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Del buon cittadino
Dopo aver ammesso di considerare lo sterminio del popolo ebraico uno dei più orrendi crimini compiuti dall’umanità, Eichmann afferma: "Per concludere, già allora pensavo che questa soluzione estrema non fosse giustificata. La consideravo un atto mostruoso. Ma ero legato al mio giuramento di obbedienza e dovevo occuparmi nel mio settore dell’organizzazione dei trasporti. Non ero sciolto dal mio giuramento, quindi non mi sento responsabile nel profondo di me stesso e mi sento liberato da ogni colpa. Ero sollevato per non aver avuto nulla a che fare con lo sterminio fisico. Nulla a che fare. Ero fin troppo occupato dal lavoro che mi avevano affidato. Ero capace e svolgevo il mio lavoro su una scrivania, facevo il mio dovere conformemente agli ordini. Non ho mai avuto rimproveri per non aver compiuto il mio dovere o di aver mancato in qualcosa nel fare il mio dovere. E, ancora una volta, oggi, lo voglio ripetere".
Queste sono le ultime parole che Eichmann proferisce in Uno specialista. Nell’ultima inquadratura (un campo medio dall’alto), la macchina zooma lentamente su Eichmann, intorno gli si forma il vuoto, spariscono prima le guardie che lo affiancano, quindi il microfono e le cuffie, infine la struttura che lo ingabbia. Il banco si allarga per diventare una scrivania, sopra solo la penna e il block-notes, tra le cui pagine sovente l’imputato ha cercato aiuto nel corso del dibattimento. All’improvviso, l’inquadratura si colora – dietro la scrivania, il burocrate in giacca blu, come un tempo.
Ancor più rivelatore del temperamento di Eichmann è un altro brano del film di Sivan.
Il giudice derogò alla procedura e si rivolse all’imputato nella sua lingua, in tedesco, annullando il filtro linguistico, per chiedergli se avesse mai vissuto un conflitto di coscienza. Eichmann rispose di essersi piuttosto sdoppiato. Il giudice commentò che se i tedeschi avessero avuto più coraggio civile le cose sarebbero andate diversamente, e chiese in proposito il parere dell’interrogato, il quale replicò senza esitare: "Sicuramente, se il coraggio civile fosse stato strutturato gerarchicamente". Ancora una volta, Eichmann si dimostrò incapace di collocare l’individuo al di fuori di una gerarchia. In questo fu tutt’altro che criminale; fu, com’egli stesso si riteneva, un civis modello.
Gerusalemme condannò Eichmann in base ad un ordine morale superiore, ma non possiamo non condividere lo scetticismo della Arendt sull’effettiva comprensione, da parte della Corte, dell’elemento psicologico (o soggettivo) dei reati per cui il tenente colonnello venne punito.
L’idealità che avrebbe dovuto informare il processo Eichmann – per debellare soprattutto l’idealismo di cui l’imputato si ergeva a paladino – si sarebbe dovuta fondare sul principio: "La giustizia non solo va fatta ma si deve vedere" (8).
Visto che l’intero mondo era in ascolto, la Corte si sarebbe dovuta rivolgere ad Eichmann con parole più esatte, ed è difficile pensarne di più equilibrate di quelle proferite da Hannah Arendt: "…colpa e innocenza innanzi alla legge sono due entità oggettive, e quand’anche ottanta milioni di tedeschi avessero fatto come te, non per questo tu potresti essere scusato. […] Ma anche supponendo che la tua sfortuna ti abbia trasformato in un volontario strumento dello sterminio, resta sempre il fatto che tu hai eseguito, e perciò attivamente appoggiato una politica di sterminio. La politica non è un asilo: in politica obbedire e appoggiare sono la stessa cosa. E come tu hai appoggiato e messo in pratica una politica il cui senso era di non coabitare su questo pianeta con il popolo ebraico e con varie altre razze (quasi che tu e i tuoi superiori aveste il diritto di stabilire chi deve e chi non deve abitare la terra), noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano desideri coabitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato" (9).
Nel merito della condanna, della sua ‘scarsa fantasia’, com’è stato detto con un gigante eufemismo, non è il luogo e il caso di entrare.
Quello che importa è che rimanga indelebilmente impresso sulla retina il volto contratto di Eichmann, superba icona del conformismo e del cieco asservimento all’autorità.
Dire “banalità del male” è dire nulla, se non si scava ai margini di questo pensiero per dissotterrarlo, e scoprire, incisa a chiare lettere, sul retro, un’iscrizione altrettanto antica e consustanziale: “mostruosità del bene”.


Jonny Costantino
Eichman dentro una gabbia di vetro, circondato da tre guardie
Eichmann durante il processo (fotogramma dal film Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno di Eyal Sivan.
Processo a Ponzio Pilato - Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno - 3
Eichman esce di scena circondato dalle guardie

  

 

 


8) - H. Arendt, Ivi, p. 283.
9) - H. Arendt, Ivi, p. 284.

Eichmann durante il processo (fotogramma dal film Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno di Eyal Sivan.