Di fronte alla minaccia di essere deportati gli ebrei slovacchi reagirono principalmente
cercando di fuggire in
Ungheria.
Secondo i dati ufficiali del governo slovacco entro novembre 1942 in circa 7.000
avevano trovato scampo in questo modo. Qualche migliaio riuscì a nascondersi.
L'atteggiamento più diffuso e per certi versi più incomprensibile
fu il tentativo di convertirsi al cristianesimo. Si trattò di una strategia
di sopravvivenza che venne scelta da circa 10.000 persone, una strategia perdente
in partenza.
Il "Codice degli Ebrei" del 1941 non definiva gli ebrei in quanto
fedeli della religione ebraica ma in quanto "razza". Convertirsi
non metteva al sicuro nessuno. Eppure, nonostante fossero stati deportati anche
i convertiti nelle retate del marzo-maggio 1942 le conversioni continuarono.
Si era forse diffusa l'illusoria convinzione che le Chiese avrebbero voluto
o potuto difendere i nuovi convertiti. Una convinzione che si rivelò
del tutto infondata.
Un'altra strategia fu affidarsi alla corruzione delle SS per ritardare
il più possibile le deportazioni.
Questo tentativo nacque in seno al Consiglio Centrale Ebraico, l'UZ.
Questa organizzazione voluta dai nazisti era diretta dal suo anziano presidente
Arpad Sebesteyn. Su di lui e sulla sua capacità di opporsi alle pretese
dei nazisti non vi era da fare alcun affidamento. Sebesteyn era un anziano debole
e timoroso. Vi erano all'interno dell'UZ anche dei collaborazionisti
come ad esempio Karel Hochberg che per non essere deportato si era trasformato
in informatore delle SS.
Ma all'interno dell'UZ opravano anche esponenti più coraggiosi
come
Gisi Fleischmann
che, insieme ad altri colleghi che lavoravano con lei, era convinta della possibilità
di corrompere alcune SS e in particolare
Dieter
Wisliceny.
Il piano venne sostenuto dal rabbino Weissmandel che si adoperò per raccogliere
le somme necessarie. L'effettiva corruzione di Wisliceny è un fatto
rimasto oscuro.
Secondo diverse testimonianze la
Fleischmann
fece pervenire a
Wisliceny
40.000 dollari in cambio della interruzione dei rapporti. Comunque si siano
svolti ifatti occorre dire che
Wisliceny
non era in grado da solo di interrompere le operazioni di deportazione.
L'interruzione effettivamente ci fu ma per ragioni assai più complesse
di un riuscito tentativo di corruzione.