La
storia di Christine Damski -2
La
cattura di Julian
Julian e io rimanemmo a Lvov fino al ritorno dei tedeschi nel 1941. Stavamo
ritornando da un concerto la sera del 22 giugno, quando improvvisamente sentimmo
esplodere delle bombe. Capimmo che la terribile guerra era ricominciata. Per
due settimane i tedeschi bombardarono Lvov in un feroce combattimento. Lvov
era una città ucraina, e molti ucraini odiavano i polacchi. Finché
i russi avevano il comando, finsero di essere amici, ma odiavano i russi tanto
quanto i polacchi. Quando la guerra riprese, essi massacrarono molti polacchi,
e anche molti ebrei, perché lavoravano per i russi. Gli ucraini divennero
amici dei tedeschi.
Julian e io ci trovavamo in una situazione terribile a Lvov. Esisteva ancora
un confine riconosciuto tra il territorio sovietico e quello tedesco. Mio padre
ci fece sapere che avrebbe mandato qualcuno a prenderci. In settembre il fratello
della mia migliore amica di scuola arrivò in auto. Mio padre lo aveva
pagato molto bene per far questo in più lo conosceva da quando era molto
piccolo e si fidava di lui. Portò via prima Julian poi, due settimane
più tardi, tornò a prendere me.
Avemmo ancora molti problemi. I tedeschi consideravano tutti gli ebrei di ritorno
da Lvov dei comunisti. Quando mio zio riportò a casa mio cugino dal territorio
russo, i tedeschi ammazzarono entrambi perchè sospettati di essere comunisti.
Julian e io dovemmo nasconderci.
Andammo nella proprietà di alcuni nostri parenti a Siedliska, un piccolo
villaggio nei pressi di Lublino, dove avevano una grande casa e del terreno
agricolo.
Tutti i contadini della zona un tempo lavoravano per loro. All'arrivo dei tedeschi,
i miei parenti dovettero lasciare la loro casa e trasferirsi in uno degli edifici
più esterni, qualcosa di simile a una stalla. Ma i contadini furono molto
gentili, uno di loro cedette la sua piccola capanna a Julian, a me e a tre nostri
amici che si trovavano nella stessa situazione. Naturalmente li pagammo bene.
Tutti e cinque vivemmo lì per un mese. Nessuno di noi aveva ancora documenti
falsi. Un giorno un'auto della Gestapo si accostò alla casa. Non fui
allarmata, pensai che mio padre avesse mandato a prendere Julian. Nostro padre
aveva ancora la sua birreria, perciò eravamo abituati a vedere molte
SS e soldati tedeschi che venivano a comperare la birra.
La nostra capanna aveva un unico ingresso. La Gestapo non bussava mai. Spinsero
la porta e fecero irruzione. Eravamo seduti a tavola - Julian, io e i nostri
tre amici.
"Chi di voi è Julian Rozen?", chiesero.
Lentamente mio fratello si alzò, lo ammanettarono e lo portarono via.
Il mio cuore si fermò. Non riuscivo a pensare. Non c'era telefono e non
potevo comunicare con i miei genitori. Il mattino dopo camminai per sette chilometri
fino alla stazione ferroviaria. I polacchi potevano salire su un unico vagone
in coda al treno e per ottenere un biglietto era necessario pagare una tangente.
Mi procurai un biglietto per Zamosc e andai dritta a casa dei miei genitori.
La situazione era molto tesa. Venni a sapere che l'uomo che mio padre aveva
ingaggiato per riportare Julian e me sani e salvi da Lvov - il fratello della
mia amica - ci aveva denunciato alla Gestapo. Aveva detto loro che mio padre
ci aveva riportato a casa illegalmente e che Julian era nascosto.
Arrestarono mio padre e lo torturarono in modo così tremendo che alla
fine cedette e disse loro dove si trovava Julian. So quanto avevano maltrattato
mio padre, perché qualche giorno dopo lo vidi io stessa.
Mia sorella Helen e io stavamo parlando in cucina. Io avevo una pelliccia senza
fascia al braccio. Ormai gli ebrei non avevano più pellicce, i tedeschi
le avevano sequestrate tutte.
Mia madre era uscita, era andata a cercare del denaro per pagare le tangenti
per il rilascio di mio padre e mio fratello. Improvvisamente spinsero la porta
e apparve la Gestapo. - due uomini alti e grossi - e dietro di loro c'era mio
padre, tutto pieno di lividi, con un grosso taglio su una tempia, senza denti,
col naso rotto.
Mio padre mi guardò. "Cosa ci fa qui questa ragazza polacca?",
disse, "Non è di qui! Mandatela via!".
Non mi fecero domande. "Tu! Fuori!".
Uscii di volata. Mi aveva salvato la vita.
Il giorno dopo mia sorella mi disse che avevano pensato che lei fosse me. Avevano
perfino fatto passare tutti gli album di fotografie per vedere che aspetto avessimo.
Mio padre continuò a dire loro che lei non era quella che stavano cercando
e alla fine gli credettero.
Qualche giorno dopo lasciarono uscire mio padre di prigione, dietro pagamento
di una forte tangente, ma non mio fratello. Julian fu mandato alla prigione
di Zamosc. Non essendosi resi conto che era ebreo, le autorità carcerarie
lo misero in cella con dei polacchi. Poi lo trasferirono a Zamek, la più
grande prigione di Lublino.
Smisi di parlare con mio padre. Non potevo credere che avesse rivelato alla
Gestapo. dove si trovava il suo unico figlio.

Julian Rozen in una fotografia del 1939 (courtesy Ellen Land Weber)