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Il corso dell'operazione procedeva alla velocità auspicata
da Eichmann e dai
suoi complici. Un avvenimento imprevisto però rallentò tutto:
all'interno del governo ungherese si verificò una spaccatura
sulla questione ebraica.
Una lunga serie di memorandum che raccontavano ciò che accadeva in Ungheria
filtrarono all'estero verso personalità civili e religiose dei Paesi neutrali
e di qui giunsero nelle capitali alleate. La stampa svizzera iniziò a
pubblicare queste pagine che raccontavano gli orrori della deportazione e della
ghettizzazione. Questa campagna di stampa scosse notevolmente il reggente Horthy.
In più le sorti della guerra erano diventate chiare. Gli Alleati erano
sbarcati il 6 giugno in Normandia aprendo un nuovo fronte di guerra. Horthy chiese
il ritiro delle truppe tedesche dall'Ungheria direttamente ad Hitler ma non ricevette
alcuna risposta. Le preoccupazioni del reggente aumentarono. Sempre all'inizio
di giugno scrisse al capo del governo Sztojay chiedendogli
l'esenzione per una serie di categorie di Ebrei "utili per l'economia ungherese”.
Il 21 giugno durante il consiglio dei ministri, Mihaly Arnothy-Jungerth, ministro
degli Esteri del governo, illustrò la situazione connessa alle deportazioni.
Fece notare che l'intera stampa neutrale parlava apertamente dell'inumanità delle
operazioni contro gli Ebrei. Sostenne che in base alle informazioni in suo possesso
gli Ebrei venivano trasportati in carri bestiame sino a dei centri di sterminio
dove venivano uccisi con il gas e i corpi cremati. A queste osservazioni rispose Endre con
un lungo memorandum nel quale tra le altre cose vantava il fatto che al 7 giugno
erano state deportate 276.416 persone e che grazie a questa operazione l'Ungheria
era stata "liberata da un incubo durato centinaia di anni'. |
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Sopra: 1944, gli Ebrei di Debrecen vengono caricati
sui treni.
In basso a sinistra: gli Ebrei di Koszeg attraversano la cittadina verso i treni
che li condurranno ai campi di sterminio. |
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Le menzogne di Endre erano così palesi
che Arnothy-Junger commentò il rapporto sarcasticamente
dicendo che se le cose stavano effettivamente come erano state
illustrate, "c'è effettivamente da dolersi per il fatto
di non essere Ebrei e perciò di non poter partecipare a
queste divertenti escursioni”. La discussione proseguì in
modo sempre più acceso. Arnothy-Junger diede lettura di
un documento della Commissione Affari Esteri del Congresso Americano
che intimava all'Ungheria di cessare la deportazione degli Ebrei.
Alla fine della riunione il Consiglio dei ministri decise di porre
fine alle deportazioni. In una seconda riunione del 24 giugno Arnothy-Junger
ribadì ai suoi colleghi, con un accorato appello, che la
deportazione degli Ebrei avrebbe avuto alla fine della guerra gravi
conseguenze per l'Ungheria. Dalla sua parte si schierarono i ministri
Imredy e Kunder. Il ministro degli Interni Jaross ribatté che
la pubblica opinione avrebbe presto dimenticato gli Ebrei e che,
in ogni caso, si trattava di menzogne e che gli Ebrei erano inviati
al lavoro in Germania. Fu a questo punto che il ministro Jurcsek
disse che "i bambini e i vecchi venivano inviati insieme ai lavoratori
perché i lavoratori ebrei lavorano con maggiore serenità con
i loro cari vicini”. Jurcsek concluse suggerendo al ministro
degli Esteri di dare questa spiegazione alle interrogazioni degli
ambasciatori dei Paesi neutrali. Sebbene alla fine non venne presa
alcuna decisione di fermare le deportazioni la spaccatura che si
era verificata nel governo era drammatica. Alla fine di giugno
aumentarono le pressioni anche su Horthy.
Il vecchio conte Bethlen - che
viveva nascosto per evitare di essere arrestato dai Tedeschi -
indirizzò al reggente un memorandum nel quale chiedeva la
rimozione di Sztojay e la cessazione
della "inumana, stupida e crudele persecuzione degli Ebrei che
non appartiene al carattere degli Ungheresi ma che, grazie all'attuale
governo, sta infangando il nome dell'Ungheria davanti agli occhi
del mondo”.
Il 25 giugno Pio XII indirizzava ad Horthy un
appello personale. Il 26 giugno il Presidente Roosvelt chiese l'immediata cessazione
delle deportazioni minacciando rappresaglie in caso di rifiuto. Le parole del
presidente furono rafforzate, giorni dopo, da un inusualmente pesante bombardamento il 2 luglio.
A questo punto Horthy il 26 giugno convocò il
Consiglio della Corona che aveva all'ordine del giorno la questione della deportazione
degli Ebrei.
Secondo quanto ricordò poi Arnothy-Jungerth, Horthy concluse
la riunione con queste parole: "Non tollererò più questa situazione.
Non permetterò che le deportazioni portino ancora altra vergogna sugli
Ungheresi. Il Governo prenda le misure necessarie per la rimozione di Baky e
di Endre. La deportazione degli Ebrei di Budapest
deve cessare. Il Governo prenda i necessari provvedimenti".
Ancora non accadde nulla. Si svolsero altre riunioni, si discusse animatamente
ma per altri giorni non si prese alcuna decisione. Soltanto il 7 luglio, finalmente,
Horthy pubblicamente ordinò di fermare le deportazioni. Alcuni giorni
prima il reggente aveva chiesto ufficialmente a Veesenmayer che la Gestapo e
le SS lasciassero il Paese. Eichmann quando
apprese la notizia della cessazione delle deportazioni divenne furioso. Non aveva
nessuna intenzione di interrompere quell'impresa che, sino a quel momento, rappresentava
la migliore operazione della sua carriera. Senza curarsi degli ordini di Horthy,
tra il 19 e il 24 luglio deportò altri 3.000 Ebrei. Intanto a Berlino
si discuteva su quale atteggiamento assumere. Con i sovietici alle porte dell'Ungheria
era da scartare l'ipotesi di un intervento immediato per deporre Horthy.
Così Hitler assunse una posizione insolitamente "morbida”. Accettò il
piano ungherese per rilasciare 7.800 Ebrei e lasciò che fosse Veesenmayer a
premere sul reggente. Il plenipotenziario tedesco il 17 luglio avvertì Horthy che
la Germania si attendeva che i patti venissero rispettati e che le deportazioni
fossero riprese. A questo proposito suggerì un piano di "pubbliche relazioni” per
spiegare agli Ungheresi e alla comunità internazionale il senso della
deportazione degli Ebrei. Tuttavia la situazione precipitava velocemente. Il
7 agosto Horthy licenziò il ministro
degli Interni Jaross, il responsabile principale
della deportazione. Il 22 agosto ancora una volta pubblicamente il reggente manifestò la
sua opposizione alle deportazioni. Intanto si spargeva la voce che il 25 agosto
sarebbe scattata una operazione di rastrellamento di tutti gli Ebrei della capitale.
Frattanto Eichmann era costretto
a gettare la spugna e a lasciare incompiuto il suo ultimo massacro: il 24 agosto
insieme ai suoi uomini partì da Budapest. Il 29 agosto Horthy licenziò il
governo di Sztojay e nominò nuovo primo
ministro il generale Gesa Lakatos. Il nuovo
governo all'inizio di settembre licenziò Endre e Baky.
Gli Ebrei di Budapest cominciarono a pensare di essere salvi ma la partita era
ancora tutta da giocare. |
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