Tornato in
Belgio Degrelle non riuscì
a reinserire né se stesso né il movimento rexista nella vita politica
del Paese.
Le ragioni erano svariate.
In primo luogo i belgi valloni a differenza di quelli fiamminghi non vivevano
l'occupazione come un momento verso una possibilie, futura indipendenza. Per
i belgi di lingua francese l'occupazione tedesca era la conseguenza della sconfitta.
In secondo luogo Degrelle risultava screditato insieme al suo movimento come
un collaborazionista dell'occupante.
Infine Degrelle non riscuoteva grande simpatia neppure tra i nazisti. Himmler
e i suoi collaboratori vedevano come "razzialmente più importanti"
i fiamminghi che - per loro - appartenevano al "ceppo germanico".
I belgi valloni, considerati "neo-latini" non rappresentavano un "materiale
biologico" pregiato.
Privo
di idee in grado di mobilitare il consenso, politicamente screditato, senza
l'aiuto decisivo dei tedeschi Degrelle divenne una figura di secondo piano.
I suoi tentativi di ottenere fondi dalla gerarchia ecclesiastica fallirono:
il cardinale van Roey gli rifiutò il denaro necessario per stampare il
suo giornale, il "Pay Réel".
Dopo la guerra Degrelle cercò spesso di accreditare la sua figura come
quella di un idealista puro impegnato nella crociata contro il comunismo in
nome dell'Europa. In realtà egli fu un politico cinico ed opportunista
disposto a tutto pur di ritagliarsi una parte di potere.
Impossibilitato a dare spessore al movimento rexista comprese che l'unica via
per uscire dall'anonimato passava per la collaborazione militare.
In cambio della partecipazione alla guerra avrebbe ottenuto un ruolo politico.
Occorreva perciò trasformare il movimento rexista in una struttura militare
in grado di combattere a fianco dei tedeschi.
Degrelle in abiti civili: la trasformazione in "guerriero per l'Europa"
è vicina.