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L'Olocausto in Grecia - 7
«Gli italiani baciano le ebree!…»

Nel suo diario Lucillo Merci, viceconsole italiano a Salonicco, ricorda che il 5 aprile 1943 Wisliceny si lamentò ufficialmente con lui.
Si era verificato un fatto di inaudita gravità. Erano stati visti soldati italiani accompagnarsi e baciare in pubblico donne ebree in disprezzo di ogni regola.

Le lamentele di Wisliceny rappresentano soltanto il lato più grottesco dei rapporti tra i nazisti e le autorità diplomatiche e militari italiane.
Come i nazisti già avevano potuto constatare in altre nazioni occupate, gli italiani aderivano soltanto formalmente alla politica razziale. All'atto pratico - quando si trattava di deportare gli ebrei - le Autorità italiane prendevano tempo e rimandavano l'attuazione dei provvedimenti richiesti a data da destinarsi.
In Grecia non soltanto gli italiani non assumevano concrete misure antiebraiche nel territorio da loro amministrato, si spingevano sino al "sabotaggio" degli sforzi tedeschi.


Alla fine del maggio 1942 il Consolato d'Italia a Parigi aveva chiesto istruzioni al Ministero degli Esteri. In Francia i nazisti avevano imposto restrizioni di vario tipo agli ebrei e tra queste l'obbligo di portare la stella gialla cucita sugli abiti. Il console domandava cosa dovesse fare se ebrei di nazionalità italiana avessero invocato la protezione consolare per evitare di sottostare alle restrizioni.
Il Ministero rispose in questo modo:
"Per difendere il prestigio che le comunità italiane hanno acquisito in vari Paesi del bacino mediterraneo, particolarmente in Tunisia, Grecia (Salonicco), Marocco ed Egitto non possiamo dissociarci dal destino di quegli ebrei che di queste comunità fanno parte.
Né possiamo - d'altro canto - permettere che misure discriminatorie siano applicate ad ebrei italiani residenti in altri paesi stranieri e, in particolare, nel territorio metropolitano francese nel quale il trattamento deve essere identico a quello adottato per i cittadini italiani non ebrei.
Questa nostra politica è motivata dal fatto che quegli ebrei godono della cittadinanza italiana e, conseguentemente, hanno il passaporto italiano che garantisce loro la nostra protezione.
Si aggiunga che mostrare indifferenza da parte nostra
[in Francia] ci porrebbe in una delicata situazione riguardo all'azione di tutela che intendiamo svolgere in difesa delle comunità ebraiche particolarmente della Tunisia e di Salonicco".
La posizione italiana era pertanto chiara: occorreva difendere i cittadini italiani di fede ebraica. Il Console italiano a Salonicco Guelfo Zamboni (che sarà proclamato "Giusto tra le Nazioni" dopo la guerra) e l'Ambasciatore ad Atene Pellegrino Ghigi salvarono 329 ebrei di Salonicco tra i quali 48 non erano di nazionalità italiana.
L'intervento a protezione degli ebrei italiani di Salonicco, in piena area d'occupazione tedesca, aveva ovviamente maggiore incisività nell'area della Grecia occupata dagli italiani.

Ribbentrop mobilitò la sua diplomazia. L'ambasciatore tedesco a Roma von Mackensen e il console Altenburg tentarono nel febbraio 1943 di convincere il governo italiano a consegnare i suoi 13.000 ebrei senza successo (si veda il documento di Norimberga N-4956).
Il 13 marzo 1943 von Mackensen scriveva a Berlino annunciando che gli italiani avevano promesso di internare gli ebrei greci nelle isole dello Ionio o in Italia (NG-5051).
Eichmann
consultato sulla questione dichiarò che non ci si poteva fidare degli italiani. L'esperto per i problemi ebraici Rademacher sostenne il medesimo punto di vista (NG-5051).
Il 7 maggio 1943 i nazisti capirono che non si sarebbe riusciti a convincere gli italiani a consegnare gli ebrei della loro zona. Horst Wagner del Ministero degli Esteri raccomandava l'RSHA di tentare di convincere gli italiani a effettuare le deportazioni promesse in Italia.
Di fatto non vi fu nulla da fare: gli italiani promettevano, prendevano tempo. Quando venivano loro richieste le ragioni che avevano impedito la deportazione adducevano scuse che ai nazisti apparivano "fantasiose".

Questa tecnica di dilazione continua ebbe successo. Per quasi due anni gli ebrei della zona d'occupazione italiana non vennero toccati. Sino all'8 settembre 1943.

23 aprile 1941, sede del comando dell'XI Armata Italiana. I greci si arrendono. Da sinistra seduto con il foglio tra le mani il generale greco Tsolakoglu; al centro (l'ufficiale calvo) il generale tedesco Jodl; a sinistra di spalle il generale italiano Ferrero. Per più di due anni gli ebrei della zona di occupazione italiana non soffrirono alcuna persecuzione.