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  La storia dell'Olocausto in Ungheria - [pag. 23/29]
 
 
  Il ritorno di Eichmann
 
 
         
  La fine della reggenza di Horthy diede inizio alla fase più tragica della vicenda orribile degli Ebrei di Budapest. In città, nelle case "ebraiche”, o nascosti con falsi documenti o protetti da passaporti internazionali vi erano tra le 150.000 e le 160.000 persone. Nel resto dell'Ungheria sopravvivevano ancora altri 150.000 uomini utilizzati nei "battaglioni di lavoro”. L'euforia per la "fine” della guerra si era impadronita della Comunità ebraica all'indomani dell'annuncio radiofonico del reggente. Alcuni avevano strappato dalle case le insegne che le indicavano come case "ebraiche”, altri s'erano tolti le stelle gialle indicative del loro status giuridico. L'euforia però lasciò prestissimo spazio al terrore. Dalla radio, dopo l'annuncio della abdicazione di Horthy, vennero diffuse le notizie dell'avvento del nuovo governo Szalasi. Contemporaneamente attraverso manifestini e pubblici discorsi i membri delle Croci Frecciate venivano aizzati contro gli Ebrei. La sede diplomatica tedesca mise a disposizione armi e munizioni. Tra il 15 e il 16 ottobre diverse centinaia di Ebrei vennero massacrati nelle strade con una ferocia inaudita. Tutte le case dove erano costretti a vivere gli Ebrei vennero chiuse per dieci giorni e nessuno ebbe il permesso di abbandonarle. Il Consiglio Ebraico era totalmente impotente e i suoi membri avevano cercato di nascondersi. L'unico membro del Consiglio che cercò di portare soccorso fu Miksa Domonkos. Con la sua vecchia divisa di capitano della gendarmeria Domonkos, si aggirò per la città ordinando ai gruppi di 'Croci Frecciate” di interrompere gli assalti. Tuttavia, nonostante gli sforzi, i massacri continuarono in tutta la città. Il nunzio apostolico Angelo Rotta il 21 ottobre denunciò la situazione direttamente a Szalasi che gli "assicurò” che gli Ebrei non correvano pericoli: avrebbero lavorato per l'Ungheria.
Gli assalti e gli assassinii degli Ebrei ben presto spaventarono la stessa dirigenza delle Croci Frecciate. La situazione dell'ordine pubblico poteva sfuggire loro di mano da un momento all'altro. In più il 17 ottobre Adolf Eichmann era rientrato a Budapest per riprendere l'opera di deportazione e i Tedeschi non gradivano i pogrom disordinati e inutili. Il ministro degli interni Gabor Vajna il 18 ottobre emanò una sorta di comunicato diretto agli Ebrei nel quale annunciava che la "soluzione finale del problema ebraico era un compito dello Stato”, sottolineava che non faceva alcuna distinzione di fede e che considerava Ebrei coloro che lo erano "razzialmente” senza curarsi della loro fede religiosa. Stabiliva che nessuna lettera di protezione di governi alleati avrebbe potuto sottrarre gli Ebrei ungheresi alle leggi e ai regolamenti antisemiti.
Di fronte alle proteste del Vaticano e della Croce Rossa Internazionale il decreto venne ritirato. Tuttavia un decreto segreto emanato da Szalasi accordava la piena impunità a tutti i membri delle "Croci Frecciate” che avessero compiuto atti volti a realizzare gli obiettivi stabiliti dallo Stato, ivi compresa la persecuzione degli Ebrei. Dietro all'apparente desiderio di legalità vi erano le precise istruzioni di Eichmann.
L'obiettivo di svuotare Budapest dagli Ebrei doveva essere perseguito con metodo ed efficienza. Eichmann ebbe una riunione con Gabor Vajna nella quale si giunse ad un piano operativo, Vajna acconsentiva al trasferimento di 50.000 Ebrei in Germania per il loro impiego in "fabbriche tedesche come rimpiazzi dei Sovietici e dei prigionieri di guerra di altre nazionalità.
 
Foto: cadaveri di >Ebrei nelle strade di Budapest febbraio 1945
   
Nella foto in alto: cadaveri di Ebrei uccisi in via Dohány all'interno del ghetto, Febbraio 1945.
Foto: Sándor Ék - Fonte: Museo Nazionale Ungherese
 
   
Foto: uomini ebrei incolonnati con le mani alzate in una strada di Budapest
   
Foto: donne ebree incolonnate con le braccia alzate in una strada di Budapest
   
Nelle due foto sopra: arresti di uomini e donne ebree da parte delle Croci Frecciate a Budapest.  




 
 
Questa decisione era in contrasto con quanto annunciato da Szalasi poco tempo prima. Gli Ebrei avrebbero raggiunto le località stabilite a piedi sotto la supervisione degli uomini di Eichmann. Gli Ebrei abili al lavoro rimasti a Budapest sarebbero stati internati in quattro campi alla periferia di Budapest ed utilizzati per lavori di pubblica utilità e di difesa militare. Gli Ebrei inadatti al lavoro sarebbero stati concentrati in un ghetto. Gli uomini di Eichmann avrebbero agito come "consiglieri” mentre tutte le operazioni di controllo e instradamento degli Ebrei verso la Germania dovevano essere condotte dalla gendarmeria ungherese.
Per essere certi della buona volontà dei fascisti ungheresi i Tedeschi prepararono un memorandum sull'intera questione ebraica in Ungheria. L'estensore, l'esperto di questioni ebraiche della ambasciata Theodor Grell, ribadiva la necessità di completare la deportazione interrotta da Horthy nel luglio 1944. Se questa fosse stata attuata secondo i programmi i Tedeschi prevedevano di concedere in tutto 8.412 visti di espatrio per gli Ebrei con cittadinanza straniera o con i documenti già pronti per l'emigrazione. Grell precisava poi che i 7.000 Ebrei con documenti per l'espatrio in Palestina sarebbero stati dirottati in Svizzera poiché in via di principio la Germania si opponeva ad una emigrazione in quel luogo. In Palestina, o in qualche altro territorio nemico, potevano andare 1.000 bambini. Nello stesso giorno Veesenmayer ebbe un colloquio con il ministro degli esteri del governo Szalasi. L'ambasciatore tedesco ribadì che sarebbe stata permessa l'emigrazione di un piccolo numero di Ebrei se la totalità dei rimanenti fosse stata deportata. Veesenmayer riportò gli esiti del colloqui a Ribbentrop che gli rispose che l'adozione dei più severi metodi contro gli Ebrei era negli interessi della Germania.
 
           
         



  
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