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  La storia dell'Olocausto in Ungheria - [pag. 14/29]
 
 
  Gli Ebrei: carne da lavoro
 
 
         
 

Nonostante i fatti di Novi Sad e l'orribile massacro di Kamenets-Podolsky nulla si seppe in Ungheria. Gli Ebrei ungheresi continuarono a sentirsi relativamente al sicuro nel loro Paese. Questa sensazione, rafforzata dall'alternarsi di governi collaborazionisti e più moderati, era ovviamente sbagliata e, al contempo, irrealistica. Si trattava di un gigantesco autoinganno. In realtà chi avesse voluto capire avrebbe potuto comprendere senza molte difficoltà specialmente dopo la dichiarazione di guerra ungherese all'Unione Sovietica.
Il governo ungherese ritenne che entrare in guerra contro i Sovietici fosse esclusivamente una questione formale. L'esercito ungherese infatti, male armato e peggio equipaggiato, si pensava a Budapest, non poteva essere di grande interesse per la macchina da guerra nazista. Nel settembre 1941 il reggente Horthy e Bardossy si recarono a Berlino e affrontarono con Hitler la questione della partecipazione ungherese alla guerra. Gli Ungheresi fecero presenti le condizioni di debolezza dell'esercito magiaro e, sottolineando che con l'avanzata in territorio sovietico si sarebbe accresciuta l'attività di sabotaggio, propose che le forze armate ungheresi fossero usate in un ruolo di protezione antipartigiana. I Tedeschi concordarono con i ragionamenti di Horthy e accettarono un contingente da usare dietro le prime linee. La situazione mutò pochi mesi dopo. Nei primi giorni del gennaio 1942 Hitler inviò ad Horthy una lettera nella quale chiedeva un maggior impegno militare ungherese. In modo informale a Budapest il 9 gennaio Ribbentrop fece sapere che sarebbe stata "desiderabile” una mobilitazione generale dell'esercito ungherese. Pochi giorni dopo si svolse una visita ufficiale a Budapest del capo di stato maggiore Keitel. I Tedeschi chiesero esplicitamente che l'Ungheria inviasse al fronte russo la Seconda Armata forte di 200.000 uomini. A questo punto gli Ungheresi dovettero cedere.
Questa evoluzione del quadro militare ebbe una ripercussione diretta sul destino degli Ebrei ungheresi. Sin dal 1939 infatti gli Ebrei erano direttamente coinvolti nella macchina militare ungherese.
A seguito delle leggi discriminatorie una fetta sempre più crescente di Ebrei si era trovata priva di impiego e - soprattutto - della possibilità di lavorare. La legge numero 2 del 1939 stabiliva (art. 87-94) che tutti i maschi di età compresa tra i 14 e i 60 anni erano tenuti a contribuire alla difesa della nazione nei limiti delle loro capacità fisiche e mentali. Vi era poi un altro articolo della legge (230) che specificava che tutti i cittadini dai 22 anni in su giudicati non utilizzabili per il servizio militare, erano tenuti a prestare servizi di pubblico interesse per un periodo massimo di tre mesi con la stessa paga e lo steso equipaggiamento dei soldati. L'unica differenza stava nel fatto che questi "lavoratori coatti” non erano abilitati all'uso delle armi. Poiché tutti gli Ebrei erano stati cacciati dall'esercito e giudicati inabili al servizio militare essi ricadevano nei soggetti obbligati dall'articolo 230.
Visto il grande numero di Ebrei soggetti al lavoro coatto fu necessario stabilire bene quali fossero le condizioni di impiego. Nacquero così i "Battaglioni di lavoro”. Sino a quando le unità militari ungheresi furono poco impegnate al fronte in contatto diretto col nemico il lavoro e l'impiego di questi "Battaglioni di lavoro” si svolse entro un quadro di tollerabilità. Con il governo Bardossy le cose iniziarono a peggiorare. Si stabilì anzitutto che il periodo di impiego per gli Ebrei sarebbe passato da sei mesi a due anni.

 
Abony, appello dei nuovi arrivati
   
Campo di Abony, 1940: appello dei nuovi arrivati. L'età media è evidentemente alta.  
   
Foto: un momento di riposo degli Ebrei
   

Kiszombor, 1944: un gruppo di "Ebrei da lavoro" cerca di riposarsi durante una pausa. anche qui risulta evidente la presenza di persone inadatte per età a lavori pesanti.

 
   
Foto: una marcia forzata di un battaglione ebraico da lavoro
   

Nyergesujfalu, Ungheria. 1944: "Ebrei da lavoro" in marcia scortati da uomini dell'esercito.

 




  
 
Il 17 marzo 1942 si decise che gli Ebrei arruolati nei battaglioni dovessero indossare abiti civili e una insegna sul cappello che li identificasse, insieme ad un collare al braccio, come Ebrei. Agli Ebrei convertiti al Cristianesimo fu concesso di indossare una fascia con una croce. La Seconda Armata Ungherese inviata verso le pianure dell'Ucraina nell'aprile 1942 contava alla fine 250.000 uomini e, al suo seguito, 50.000 Ebrei inquadrati nei "Battaglioni di lavoro”.
Questi uomini furono utilizzati nei compiti più pericolosi e estenuanti: costretti a sminare a mani nude i campi minati, a trasportare materiali al posto degli animali da soma, a costruire fortificazioni senza strumenti adatti. Alcuni ufficiali particolarmente sadici costringevano per divertirsi a far saltare di ramo in ramo i prigionieri fino a farli cadere per la stanchezza. Così morì Atilla Petschauer campione olimpico di scherma. Il dramma arrivò quando i Sovietici passarono alla controffensiva. Tra il gennaio ed il febbraio 1943 la Terza Armata Ungherese venne fatta a pezzi lasciando sul terreno 35.000 morti e 40.000 feriti ed un numero imprecisato di prigionieri. Durante la ritirata caotica che ne seguì agli Ebrei venne negato il cibo, gli abiti per resistere al freddo e le SS e la polizia militare tedesca che li incontrava aveva preso l'abitudine di fucilarli sul posto.
Secondo i dati ufficiali di 37.200 Ebrei inviati in Unione Sovietica 25.456 vennero uccisi, feriti o risultarono dispersi al ritiro delle truppe ungheresi dal fronte.
 
           
         



  
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