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Trieste: quando la memoria è assente



Non ha frapposto indugio alcuno, non ha concesso tempo al tempo, non ha nutrito dubbi di sorta il nuovo sindaco di Trieste. Passata, e velocemente archiviata, l'epoca buonista dell'amministrazione ulivista di Illy, il subentrante primo cittadino, Roberto Dipiazza, eletto grazie al voto di una maggioranza di elettori orientati a sentimenti più destri di quelli delle passate legislature, ha pugnacemente realizzato quel che è il suo primo atto amministrativo - e come tale destinato a lasciare un segno profondo: una deliberazione, adottata dalla Giunta comunale nella seduta del 16 luglio, per mezzo della quale viene ricollocato il ritratto del fu podestà della città, l'avvocato Cesare Pagnini, nella galleria dei suoi predecessori e successori.
La linea di continuità, in questo modo, è stata ristabilita. Ma a quale prezzo?

Va ricordato ai distratti osservatori delle vicende locali, e agli ancor più dimentichi spettatori dal palco nazionale, che il summenzionato signore venne chiamato d'ufficio a ricoprire tale carica in tempi calamitosi e perigliosi.
Era infatti il 26 ottobre del 1943, nell'Italia occupata andava faticosamente ramificandosi, con il generoso contributo dell'"alleato germanico", la repubblichetta di Mussolini mentre gli ebrei di Roma, arrestati nella retata di dieci giorni prima, erano già cenere al vento.
Trieste e i territori circonvicini (Lubiana, Gorizia, Friuli, Istria, Quarnero ed altri ancora) erano stati, di diritto e di fatto, strappati al nostro paese ed incorporati al Terzo Reich in quanto nuova provincia denominata "Adriatisches Kuestenland Operationszone": su di essi il locale Gaulaiter, vero padrone della situazione in quanto proconsole di Hitler, avviava l'opera di deitalianizzazione e germanizzazione, in omaggio alle politiche demografico-razziali proprie del modello chiamato Nuovo Ordine Europeo.
A fare da utili servi di scena c'erano alcuni italiani che, nel nome di un'alleanza tanto ripugnante quanto, per certuni, imprescindibile, avevano deciso di proseguire la guerra insieme alla Germania.
Pagnini, uno di questi, era stato chiamato ad amministrare una città completamente soggiogata al volere tedesco, a ridosso di un territorio, quello balcanico, ove la ferocissima occupazione nazista aveva prodotto, attraverso il ferro e il fuoco, morti e distruzioni, saccheggi e delitti, devastazioni e lutti a non finire.

Nel territorio metropolitano la Risiera di San Sabba era stata convertita in luogo di sterminio: vi operavano, i valenti e volenterosi "tecnici" della Aktion Reinhard, il nocciolo dell' élite sterminazionista, formatasi in Polonia nei famigerati campi di Sobibor, Belzec, Treblinka e Chelmno.
Tra cotanta bella gente svettavano due figuri passati poi alla storia per le loro epiche imprese: il generale delle SS, nonché ladro, grassatore e truffatore, Odilo Globocnick, che da Trieste aveva ricevuto, immeritatamente, i natali e quel Franz Stangl che dai campi di sangue dell'Europa nordorientale era venuto in Italia per completare l'opera nibelungica di eliminazione degli ebrei e degli untermenschen (uno, tanto per intenderci, che a distanza di venticinque anni da quei fatti non capiva ancora per quale ragione fosse trattenuto in carcere..).
A contorno di quella masnada di assassini in divisa si assiepavano gli italianissimi reparti della Decima Mas, capitanati dal principino golpista Junio Valerio Borghese - assurto ad ulteriore fama nelle cronache del dopoguerra come ispiratore di abortiti colpi di stato - ed intenti a dar di caccia alle lepri partigiane e slave.
Tutto questo, ovviamente, nel nome di un interesse nazionale ed un onore che, per usare tristi parole altrui, si chiamava fedeltà. Fedeltà alla svastica, fedeltà alle sue pratiche necrofile e criminali.

Pagnini costituì una Guardia Civica, nel probabile intento non solo di "proteggere" i luoghi ma anche e soprattutto quanti li abitavano dalla coscrizione obbligatoria nelle armate del Terzo Reich.
Come recita il richiamo al progetto di Legge N°1570 - redatto dagli apologeti dell'avvocato triestino e volto a tutelare gli interessi di quanti aderirono e parteciparono all'attività di tale formazione - egli così cercò di istituire "dei presìdi ai patri interessi", minacciati dalle orde barbariche titine e comuniste.
Non pochi di questi ardimentosi combattenti, tuttavia, si cimentarono con la "pericolosissima" pratica di scortare i treni dei deportati sul territorio della nuova provincia germanica. Duro lavoro quello di fare la guardia alle ombre che uscivano da San Sabba per essere portate all'inceneritore di Auschwitz.

L'intendimento non dichiarato, probabilmente, era quello di partecipare al banchetto dei signori della guerra, sia pure ricevendone solo le briciole.
La guerra finì come si sa, Pagnini finì in Tribunale, accusato d'essere un collaborazionista e il suo ritratto cadde tra le polveri di una storia, un pò più piccola di tante altre, ma non meno ambigua, misera e dolente.
E' la storia di chi collaborò, in un modo o nell'altro; di chi vide, capì e non intervenne; di chi si barricò dietro un malinteso senso dell'italianità, amministrando un territorio sul quale i tedeschi facevano strame del diritto e delle genti.
Ora, il nuovo sindaco, in omaggio a vecchi e mai sopiti sentimenti - o forse sarebbe meglio dire risentimenti - ha recuperato quel ritratto dalle polveri, l'ha sottratto alle ragnatele e riconsegnato a rinnovato fulgore.
Più che di Repubblica qui si sente odore di repubblichina...

Claudio Vercelli