La
storia di Christine Damski - 3
In
fuga
Zamek
era situato nel mezzo del piccolo ghetto di Lublino. Lublino non aveva mai avuto
un ghetto chiuso.
I tedeschi avevano semplicemente detto agli ebrei di andarsene dalle loro case
e trasferirsi in un'altra parte della città, così nel grande ghetto
di Lublino c'erano case polacche ed ebree mescolate insieme. La stessa cosa
fecero a Zamosc, e fu così che i miei genitori si ritrovarono ad abitare
nello stesso stabile di John Damski.
John era amico dei miei genitori. Avevano vissuto nella stessa casa per due
anni, quasi nello stesso appartamento. Era sempre al corrente di tutto quello
che succedeva in casa nostra e aveva aiutato i miei genitori in molte piccole
cose.
Quando i tedeschi sequestrarono tutte le pellicce degli ebrei, John portò
quella di mia madre ad un suo amico tedesco a Cracovia purché la custodisse.
Siccome avevano soldi dalla loro azienda, i miei genitori furono sempre in grado
di acquistare carbone al mercato nero, ma agli ebrei non era consentito avere
carbone per riscaldare le proprie case.
Sul retro della casa c'erano due bidoni per il carbone: uno dalla parte del
proprietario e l'altro dalla parte dei miei genitori e di John. Quando arrivava
la Gestapo e chiedeva di chi fosse il carbone che era nel nostro bidone, John
diceva sempre: "E' mio!".
Quando Julian fu mandato alla prigione di Zamek, John gli portava sempre i pacchi
dei miei genitori. E quando Julian si ammalò di tifo in prigione, fu
John a portargli le medicine. Fece molto.
Io mi spostavo da un posto all'altro a Zamosc, una notte qui, un'altra là,
e andavo a trovare i miei genitori e mia sorella la sera. Un giorno rimasi senza
posto dove andare e ritornai a casa dei miei genitori per qualche giorno.
Il 4 ottobre 1941 passai l'intera giornata nella loro camera.
Verso le 8 di sera - era buio - sentimmo un'automobile. Sapevamo che era la
Gestapo, perché nessun polacco a quel tempo aveva automobili.
Bussarono alla porta della nostra cucina. Io saltai fuori dalla finestra.
Johnny mi prese.
Afferrò la mia mano. "Andiamo via!", mi disse. Non ebbi il
tempo di sorprendermi: tutto quello che volevo era scappare da lì.
Non ci eravamo mai incontrati, ma sapevo chi era. Avevo sentito la sua voce
quando stavo coi miei genitori. Johnny mi disse di non tornare indietro.
Mi disse che non avrei mai dovuto portare la fascia al braccio, né andare
nel ghetto, né dire che ero ebrea.
Promise di aiutarmi a ottenere documenti polacchi.
Alcuni giorni più tardi partii con Johnny per Varsavia, ma prima andammo
a Lublino per portare un pacco a Julian. A Lublino passai la notte da una cugina
di mia madre. Verso le due del mattino ci fu un gran trambusto nel piccolo ghetto,
dove si trovava la prigione di Zamek. Incredibile ma vero, quella fu la notte
in cui circondarono il luogo per liquidarlo.
Ma mia cugina era dalla parte ariana. Il mattino seguente entrai nel ghetto
per consegnare il mio pacco alla prigione. Mentre me ne stavo andando, un poliziotto
militare ucraino mi fermò e cercò di impedirmi di passare dalla
parte ariana. Trovai un ufficiale tedesco e gli spiegai che avevo solo consegnato
un pacco a mio fratello in prigione. Mi lasciò attraversare la strada.
Mi trattenni a Varsavia solo per pochi giorni, giusto il tempo per Johnny di
procurarmi dei documenti polacchi.
Poi Johnny tornò al suo lavoro a Zamosc, mentre io andai a Czestochowa,
una grande città industriale senza un ghetto chiuso, e abbastanza lontana
da Zamosc. A Czestochowa non conoscevo proprio nessuno.
Per i primi giorni alloggiai in un albergo, mentre cercavo un appartamento da
affittare. Siccome i tedeschi si erano presi tutti gli stabili migliori, molti
affittavano le loro stanze.
Sapevo che una delle cose più pericolose per un ebreo che si nascondeva
era di restarsene tutto il giorno chiuso in una stanza.
Chi non usciva mai e non aveva mai visite veniva immediatamente sospettato e
ben presto sarebbe stato denunciato alla Gestapo.
Incominciai subito a cercarmi un impiego e, dopo poco, lavoravo come manicure
in un salone di bellezza.
Ora avevo un lavoro e una bella camera presso una giovane famiglia: un ingegnere,
sua moglie e la loro figlia di sette anni.
Fu allora che venimmo a sapere che Julian aveva contratto il tifo. Sopravvisse,
ma durante la malattia scoprirono che era ebreo e lo spedirono al campo di concentramento
di Majdanek.
Io andavo avanti e indietro da Lublino, facendo tutto quello che potevo per
far rilasciare mio fratello.
Era prassi dei tedeschi in Polonia scegliere il miglior dentista, il miglior
medico, il miglior sarto, il miglior calzolaio, e così via, in ogni città
e permettere loro di vivere nel quartiere dei Gentili, in modo da poter disporre
di tutti i servizi di cui avevano bisogno.
Il marito di mia cugina era uno di questi dentisti a Lublino. La sua famiglia
viveva ancora nella sua bella casa, dove lui aveva il suo studio dentistico.
Tutti i pezzi grossi delle SS venivano da lui, e lui li conosceva tutti. Sapevamo
che ogni tanto, dietro lauto compenso, le SS organizzavano il rilascio di qualche
prigioniero. Il marito di mia cugina cominciò a darsi da fare.
Un mese feci fino a cinque viaggi per sapere se mio cugino fosse riuscito a
stabilire un contatto che potesse far uscire Julian da Majdanek.
Ogni volta mio cugino diceva la stessa cosa: "Torna la settimana prossima.
La settimana prossima Tal dei Tali delle SS deve venire a farsi aggiustare i
denti".
Poi ricevetti un telegramma: "Porta quattromila dollari americani e abiti
nuovi". Significava abiti civili, per sostituire l'uniforme da prigioniero
di Julian. Procurai gli abiti e il denaro e partii per Lublino.
Giunsi alla porta di casa di mia cugina. La signora che abitava dall'altra parte
della strada mi aveva visto venire altre volte; probabilmente pensava che fossi
una paziente. "Oh, signora", disse, " se ne sono andati tutti!
Hanno preso il dentista e tutta la sua famiglia - tutti quelli che abitavano
lì!".
Mia cugina, suo marito, suo padre, uno zio, i suoi figli... Li avevano liquidati
tutti. E ora io avevo perso ogni contatto con Julian.

La famiglia Rozen prima della guerra. Da sinistra Julian, in piedi il padre,
la madre, Helena, Christine è l'ultima a destra. (courtesy Ellen Land
Weber)