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Nonostante i fatti di
Novi Sad e l'orribile massacro di Kamenets-Podolsky nulla si seppe
in Ungheria. Gli Ebrei ungheresi continuarono a sentirsi relativamente
al sicuro nel loro Paese. Questa sensazione, rafforzata dall'alternarsi
di governi collaborazionisti e più moderati, era ovviamente
sbagliata e, al contempo, irrealistica. Si trattava di un gigantesco
autoinganno. In realtà chi avesse voluto capire avrebbe potuto
comprendere senza molte difficoltà specialmente dopo la dichiarazione
di guerra ungherese all'Unione Sovietica.
Il governo ungherese ritenne che entrare in guerra contro i Sovietici fosse
esclusivamente una questione formale. L'esercito ungherese infatti, male armato
e peggio equipaggiato, si pensava a Budapest, non poteva essere di grande interesse
per la macchina da guerra nazista. Nel settembre 1941 il reggente Horthy e Bardossy si
recarono a Berlino e affrontarono con Hitler la questione della partecipazione
ungherese alla guerra. Gli Ungheresi fecero presenti le condizioni di debolezza
dell'esercito magiaro e, sottolineando che con l'avanzata in territorio sovietico
si sarebbe accresciuta l'attività di sabotaggio, propose che le forze
armate ungheresi fossero usate in un ruolo di protezione antipartigiana. I
Tedeschi concordarono con i ragionamenti di Horthy e
accettarono un contingente da usare dietro le prime linee. La situazione mutò pochi
mesi dopo. Nei primi giorni del gennaio 1942 Hitler inviò ad Horthy una
lettera nella quale chiedeva un maggior impegno militare ungherese. In modo
informale a Budapest il 9 gennaio Ribbentrop fece
sapere che sarebbe stata "desiderabile” una mobilitazione generale dell'esercito
ungherese. Pochi giorni dopo si svolse una visita ufficiale a Budapest del capo
di stato maggiore Keitel. I
Tedeschi chiesero esplicitamente che l'Ungheria inviasse al fronte russo la
Seconda Armata forte di 200.000 uomini. A questo punto gli Ungheresi dovettero
cedere.
Questa evoluzione del quadro militare ebbe una ripercussione diretta sul destino
degli Ebrei ungheresi. Sin dal 1939 infatti gli Ebrei erano direttamente coinvolti
nella macchina militare ungherese.
A seguito delle leggi discriminatorie una fetta sempre più crescente
di Ebrei si era trovata priva di impiego e - soprattutto - della possibilità di
lavorare. La legge numero 2 del 1939 stabiliva (art. 87-94) che tutti i maschi
di età compresa tra i 14 e i 60 anni erano tenuti a contribuire alla
difesa della nazione nei limiti delle loro capacità fisiche e mentali.
Vi era poi un altro articolo della legge (230) che specificava che tutti i
cittadini dai 22 anni in su giudicati non utilizzabili per il servizio militare,
erano tenuti a prestare servizi di pubblico interesse per un periodo massimo
di tre mesi con la stessa paga e lo steso equipaggiamento dei soldati. L'unica
differenza stava nel fatto che questi "lavoratori coatti” non erano abilitati
all'uso delle armi. Poiché tutti gli Ebrei erano stati cacciati dall'esercito
e giudicati inabili al servizio militare essi ricadevano nei soggetti obbligati
dall'articolo 230.
Visto il grande numero di Ebrei soggetti al lavoro coatto fu necessario stabilire
bene quali fossero le condizioni di impiego. Nacquero così i "Battaglioni
di lavoro”. Sino a quando le unità militari ungheresi furono poco
impegnate al fronte in contatto diretto col nemico il lavoro e l'impiego di
questi "Battaglioni di lavoro” si svolse entro un quadro di tollerabilità.
Con il governo Bardossy le cose iniziarono
a peggiorare. Si stabilì anzitutto che il periodo di impiego per gli
Ebrei sarebbe passato da sei mesi a due anni. |
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| Campo di Abony, 1940: appello dei nuovi arrivati.
L'età media è evidentemente alta. |
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Kiszombor, 1944: un gruppo di "Ebrei
da lavoro" cerca di riposarsi durante una pausa. anche qui
risulta evidente la presenza di persone inadatte per età a
lavori pesanti. |
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Nyergesujfalu, Ungheria. 1944: "Ebrei
da lavoro" in marcia scortati da uomini dell'esercito. |
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Il 17 marzo 1942 si decise
che gli Ebrei arruolati nei battaglioni dovessero indossare abiti
civili e una insegna sul cappello che li identificasse, insieme
ad un collare al braccio, come Ebrei. Agli Ebrei convertiti al
Cristianesimo fu concesso di indossare una fascia con una croce.
La Seconda Armata Ungherese inviata verso le pianure dell'Ucraina
nell'aprile 1942 contava alla fine 250.000 uomini e, al suo seguito,
50.000 Ebrei inquadrati nei "Battaglioni di lavoro”.
Questi uomini furono utilizzati nei compiti più pericolosi e estenuanti:
costretti a sminare a mani nude i campi minati, a trasportare materiali al posto
degli animali da soma, a costruire fortificazioni senza strumenti adatti. Alcuni
ufficiali particolarmente sadici costringevano per divertirsi a far saltare di
ramo in ramo i prigionieri fino a farli cadere per la stanchezza. Così morì Atilla
Petschauer campione olimpico di scherma. Il dramma arrivò quando i Sovietici
passarono alla controffensiva. Tra il gennaio ed il febbraio 1943 la Terza Armata
Ungherese venne fatta a pezzi lasciando sul terreno 35.000 morti e 40.000 feriti
ed un numero imprecisato di prigionieri. Durante la ritirata caotica che ne seguì agli
Ebrei venne negato il cibo, gli abiti per resistere al freddo e le SS e la polizia
militare tedesca che li incontrava aveva preso l'abitudine di fucilarli sul posto.
Secondo i dati ufficiali di 37.200 Ebrei inviati in Unione Sovietica 25.456 vennero
uccisi, feriti o risultarono dispersi al ritiro delle truppe ungheresi dal fronte. |
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