I sulfamidici
e la morte di Heydrich
Con sulfamidici oggi intendiamo tutta quella serie di derivati dall'acido solfanilico
introdotti nella terapia antibatterica da Gerhard Domagk a partire dal 1935.
Con il cosiddetto "Prontosil" Domagk introduceva il primo prodotto
chemioterapico antibatterico.
Nonostante Domagk fosse un patologo tedesco (per la sua scoperta gli venne tributato
il premio Nobel che per ordine delle autorità naziste non poté
ritirare) la sua scoperta non fu universalmente accolta dai circoli medici tedesco.
Così, all'inizio della guerra, la medicina tedesca doveva ancora pienamente
convincersi della validità antibatterica dei sulfamidici.
La disputa tra favorevoli e contrari all'uso dei sulfamidici ebbe un momento
di intensità al capezzale di
Reinhard
Heydrich. Il braccio destro di
Himmler
era stato gravemente ferito durante un attentato tesogli da patrioti cechi il
27 maggio 1942. Il 2 giugno
Heydrich
moriva a causa delle infezioni sviluppatesi.
I migliori medici tedeschi si erano affannati per prestare le cure necessarie
e, tra questi, il medico personale di Hitler Morell e il professor
Gebhardt,
capo chirurgo del Servizio medico delle SS.
Tra Morell e
Karl Gebhardt
era scoppiata una disputa sull'uso di sulfamidici per curare
Heydrich.
Morell era favorevole,
Gebhardt
contrario. I sulfamidici non vennero somministrati.
Iniziano
le ricerche
La morte di
Heydrich, e con
maggiore probabilità le voci sull'uso intenso fatto dagli Alleati di
questa nuova medicina, indussero i vertici nazisti a compiere una ricerca sulla
loro validità.
Fu Himmler a volere la ricerca e ad affidarla proprio a
Gebhardt
che non credeva affatto nella loro validità.
Gebhardt formò una squadra di ricercatori composti dal suo assistente
Fritz Fischer, dal dottor Schiedlausky
(medico nel campo di concentramento di Ravensbruck), dal dottor Rosenthal e
dalla dottoressa
Herta Oberheuser.
Questo gruppo di medici iniziò a partire dal 1942 una serie di esperimenti
sulle prigioniere utilizzandole come cavie.
La
metodologia dell'orrore
Nel luglio 1942
Gebhardt comunicò
a
Fischer che avrebbe dovuto
assisterlo in una serie di esperimenti da condursi a Ravensbruck per testare
la reale efficacia dei sulfamidici. L'ordine proveniva direttamente da
Himmler
e da
Grawitz Capo del Servizio
Medico delle SS. La prima serie di esperimenti coinvolsero 5 prigionieri.
L'Istituto di Igiene delle SS aveva inviato le culture di batteri infettivi
che vennero inoculati nelle prigioniere alle quali veniva praticata una ferita
nella gamba profonda mezzo centimetro e lunga otto. La ferita veniva poi ricucita
e la gamba fasciata in modo tale che il decorso dell'infezione non fosse disturbato
da altri eventi. Seguì a breve una seconda serie di cinque prigionieri.
Ci si accorse tuttavia che i batteri usati erano troppo deboli e
Gebhardt
scrisse al capo dell'Istituto d'Igiene delle SS
Joachim
Mugrowsky per ottenere batteri più attivi. Una volta ottenute le
nuove culture altri dieci prigionieri vennero infettati.
Il comandante del campo di Ravensbruck a questo punto fece sapere a
Gebhardt
che da quel momento in poi avrebbe fornito soltanto detenute donne. A questo
punto per circa due settimane gli esperimenti vennero interrotti e da Berlino
si decise di utilizzare prigioniere politiche polacche.
In più emerse che le infezioni provocate non rispecchiavano con esattezza
le condizioni del campo di battaglia e perciò si decise di introdurre
nelle ferite anche piccole schegge di legno per simulare meglio la tipologia
militare delle ferite. Le successive trenta pazienti vennero divise in tre gruppi
di dieci: il primo gruppo fu infettato con batteri e pezzetti di legno, il secondo
con batteri e frammenti di vetro, il terzo gruppo oltre ai batteri venne infettato
con vetro e legno contemporaneamente.
Per rendersi conto personalmente degli sviluppi delle ricerche il dottor
Grawitz
si recò a Ravensbruck.
Grawitz
ascoltò il rapporto sugli esperimenti e chiese quante persone fossero
decedute. Saputo che ancora non vi erano stati decessi disse che gli esperimenti
non simulavano in alcun modo le condizioni che si verificavano al fronte.
Grawitz spiegò a
Fischer
che si stavano studiando infezioni nate su ferite provocate da colpi di arma
da fuoco e che perciò occorreva sparare alle prigioniere e ordinò
che gli esperimenti venissero condotti in questo modo.
Gebhardt
e
Fischer decisero che si doveva
evitare di sparare alle prigioniere perché i risultati della ferita potevano
essere imprevedibili. Perciò per simulare la rottura dei tessuti provocata
dall'impatto del proiettile cominciarono a tagliare i vasi sanguigni in modo
da non far irrorare la ferita. L'interruzione della circolazione avrebbe dovuto
favorire il fiorire della infezione. Furono anche abbandonate le inserzioni
di legno e vetro e oltre ai batteri vennero inoculate colture di streptococchi
e stafilococchi.
Il risultato fu che nel giro di 24 ore tutte le pazienti svilupparono infezioni
intense. A questo punto
Gebhardt
e
Fischer adottarono due tecniche:
una parte delle prigioniere venne trattata con i metodi chirurgici e un'altra
con i sulfamidici.
Le sofferenze delle prigioniere erano indicibili, le morti si susseguivano.
La ragione era semplice:
Gebhardt
non aveva alcun interesse a dimostrare la validità dei sulfamidici: il
suo punto di vista era che soltanto i metodi chirurgici potessero portare ad
una guarigione effettiva.
Fischer
aggiunse poi altri esperimenti non previsti: una polacca di 18 anni, Veronika
Kraska venne infettata con il tetano e anziché curarla con il siero antitetanico
le vennero somministrati sulfamidici. Ovviamente la ragazza morì in modo
atroce ma ancora una volta l'équipe di
Gebhardt
aveva dimostrato l'inutilità dei sulfamidici.
Il 24-26 maggio 1943 a Berlino alla Accademia Militare di Berlino
Gebhardt
dinanzi a più di 150 medici militari comunica le sue conclusioni: i sulfamidici
non sono efficaci, occorre continuare a trattare le ferite chirurgicamente.