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  La storia dell'Olocausto in Ungheria - [pag. 21/29]
 
 
  La deportazione si arresta
 
 
         
 
Il corso dell'operazione procedeva alla velocità auspicata da Eichmann e dai suoi complici. Un avvenimento imprevisto però rallentò tutto: all'interno del governo ungherese si verificò una spaccatura sulla questione ebraica.
Una lunga serie di memorandum che raccontavano ciò che accadeva in Ungheria filtrarono all'estero verso personalità civili e religiose dei Paesi neutrali e di qui giunsero nelle capitali alleate. La stampa svizzera iniziò a pubblicare queste pagine che raccontavano gli orrori della deportazione e della ghettizzazione. Questa campagna di stampa scosse notevolmente il reggente Horthy. In più le sorti della guerra erano diventate chiare. Gli Alleati erano sbarcati il 6 giugno in Normandia aprendo un nuovo fronte di guerra. Horthy chiese il ritiro delle truppe tedesche dall'Ungheria direttamente ad Hitler ma non ricevette alcuna risposta. Le preoccupazioni del reggente aumentarono. Sempre all'inizio di giugno scrisse al capo del governo Sztojay chiedendogli l'esenzione per una serie di categorie di Ebrei "utili per l'economia ungherese”. Il 21 giugno durante il consiglio dei ministri, Mihaly Arnothy-Jungerth, ministro degli Esteri del governo, illustrò la situazione connessa alle deportazioni. Fece notare che l'intera stampa neutrale parlava apertamente dell'inumanità delle operazioni contro gli Ebrei. Sostenne che in base alle informazioni in suo possesso gli Ebrei venivano trasportati in carri bestiame sino a dei centri di sterminio dove venivano uccisi con il gas e i corpi cremati. A queste osservazioni rispose Endre con un lungo memorandum nel quale tra le altre cose vantava il fatto che al 7 giugno erano state deportate 276.416 persone e che grazie a questa operazione l'Ungheria era stata "liberata da un incubo durato centinaia di anni'.




  
Foto: Gli Ebrei di Koszeg attraversano la cittadina verso i treni che li condurranno ai campi di sterminio.
 
Foto: gli Ebrei di Debrecen vengono caricati sui treni.
   
Sopra: 1944, gli Ebrei di Debrecen vengono caricati sui treni.

In basso a sinistra: gli Ebrei di Koszeg attraversano la cittadina verso i treni che li condurranno ai campi di sterminio.
 



 
 
Le menzogne di Endre erano così palesi che Arnothy-Junger commentò il rapporto sarcasticamente dicendo che se le cose stavano effettivamente come erano state illustrate, "c'è effettivamente da dolersi per il fatto di non essere Ebrei e perciò di non poter partecipare a queste divertenti escursioni”. La discussione proseguì in modo sempre più acceso. Arnothy-Junger diede lettura di un documento della Commissione Affari Esteri del Congresso Americano che intimava all'Ungheria di cessare la deportazione degli Ebrei. Alla fine della riunione il Consiglio dei ministri decise di porre fine alle deportazioni. In una seconda riunione del 24 giugno Arnothy-Junger ribadì ai suoi colleghi, con un accorato appello, che la deportazione degli Ebrei avrebbe avuto alla fine della guerra gravi conseguenze per l'Ungheria. Dalla sua parte si schierarono i ministri Imredy e Kunder. Il ministro degli Interni Jaross ribatté che la pubblica opinione avrebbe presto dimenticato gli Ebrei e che, in ogni caso, si trattava di menzogne e che gli Ebrei erano inviati al lavoro in Germania. Fu a questo punto che il ministro Jurcsek disse che "i bambini e i vecchi venivano inviati insieme ai lavoratori perché i lavoratori ebrei lavorano con maggiore serenità con i loro cari vicini”. Jurcsek concluse suggerendo al ministro degli Esteri di dare questa spiegazione alle interrogazioni degli ambasciatori dei Paesi neutrali. Sebbene alla fine non venne presa alcuna decisione di fermare le deportazioni la spaccatura che si era verificata nel governo era drammatica. Alla fine di giugno aumentarono le pressioni anche su Horthy. Il vecchio conte Bethlen - che viveva nascosto per evitare di essere arrestato dai Tedeschi - indirizzò al reggente un memorandum nel quale chiedeva la rimozione di Sztojay e la cessazione della "inumana, stupida e crudele persecuzione degli Ebrei che non appartiene al carattere degli Ungheresi ma che, grazie all'attuale governo, sta infangando il nome dell'Ungheria davanti agli occhi del mondo”.
Il 25 giugno Pio XII indirizzava ad Horthy un appello personale. Il 26 giugno il Presidente Roosvelt chiese l'immediata cessazione delle deportazioni minacciando rappresaglie in caso di rifiuto. Le parole del presidente furono rafforzate, giorni dopo, da un inusualmente pesante bombardamento il 2 luglio. A questo punto Horthy il 26 giugno convocò il Consiglio della Corona che aveva all'ordine del giorno la questione della deportazione degli Ebrei.
Secondo quanto ricordò poi Arnothy-Jungerth, Horthy concluse la riunione con queste parole: "Non tollererò più questa situazione. Non permetterò che le deportazioni portino ancora altra vergogna sugli Ungheresi. Il Governo prenda le misure necessarie per la rimozione di Baky e di Endre. La deportazione degli Ebrei di Budapest deve cessare. Il Governo prenda i necessari provvedimenti".
Ancora non accadde nulla. Si svolsero altre riunioni, si discusse animatamente ma per altri giorni non si prese alcuna decisione. Soltanto il 7 luglio, finalmente, Horthy pubblicamente ordinò di fermare le deportazioni. Alcuni giorni prima il reggente aveva chiesto ufficialmente a Veesenmayer che la Gestapo e le SS lasciassero il Paese. Eichmann quando apprese la notizia della cessazione delle deportazioni divenne furioso. Non aveva nessuna intenzione di interrompere quell'impresa che, sino a quel momento, rappresentava la migliore operazione della sua carriera. Senza curarsi degli ordini di Horthy, tra il 19 e il 24 luglio deportò altri 3.000 Ebrei. Intanto a Berlino si discuteva su quale atteggiamento assumere. Con i sovietici alle porte dell'Ungheria era da scartare l'ipotesi di un intervento immediato per deporre Horthy. Così Hitler assunse una posizione insolitamente "morbida”. Accettò il piano ungherese per rilasciare 7.800 Ebrei e lasciò che fosse Veesenmayer a premere sul reggente. Il plenipotenziario tedesco il 17 luglio avvertì Horthy che la Germania si attendeva che i patti venissero rispettati e che le deportazioni fossero riprese. A questo proposito suggerì un piano di "pubbliche relazioni” per spiegare agli Ungheresi e alla comunità internazionale il senso della deportazione degli Ebrei. Tuttavia la situazione precipitava velocemente. Il 7 agosto Horthy licenziò il ministro degli Interni Jaross, il responsabile principale della deportazione. Il 22 agosto ancora una volta pubblicamente il reggente manifestò la sua opposizione alle deportazioni. Intanto si spargeva la voce che il 25 agosto sarebbe scattata una operazione di rastrellamento di tutti gli Ebrei della capitale. Frattanto Eichmann era costretto a gettare la spugna e a lasciare incompiuto il suo ultimo massacro: il 24 agosto insieme ai suoi uomini partì da Budapest. Il 29 agosto Horthy licenziò il governo di Sztojay e nominò nuovo primo ministro il generale Gesa Lakatos. Il nuovo governo all'inizio di settembre licenziò Endre e Baky. Gli Ebrei di Budapest cominciarono a pensare di essere salvi ma la partita era ancora tutta da giocare.
 
           
         



  
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