Polanski ha rifiutato la proposta di Spielberg di dirigere Schindler’s
List (1993) e, più di recente, non ha esitato a definire “brutto”
il film di Benigni sulla Shoah.
Alla luce dei fotogrammi del Pianista, si può interpretare il rifiuto
con un certo margine di aderenza: spettacolare e retorico il primo, sciatto
e accattivante il secondo, Schindler’s List e La vita è bella
(1997) – come Train de vie (1998) di Radu Mihaileanu – vivono
di trovate drammaturgiche e invenzioni spettacolari.
Anche il film di Polanski è di forte impatto visivo ed emotivo, ma
la sua ossatura sintattico discorsiva è di una semplicità estrema.
Agli antipodi da un’opera come Amen (2001) di Costa Gavras
(incentrata sulla dimostrazione, ai limiti del didatticismo, del silente placet
della Chiesa, e delle potenze straniere, alla Shoah), Il pianista non spiega
nulla, rende visibile, attraverso l’assurdità di un “destino
di massa”, il viaggio all’inferno di un uomo.
La distanza tra lo spettatore e lo scatenarsi della barbarie più cieca
è quella percorsa dallo sguardo del protagonista, la cui soggettiva
è il punto di vista predominante.
In una scena di rara atrocità, la quiete domestica della famiglia che
abita nell’appartamento dirimpetto a casa Szpilman viene stravolta dall’irruzione
della Gestapo. Indignato perché i componenti della famiglia, impietriti
dal terrore, non si fossero alzati al suo ingresso, il sottufficiale intima
un ‘in piedi’ che li fa scattare, a eccezione del nonno paralitico
che non può. Il suo immediato defenestramento apre il massacro, che
si consuma in mezzo alla strada. Le camionette ripartono passando sui cadaveri.
Assistiamo alla strage dalla finestra, con gli occhi degli Szpilman, i quali
cenavano normalmente, come gli sventurati.
Nell’autobiografia, nel capitolo successivo a quello che contiene lo
sterminio descritto, le condizioni di vita nel ghetto (prima della grande
selezione del 16 agosto 1942, in cui Wladyslaw avrebbe perso la famiglia)
vengono dipinte con un’efficace metafora, il formicaio minacciato.
“Quando
il piede di un idiota comincia a distruggere sconsideratamente un formicaio
con il suo tallone chiodato, le formiche prendono ad agitarsi, cercando sempre
più affannosamente scampo da ogni parte, un modo per salvarsi. Ma,
sia perché paralizzate dalla subitaneità dell’attacco,
sia perché preoccupate dal destino della loro progenie e di riuscire
a mettere in salvo quanto più possibile, invece di andare avanti e
mettersi a riparo, come sotto un influsso malefico tornano a ripercorrere
il cerchio mortale andando incontro alla morte. Proprio come noi”
(5).
Come il Trelkowski dell’Inquilino del terzo piano, lo Szpilman
di Polanski assiste, sempre più allucinato, al farsi incubo della sua
vita. Ma se nel film del 1976 il ritmo si accelera e gli orrori si accumulano
in una graduale messa in discussione del livello di realtà di quanto
il personaggio principale percepisce, e noi con lui, nel Pianista vi è
un progressivo assottigliamento dell’intreccio, che verso il finale
si riduce al minimo.
Episodi decisivi della biografia (Szpilman che baratta la sua vita con un
tedesco per un po’ d’alcool) vengono tagliati affinché
non appesantiscano la sceneggiatura.
In parallelo, la scenografia si rarefà (lo spettrale lucore dell’ospedale
abbandonato in cui Szpilman si rintana è emblematico), garantendo lo
spazio ideale perché le trasformazioni del corpo del protagonista (il
dimagrimento, l’itterizia, la barba e i capelli che crescono incolti)
divengano l’esatto termometro del suo disastro (sineddoche del disastro
collettivo), così come le mutazioni di Trelkowski scandiscono le fasi
dello scivolamento nella follia.
In uno dei momenti liricamente più intensi del film, Wladyslaw sfiora
con le dita la tastiera di un pianoforte che non può suonare, se non
col rischio di farsi scoprire.
Ma il desiderio è tale che la sua immaginazione e il nostro orecchio
odono l’involarsi delle note di Chopin. Tuttavia la musica, passione
e ossessione del protagonista, resta a margine.
Non bisogna sopravvalutare il fatto che Chopin salvi la vita al suo esecutore,
toccando un cuore già aperto al dialogo, né la performance pianistica
che sigilla l’happy end.
Il ruolo della musica non viene enfatizzato dall’attribuzione di un
plusvalore simbolico che le consenta di anestetizzare la tragedia rappresentata
e soprattutto scritta.
Essa è il contraltare che fa risaltare l’abominio. Forse la vita
senza musica è soltanto ‘un errore, un bisogno struggente, un
esilio’, come ci ricorda Nietzsche, ma innanzi allo scherzo crudele
che ha fagocitato la Storia, riducendo la vita a nuda subumanità, anche
la musica diviene poc’altro che un fragile scudo contro la realtà,
o una via di fuga.
Jonny Costantino
(5) Wladyslaw Szpilman, Il pianista. Varsavia 1939-1945.
La straordinaria storia di un sopravvissuto, op. cit., p. 102.



