| La storia dell'Olocausto in Ungheria
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| Il ritorno di Eichmann |
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| La fine della reggenza di Horthy diede
inizio alla fase più tragica della vicenda orribile degli Ebrei
di Budapest. In città, nelle case "ebraiche”, o nascosti
con falsi documenti o protetti da passaporti internazionali vi erano
tra le 150.000 e le 160.000 persone. Nel resto dell'Ungheria sopravvivevano
ancora altri 150.000 uomini utilizzati nei "battaglioni di lavoro”.
L'euforia per la "fine” della guerra si era impadronita della Comunità ebraica
all'indomani dell'annuncio radiofonico del reggente. Alcuni avevano strappato
dalle case le insegne che le indicavano come case "ebraiche”, altri
s'erano tolti le stelle gialle indicative del loro status giuridico.
L'euforia però lasciò prestissimo spazio al terrore. Dalla
radio, dopo l'annuncio della abdicazione di Horthy,
vennero diffuse le notizie dell'avvento del nuovo governo Szalasi.
Contemporaneamente attraverso manifestini e pubblici discorsi i membri
delle Croci Frecciate venivano aizzati contro gli Ebrei. La sede
diplomatica tedesca mise a disposizione armi e munizioni. Tra il 15 e
il 16 ottobre diverse centinaia di Ebrei vennero massacrati nelle strade
con una ferocia inaudita. Tutte le case dove erano costretti a vivere
gli Ebrei vennero chiuse per dieci giorni e nessuno ebbe il permesso
di abbandonarle. Il Consiglio Ebraico era totalmente impotente e i suoi
membri avevano cercato di nascondersi. L'unico membro del Consiglio che
cercò di portare soccorso fu Miksa Domonkos. Con la sua vecchia
divisa di capitano della gendarmeria Domonkos, si aggirò per la
città ordinando ai gruppi di 'Croci Frecciate” di interrompere
gli assalti. Tuttavia, nonostante gli sforzi, i massacri continuarono
in tutta la città. Il nunzio apostolico Angelo Rotta il 21 ottobre
denunciò la situazione direttamente a Szalasi che
gli "assicurò” che gli Ebrei non correvano pericoli: avrebbero
lavorato per l'Ungheria. Gli assalti e gli assassinii degli Ebrei ben presto spaventarono la stessa dirigenza delle Croci Frecciate. La situazione dell'ordine pubblico poteva sfuggire loro di mano da un momento all'altro. In più il 17 ottobre Adolf Eichmann era rientrato a Budapest per riprendere l'opera di deportazione e i Tedeschi non gradivano i pogrom disordinati e inutili. Il ministro degli interni Gabor Vajna il 18 ottobre emanò una sorta di comunicato diretto agli Ebrei nel quale annunciava che la "soluzione finale del problema ebraico era un compito dello Stato”, sottolineava che non faceva alcuna distinzione di fede e che considerava Ebrei coloro che lo erano "razzialmente” senza curarsi della loro fede religiosa. Stabiliva che nessuna lettera di protezione di governi alleati avrebbe potuto sottrarre gli Ebrei ungheresi alle leggi e ai regolamenti antisemiti. Di fronte alle proteste del Vaticano e della Croce Rossa Internazionale il decreto venne ritirato. Tuttavia un decreto segreto emanato da Szalasi accordava la piena impunità a tutti i membri delle "Croci Frecciate” che avessero compiuto atti volti a realizzare gli obiettivi stabiliti dallo Stato, ivi compresa la persecuzione degli Ebrei. Dietro all'apparente desiderio di legalità vi erano le precise istruzioni di Eichmann. L'obiettivo di svuotare Budapest dagli Ebrei doveva essere perseguito con metodo ed efficienza. Eichmann ebbe una riunione con Gabor Vajna nella quale si giunse ad un piano operativo, Vajna acconsentiva al trasferimento di 50.000 Ebrei in Germania per il loro impiego in "fabbriche tedesche come rimpiazzi dei Sovietici e dei prigionieri di guerra di altre nazionalità. |
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