Secondo la burocrazia nazista il campo di Vught era considerato un campo di
concentramento ed era stato denominato "Konzentrationslager Herzogenbusch".
Posto nel sud dell'
Olanda vicino alla
cittadina di Hertogenbosch venne costruito nel 1942 e fu posto sotto la responsabilità
dell'Ufficio Centrale Economico Amministrativo (WVHA).
Il campo divenne operativo a partire dal 13 gennaio 1943 quando arrivò
un primo gruppo di prigionieri provenienti dal campo di Amersfoort. A comandare
il campo venne nominato Karl Chmielewski, un ufficiale SS noto per la sua brutalità
e che aveva già operato sin dal 1935 nei campi di concentramento tedeschi.
Chmielewski portò con sé 80 "kapò" (prigionieri
affidabili nominati capi di squadre di lavoro) che aveva comandato a Mauthausen.
Il suo intento era quello di organizzare in fretta un campo "modello".
Dietro disposizioni del WVHA però le atrocità che erano all'ordine
del giorno per Chmielewski furono strettamente limitate.
Il campo era diviso in diverse sezioni. Una denominata "Judendurchgangslager
- JDL", era destinata ad ospitare gli ebrei che da Vught venivano poi trasferiti
a Westerbork e di qui verso i campi di sterminio polacchi.
La
seconda sezione era il cosiddetto "Schutzhaftlager" cioè un
campo di sicurezza destinato ad accogliere prigionieri politici e membri della
resistenza belga ed olandese. Fu in questa sezione del campo che vennero commesse
le più orribili atrocità. Le guardie erano esclusivamente SS che
sui prigionieri sperimentarono tutte le forme di tortura che la crudeltà
suggeriva loro: uccisioni a colpi di bastone; uso di cani feroci per sbranare
le vittime; percosse con bastoni avvolti in filo spinato. A 900 metri dal campo
in uno spiazzo denominato "De Ijzeren Man", vennero fucilate centinaia
di persone.
Tra maggio ed agosto 1943 furono create due altre sezioni: il "Frauenkonzentrationslager"
(FKL) e il "Polizeiliches Durchgangslager" (PDL). La prima di queste
due nuove sezioni era destinata alle donne, la seconda invece per i prigionieri
presi come ostaggi da uccidere come rappresaglia per le operazioni della Resistenza.
Verso le donne - arrestate per aver aiutato in qualche modo la Resistenza -
i nazisti si accanirono in modo bestiale. Costruirono una cella larga due metri
e mezzo per tre metri e sessantacinque. In questo spazio angusto i nazisti stiparono
sessantasette donne tenendole chiuse per tredici giorni. Diciannove morirono,
tre impazzirono definitivamente e trenta vennero ricoverate in un ospedale psichiatrico.