Quando scoppiò la Seconda Guera Mondiale, io vivevo coi miei genitori
ad Amsterdam, in Olanda.
Il 20 giugno del 1943, mia nonna, i miei genitori e io fummo deportati nel
campo di concentramento di Westerbork,
nella provincia olandese di Drenthe, in quanto ebrei. A quel tempo l'Olanda
era occupata dai tedeschi.
Avevo appena compiuto dieci anni e avevo alle spalle tre anni di guerra, con
ogni genere di norme e leggi antiebraiche.
Dopo sei mesi di prigionia a Westerbork,
fummmo trasferiti a Theresienstadt, in quella che
allora si chiamava ancora Cecoslovacchia (oggi Repubblica Ceca).
Theresienstadt (in ceco Terezin) si trova a circa 45 chilometri (30 miglia)
a nord di Praga. Io sono abituata a chiamarla con il suo nome tedesco, perchè
il tedesco era la lingua ufficiale del campo anche se, naturalmente, i diversi
gruppi nazionali continuavano a usare al loro interno la loro lingua madre.
Fummo deportati da Westerbork
il 28 gennaio 1944 e arrivammo a Theresienstadt il
20 gennaio. Naturalmente, tutti gli adulti dovevano lavorare, ma all'inizio
della mia permanenza nel campo i bambini non lavoravano.
Tuttavia, molti convogli lasciavano Theresienstadt diretti verso quella che
chiamavamo "Polonia" o "l'Est" e nell'autunno del 1944
due grossi convogli partirono per Auschwitz e altri campi di sterminio (come
oggi sappiamo).
Per questo motivo e a causa dell'alto tasso di mortalità a Theresienstadt,
erano rimasti pochissimi adulti in grado di svolgere tutti i lavori necessari,
per cui i bambini a partire dai dieci anni di età vennero chiamati
a rimpiazzare gli adulti nel lavoro.
Noi bambini ricevevamo le stesse razioni di cibo degli adulti (che erano già
molto scarse) e queste non vennero modificate. Dovevamo lavorare lo stesso
numero di ore degli adulti, ossia dieci ore al giorno. Io avevo ormai undici
anni, quindi queste regole si applicavano anche a me.
Il mio primo impiego fu come Ordennanz, ossia portamessaggi. Il lavoro
era semplice. Dovevo portare messaggi orali o scritti ad altre persone, sia
all'interno della caserma nella quale abitavo (il Sichenheim, o casa
per gli anziani e i malati), sia all'esterno del Heim, ad altre caserme
e altre persone.
Tra l'altro, dovevamo portare messaggi scritti che informavano le persone
che erano state incluse nel convoglio successivo. Così noi bambini
venivamo trasformati in corrieri di morte, in piccoli Angeli della Morte.
Feci questo lavoro per un po' di tempo, poi fui chiamata a far parte di un
gruppo di bambini incaricati di raccogliere "castagne d'India" [le
castagne selvatiche dell'ippocastano - n.d.t.]. Allora come oggi non sapevo
a che cosa servissero.
Mi è stato detto che venivano utilizzate come ingrediente nella fabbricazione
del pane, cioè venivano utlizzate come sostanza saziante. Un altro
ingrediente era la segatura. Poichè questo lavoro si svolgeva al di
fuori del campo, eravamo strettamente sorvegliati. Il lavoro durò qualche
giorno, poi tornai ad essere un'Ordonnanz.
Poco dopo la raccolta delle castagne ci fu un altro lavoro temporaneo. Noi
bambini fummo chiamati (con notifica scritta, naturalmente) a recarci al crematorio.
Theresienstadt non aveva camere a gas, perchè
non era quello che oggi chiamiamo "campo della morte" o "campo
di sterminio", ma le persone morivano ugualmente come le mosche - di
fame, di malattia, di dissenteria cronica, di tifo o altre epidemie, per le
pessime condizioni igieniche e per la perdita della speranza.
I cadaveri non potevano essere sepolti perchè, essendo il terreno acquitrinoso,
l'acqua sarebbe filtrata all'interno delle fosse (così mi fu detto
allora) e quindi dovevano poi messe prevalentemente in scatole di cartone
(anche se alcuni studiosi parlano di urne di cartone e qualcuno dice che venivano
usate anche delle piccole scatole di legno).
Noi bambini dovevamo metterci in fila per uno e passare queste scatole al
bambino successivo, poi al terzo, e così via. Era autunno e faceva
già freddo. Stavamo là, in piedi; una fila di bambini in abiti
stracciati e ormai troppo piccoli, senza calze, senza guanti, tropo magri
e affamati.
Così, da Angeli della Morte eravamo diventati "smaltitori"
dei resti dei morti. Sulle scatole c'erano i nomi, anche se non ricordo se
ci fossero o meno delle etichette. Forse i nomi erano scritti direttamente
sulle scatole.
In ogni caso noi bambini sapevamo esattamente cosa contenessero le scatole,
se non altro perchè erano fatte male. Cerano dei buchi e gli angoli
non si chiudevano bene. A volte veniva via anche il coperchio. Attraverso
queste aperture, man mano che passavamo le scatole da un bambino all'altro,
fuoriuscivano ceneri e pezzetti di ossa.
Alcuni bambini dicevano di aver riconosciuto sulle scatole i nomi di loro
parenti - genitori, nonni, ecc.. Non so se questo fosse vero in tutti i casi
perchè, per non essere diversa dagli altri, io avevo "riconosciuto"
su una scatola il nome di mia nonna, ma non era vero. Mia nonna, infatti,
era morta a Westerbork e io lo
sapevo perfettamente.
Allora non sapevo cosa accadeva a quelle scatole una volta che avevano raggiunto
l'ultimo bambino. ora so che le scatole venivano caricate dai tedeschi su
dei camion e portate al fiume che scorrre nei presi di Theresienstadt. Una
volta giunti là, le ceneri venivano disperse nel fiume, che se le portava
via. Così furono smaltite migliaia di scatole di ceneri.
Noi bambini venivamo pagati per questo lavoro. Io ricordo di aver ricevuto
un pezzo di una specie di salsiccia. Altri bambini ricevettero delle sardine
invece della salsiccia. Avrei voluto portare la salsiccia alla baracca e dividerla
coi miei genitori, ma avevo troppa fame e la mangiai lungo la strada. Mi sono
portata dentro il senso di colpa per non aver diviso la salsicia coi miei
genitori per molti anni e me la porto dentro ancora oggi. Non credo che mi
lascierà mai.
Quel lavoro durò tre giorni, poi fummo "licenziati" e tornammo
ai nostri compiti precedenti. Non so quanto tempo ci volle per smaltire tutte
le ceneri, ma credo che ci siano voluti più di tre giorni, perchè
Theresienstadt era un inferno e vi morivano centinaia
di persone al giorno.
Finalmente l'esercito russo si imbattè casualmente nel campo e ci liberò.
Tuttavia non potemmo tornare subito a casa, perchè nel campo infuriava
un'epidemia di tifo. Così dovemmo aspettare ancora sei settimane prima
di poter tornare a casa. Poi fummo riportati ad Amsterdam, in Olanda.
R. Gabriele S. Silten
Ottobre 2003
Copyright © 2003 R. Gabriele S. Silten
