resta di Auschwitz. L’archivio
e il testimone, Bollati Boringhieri, Torino 1998, p. 25.
(4) Wladyslaw Szpilman,
Il pianista. Varsavia 1939-1945.
La straordinaria storia di un sopravvissuto, op. cit., p. 206.
La
demolizione condotta a termine non l’ha mai raccontata nessuno, come nessuno
è mai tornato a raccontare la sua morte.
I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato,
perché la loro morte era iniziata prima di quella corporale.
Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano già perduto le virtù
di osservare, ricordare, commisurare ed esprimersi. Parliamo noi in vece loro,
per delega.
Primo Levi
Alcune
inquadrature dal film.