La storia dell'Olocausto in Slovacchia - [pag.6/10]
Il
"Codice degli ebrei"
Nel settembre 1941 venne varato il cosiddetto "Judencodex", il "Codice
degli ebrei", in circa 300 articoli di legge antiebraici suddivisi in
due sezioni, una dedicata alla negazione dei diritti civili ed una alla regolamentazione
dell'espulsione dalla vita economica e sociale degli ebrei.
Si stabilirono spregevoli misure già tristemente note: obbligo di indossare
la stella gialla sugli abiti, abolizione della riservatezza della posta e del
domicilio, etc.
Dal punto di vista della definizione degli ebrei la soluzione slovacca non soltanto
riprendeva i termini delle leggi di Norimberga tedesche ma, in alcuni punti,
risultava anche più dura.
Una volta definiti gli ebrei si procedette alla "arianizzazione"
dell'economia: nel gennaio 1942 9.950 imprese ebraiche erano state liquidate
e altre 2.100 arianizzate.
Si procedette poi alla confisca di case ed appartamenti, delle macchine per
scrivere, delle pellicce, degli "abiti non indispensabili". Alla
fase delle confische seguì quella dei licenziamenti.
Soltanto 3.500 ebrei ritenuti indispensabili per l'economia vennero lasciati
ai loro posti di lavoro con uno stipendio ridotto fissato dal governo.
Quando la maggior parte degli ebrei ebbe perso il proprio lavoro comparvero
i campi di lavoro coatto: a Sered, Novaky e Vyhne.
Tutti gli ebrei vennero assoggettati alla amministrazione di una centrale ebraica
detta 'Ustredna Zidov', meglio nota come UZ. Nell'ottobre del
1942 dei 15.000 ebrei residenti a Bratislava 10.000 vennero fatti allontanare
dalla città e sparsi in cittadine e villaggi.
Tutto ora era pronto per la deportazione verso i campi della morte.

Due guardie Hlinka in un campo di concentramento slovacco