| La storia dell'Olocausto in Ungheria
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| L'inizio del massacro: Novi Sad |
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| La consegna degli "Ebrei stranieri" ai
Tedeschi e il successivo massacro di Kamets Podolsk fu il primo campanello
d'allarme di un progressivo imbarbarimento. Tuttavia chi voleva ancora
illudersi poteva cullarsi nella considerazione che il massacro era stato
messo in pratica da Tedeschi e non da Ungheresi. L'idea che le autorità ungheresi
non avrebbero permesso atrocità si infranse nel 1942. Nel gennaio 1942, si vide di cosa erano capaci i generali ungheresi sul campo in fatto di atrocità. Il territorio tolto alla Jugoslavia ed occupato dagli Ungheresi, comprendeva l'attuale Voivodina sino al confine segnato dal fiume Drava. Sul territorio si era formata una embrionale forma di resistenza partigiana, Il 4 gennaio 1942 unità della gendarmeria ungherese circondarono il villaggio di Zsablya e procedettero a una perquisizione casa per casa. Durante questa operazione alcuni gruppi partigiani reagirono e i gendarmi ungheresi lasciarono sul terreno sei uomini. Temendo che la situazione potesse precipitare il responsabile della gendarmeria chiese rinforzi. Il governo decise, su proposta del ministro della Guerra Keresztes-Fischer, l'uso dell'esercito. Il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Ferenc Szombathely inviò in zona un ufficiale rabbiosamente antisemita e sanguinario il generale Ferenc Feketehalmy-Czeydner, comandante del V Corpo. Feketehalmy-Czeydner ordinò al colonnello Laszlo Deak di assistere la gendarmeria con tre battaglioni di regolari e delle "guardie civili” reclutate tra le etnie ungherese e tedesca della Bucovina. Benché i partigiani fossero stati individuati e un certo numero catturato e fucilato, i militari ungheresi decisero di impartire una lezione alle popolazioni civili. Il villaggio di Zsablya venne circondato e i suoi 1.400 abitanti massacrati. Stessa sorte la subirono alcuni villaggi vicini come Carg dove i 1.800 abitanti furono sterminati. Per uccidere i civili venne usato anche il fiume Tsza che - a causa della temperatura bassissima di quell'inverno particolarmente freddo era gelato. |
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| Le vittime vennero costrette a gettarsi nel fiume e i carnefici le tennero sotto il pelo dell'acqua con lunghe aste. | Il 12 gennaio, come risulta dal rapporto ufficiale del generale Feketehalmy-Czeydner, venne deciso di estendere l'operazione terroristica alla città di Novi Sad. Il generale Jozsef Grassy entrò nella città il 20 gennaio con le truppe mentre un nucleo della gendarmeria era comandato dal capitano Marton Zoldi. | |
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La città fu divisa in otto aree.
3.309 persone (tra le quali 147 bambini e 299 anziani) vennero massacrate
lungo le rive del fiume e presso il cimitero locale. La maggior parte
delle vittime erano Serbi ma vi era anche l'intera Comunità ebraica
di Novi Sad: 700 persone in tutto. La città venne devastata per
tre giorni consecutivi. La notizia dei massacri giunse sino a Budapest
ma il governo Bardossy accettò la
versione dei militari che sostenevano di aver agito secondo gli ordini
e contro ribelli. L'intera questione venne insabbiata e, come vedremo,
tornò alla ribalta solo quando l'Ungheria si ritrovò nella
necessità di presentarsi agli Alleati con un atteggiamento di
legalità democratica. I fatti di Novi Sad non furono episodi isolati ma la logica conseguenza di un atteggiamento fascista ed antisemita che nei ranghi dell'esercito era cresciuto grazie all'infiltrazione di elementi violenti operata ai tempi del governo Gombos. Nelle foto a fianco, in alto: fucilazioni per le vie di Novi Sad; in basso: una impiccagione in un villaggio vicino Nota bibliografica Il massacro di Novi Sad e dei vicini villaggi è ben documentato in Braham, Randolph L, The politics of genocide: the Holocaust in Hungary, Rosenthal Institute for Holocaust Studies, Graduate Center/City University of New York Social Science Monographs Distributed by Columbia University Press, New York Boulder, New York, 1994, pp. 214-222. In lingua italiana vedi Raoul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d'Europa, Einaudi, Torino, 1999, pp. 829-831. |
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