"Juden haben waffen!" Storia dell'insurrezione del Ghetto di Varsavia
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Dal settembre 1942 al gennaio 1943 i tedeschi cercarono di rassicurare i superstiti
abitanti del ghetto. Non ci sarebbero state altre deportazioni verso Est, non
c'era più nulla da temere. Tuttavia qualcosa nel meccanismo di autoinganno
favorito dalle menzogne tedesche si era spezzato. Il ricordo dei familiari,
delle mogli, dei mariti, dei genitori, dei figli trasportati verso la morte
era troppo vivo negli scampati. Nessuno più si faceva illusioni o credeva
nelle menzogne naziste.
Nessuno più credeva che sarebbe uscito vivo dal ghetto. Se si doveva
morire questa volta si doveva però morire con onore, combattendo. Anche
chi non cercò di aggregarsi alla resistenza militare aveva maturato la
convinzione che occorresse combattere.
I combattenti della ZOB non elaborarono alcun piano di ritirata. A differenza
del movimento di resistenza della città di
Vilna,
l'
FPO che aveva pianificato
la rivolta per fuggire dal ghetto, la ZOB voleva morire con il Ghetto di Varsavia
difendendolo metro per metro.
Verso il 15 gennaio i nazisti compirono delle retate di uomini nella parte "ariana"
di Varsavia. Una gigantesca caccia al polacco in età di lavoro venne
scatenata dalla Gestapo. Nel Ghetto non ci si attendeva una azione nazista dopo
queste operazioni di rastrellamento.
Contrariamente alle previsioni alle 6 del mattino del 18 gennaio 1943 una colonna
tedesca entrò nel ghetto con il proposito di rastrellare gli abitanti.
La tecnica adottata era quella consueta: accerchiamento degli stabili e intimazione
ad uscirne. L'operazione colse completamente di sorpresa la ZOB: non c'era il
tempo di riunire il comando e prendere delle decisioni.
Anielewicz
si assunse la responsabilità dell'azione e con una dozzina di uomini
armati di pistola si introdusse nella colonna di prigionieri che stavano marciando
verso la Umschlagplatz dove i treni aspettavano. Ad un cenno convenuto, quando
la colonna arrivò all'angolo tra via Zamenhof e via Niska, ogni combattente
cominciò a scaricare la propria pistola sul tedesco più vicino.
Contemporaneamente
Yitzack
Zuckermann attirò un gruppo di nazisti in un appartamento di via
Zamenhof ferendone diversi.
L'attacco colse completamente di sorpresa i nazisti. Diversi rimasero sul terreno
e gli uomini della ZOB si impossessarono delle loro armi. Quando altre SS accorsero
in aiuto dei loro commilitoni gli uomini della ZOB fecero l'errore di combattere
allo scoperto per le vie del Ghetto. Fu un grave errore: numerosi rimasero uccisi
non potendo far fronte al numero e all'armamento dei nazisti.
Nonostante questo errore tattico l'effetto politico dell'azione fu enorme. Le
centinaia di prigionieri già incolonnati si dispersero sottraendosi alla
deportazione. Gli uomini della ZOB dimostrarono che non solo si poteva resistere
ma che si potevano uccidere anche gli uomini della "razza superiore".
I nazisti continuarono l'operazione sino al 22 gennaio continuamente disturbati
dagli attacchi della ZOB che questa volta cambiò tattica attaccando e
scomparendo.
Grazie alla resistenza armata della ZOB le SS riuscirono a deportare soltanto
650 persone e ad ucciderne sul posto 1.171 che erano state catturate. Considerando
che l’operazione mirava almeno al dimezzamento degli ebrei del Ghetto
il successo della resistenza appare evidente.
Quel che i difensori della ZOB non sapevano era che l'operazione cominciata
il 18 gennaio non mirava al totale svuotamento del ghetto. Durante i primi giorni
del gennaio 1943 l'automobile blindata di
Heinrich
Himmler percorse le strade del Ghetto per una visita che lo stesso Reichsführer
volle compiere per rendersi conto personalmente della situazione. Dopo questa
"ricognizione" Himmler domandò quanti ebrei rimanevano ancora
nel Ghetto. Gli si disse che si stimavano circa quarantamila residenti.
Al suo ritorno a Berlino
Himmler
scrisse una lettera al capo delle SS e della polizia di sicurezza
Krüger
ordinando l'immediata deportazione di almeno ottomila ebrei verso i campi di
sterminio e di altri sedicimila nelle fabbriche di munizioni di
Lublino.
Sammern-Frankenegg con l'operazione del 18 gennaio stava obbedendo ad un ordine
che proveniva direttamente da Berlino: rimuovere ventiquattromila ebrei dal
Ghetto. I seicentocinquanta ebrei catturati era tutto ciò che era riuscito
a fare.
La notizia dell'insuccesso venne ritrasmessa a Berlino.