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La storia di Christine Damski
Christine Damski (Sara Rozen) nacque a Chelm, in Polonia, nel 1918. Crebbe a Zamosc, una città di trentacinquemila abitanti, nella quale circa un quarto erano ebrei.
I Rozen erano una famiglia di ebrei assimilati, di ceto sociale elevato. Il padre di Christine era proprietario di sette birrerie, una raffineria e una banca a Zamosc, Chelm e Lublino.
«Ho sempre saputo di essere ebrea»
Ho sempre saputo di essere ebrea. La nostra famiglia osservava la Pasqua e le altre feste. A Zamosc eravamo accettati come uguali. Da piccola, avevo amiche sia polacche sia ebree. Nella scuola superiore polacca che frequentavo, una decina delle ragazze della mia classe erano ebree, ma io ero l'unica ad avere "Ottimo" in lingua polacca - nessuna delle ragazze polacche aveva un voto così alto. Fino alle superiori non mi sentivo diversa. Lo shock arrivò nel settembre 1938, quando andai all'Università di Varsavia.
La mia prima scelta era stata per ingegneria, ma fui rifiutata a causa del numero chiuso (che era stato introdotto per limitare il numero di ebrei ammessi). La seconda domanda di ammissione, per la facoltà di giornalismo, fu accettata.

Ero una brava studentessa. La mia classe faceva di tutto: andavamo in Tribunale per riferire sui processi; andavamo all'opera e ai concerti per poi scrivere le recensioni; scrivevamo articoli politici. Studiavamo perfino tipografia, così che, in caso di emergenza, saremmo stati in grado di stampare un giornale. Era un programma pesante, con undici materie obbligatorie.
Un giorno ci dissero che tutti gli studenti ebrei dovevano sedersi sulla sinistra dell'aula, per dimostrare che gli ebrei erano di sinistra - comunisti.
Fu molto difficile, io ero molto patriottica, questa era un'università polacca. Per protesta, rimanemmo in piedi in fondo all'aula, sulla destra.
Nello stesso periodo mio zio Nathan, il fratello minore di mio padre, lasciò l'Università di Varsavia perchè era stato picchiato in quanto ebreo. Anche lui, come me, veniva da una famiglia altolocata ed era molto patriottico. Non si sentiva ebreo.

Al termine del primo anno ritornai a casa per le vacanze, sapendo che non avrei potuto tornare a Varsavia in autunno per studiare. Non volevo nemmeno più restare in Polonia. Feci domanda alla Sorbona e fui ammessa. Ottenni il passaporto e un visto per la Francia per metà settembre, ma il 1° settembre i tedeschi entrarono in Polonia.
Sapevamo che le prime persone che avrebbero ricercato sarebbero stati i giornalisti e gli altri scrittori che erano contro Hitler e il nazismo. Da studente avevo dovuto scrivere articoli politici, quindi correvo un certo pericolo. Il 1° ottobre 1939 mio padre mi diede tremila rubli d'oro e mi mandò, con mio fratello Julian, oltre il confine, in territorio russo. Ci stabilimmo a Lvov, una bella città che veniva chiamata "La Piccola Vienna". La trovammo piena di profughi polacchi, gente che non voleva rimanere sotto i tedeschi.

Julian aveva tre anni meno di me, ma era indietro di una sola classe rispetto a me. Era un genio, al punto che aveva saltato due classi. Io gli volevo molto bene.
Quando partimmo per Lvov, promisi ai miei genitori che ne sarei stata responsabile. Avevo ancora il mio passaporto e il visto per la Francia e pensavo che ci saremmo andati insieme, ma Julian non riuscì ad ottenere il visto, così decisi di non andarci.
Mio padre e mia madre non vedevano la necessità di lasciare Zamosc. Eravamo ancora all'inizio della guerra; ancora non si rendevano conto del pericolo. Erano passati per la Prima Guerra Mondiale e sapevano che, al di fuori dai campi di battaglia, si sopravviveva. Nessuno si immaginava che i nazisti avrebbero eliminato l'intera popolazione ebraica.
Mi sento ancora in colpa per aver portato Julian a Lvov. Quando arrivammo là non aveva ancora diciotto anni.
Subito dopo il suo compleanno i russi lo arruolarono nell'esercito e lo assegnarono a Vladivostok. Ero fuori di me! Vladivostok è dall'altra parte della Siberia, vicino al Giappone. Julian significava tutto per me; ero determinata a non lasciarlo andare. Mi incontrai con il sovietico responsabile del consiglio della leva e gli regalai un magnifico tappeto orientale. Differì la chiamata di Julian.
Ero armata delle migliori intenzioni, ma fu un grosso errore. Julian sarebbe stato al sicuro a Vladivostok, sarebbe vissuto. Ho ancora egli incubi terribili.

Mentre mi trovavo a Lvov, i tedeschi cacciarono i miei genitori dalla loro casa e confiscarono le aziende di mio padre. Ma mio padre fu fortunato: le sue aziende vennero affidate a un uomo molto onesto, un polacco che i tedeschi avevano trasferito da Poznan quando quella zona fu annessa alla Germania. Aveva un nome tedesco, ma non si sentiva tedesco.
"Signor Rozen", disse a mio padre, "anch'io sono stato estromesso dalla mia azienda. Lei mi paghi solo uno stipendio mensile e continui a considerare quest'azienda come sua".
I tedeschi consideravano quest'uomo di nazionalità tedesca, quindi mio padre ebbe una certa protezione e lavorò come suo dipendente per tutta la guerra. I miei genitori persero la loro casa, ma rimasero economicamente benestanti fino alla fine.
Christine Damski in una fotografia del 1946 (courtesy Ellen Land Weber)