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Gli ebrei concentrati nei ghetti della Polonia avevano due scelte: sottomettersi agli ordini dei nazisti o resistere. La prima delle due possibilità venne perseguita nella quasi totalità dei casi. La spiegazione di questa "passività" è estremamente complessa. In primo luogo occorre ricordare la tecnica adottata dai tedeschi per avere il controllo delle popolazioni ebraiche concentrate nei ghetti. Una volta costituito un ghetto i tedeschi scioglievano la Comunità Ebraica locale e nominavano un Consiglio Ebraico (Judenrat) con il quale si rapportavano per trasmettere i loro ordini alla popolazione. I Consigli Ebraici si trovarono incaricati di fornire informazioni statistiche, reclutare manodopera, decidere chi dovesse essere deportato ad ogni richiesta nazista. Questi Consigli Ebraici si trovavano in una posizione delicatissima. Noi oggi conosciamo la realtà e le proporzioni di ciò che accadde ma, all'epoca, per molti l'idea dello sterminio di un numero così alto di persone appariva un controsenso, una opzione impossibile.
La qauasi totalità dei Consigli Ebraici pensò di attuare quella tecnica di accomodamento di fronte alle persecuzioni che l'ebraismo europeo aveva per centinaia di anni seguito: non irritare i persecutori e resistere in qualche modo sino alla fine della "tempesta". I dirigenti ebraici si illusero sino all'ultimo momento di avere dei margini di trattativa con i nazisti e di rappresentare un bacino di manodopera fondamentale per l'economia di guerra tedesca.
Si trattava di una tragica illusione. Moshe Merin, presidente dello Judenrat dell'Alta Slesia all'inizio delle deportazioni scrisse: "Non avrei timore di sacreificare 50.000 membri della nostra Comunità per salvarne altri 50.000". Nell'estate del 1942 i sopravvissuti erano però soltanto 25.000 e le certezze di Merin cominciarono ad incrinarsi: "Ho l'impressione - scriveva - di essere il capitano di una nave che sta per affondare e che è riuscito a condurla in porto gettando gran parte del suo prezioso carico". Nutriva ancora l'idea che i nazisti gli avrebbero lasciato un porto nel quale approdare. Nel 1943, quando ormai non rimaneva che un pugno di ebrei, Merin prese coscienza della situazione: "Sono in una gabbia davanti ad una tigre affamata e furiosa. Riempio le sue fauci di cibo, la carne dei miei fratelli e delle mie sorelle per tenerla dentro la gabbia e per paura che scappi e ci sbrani".
Quasi personaggi di una tragedia greca i dirigenti ebraici non riuscirono a comprendere che il meccanismo di sterminio poteva essere appena rallentato ma non fermato.
Da parte loro i nazisti operarono in modo cieco e per certi versi poco prudente. Esisteva un punto di rottura oltre il quale anche l'illusione più tenace finiva per spezzarsi. Quando i sopravvissuti nei ghetti erano rimasti un numero esiguo il meccanismo di consegnare una parte per salvarne un'altra non era più in grado di funzionare. Si rompeva la fiducia negli judenrat e si verificavano tentativi di fuga, alcuni cercavano di nascondersi, pochi altri decidevano di morire combattendo. Forme di resistenza che divenivano sempre più scoperte man mano che la realtà non era più interpretabile se non come l'approssimarsi della morte.
Si raggiungeva così uno stadio di definitiva disperazione di fronte all'impossibilità di trovare un "accomodamento" che garantisse la sopravvivenza. Questa disperazione in alcuni casi diedero vita a tentativi di resistenza armata che - pur nel loro fallimento - rappresentarono eventi di grande spessore simbolico e morale. Il più noto di questi eventi è la resistenza armata nel ghetto di Varsavia.
Il sistema delle deportazioni - 6
Resistere o sottomettersi?
L'atteggiamento ebraico di fronte alla deportazione
Le persone in attesa di essere deportate venivano separate da quelle alle quali era ancora permesso rimanere. Nel ghetto di Lodz si svolge un ultimo colloquio
Poco prima di salire sul treno della deportazione questa donna del ghetto di Lodz scrive alcune righe.