La
storia di Christine Damski - 5
Fino
alla Liberazione
Nella primavera del '43, poco dopo della partenza di mia madre per la Germania,
accadde di nuovo. Qualcuno a Olstyn disse a Johnny che non credeva che io fossi
veramente sua moglie; che io ero ebrea.
Partimmo immediatamente per Varsavia. Da principio alloggiammmo nella bella
villa di un amica di Johnny, Danuta Majewska. La sua casa era piena di gente
che lavorava per la Resistenza clandestina: piloti, rifugiati dalla Polonia
occidentale - tutti erano coinvolti. C'era anche un arsenale.
La casa era appartenuta al suocero di Danuta - un medico. Prima della guerra
era stata un istituto privato per malati mentali. Situata in una strada tranquilla,
con un frutteto e un giardino, circondata da alte mura, era un luogo sicuro
per la Resistenza clandestina. Abitavamo là con tutti gli altri - fino
a dodici persone in una stanza.
Mentre stavamo nella casa di Danuta, appresi che il governo polacco in esilio
a Londra inviava ogni mese del denaro da distribuire agli ebrei nascosti.
Avevano bisogno di corrieri per consegnare il denaro, quindi mi offrii volontaria.
Fu così che scoprii che mio padre era nascosto a Varsavia.
Un giorno mi fu chiesto di portare del denaro a sei persone di Zamosc. Il contatto
era un uomo di nome Veigler. Quando andai a trovarlo, le sue prime parole furono:
"Tuo padre è qui!". Mi raccontò la storia.
Mentre i tedeschi rastrellavano gli ultimi ebrei di Zamosc, mio padre e alcuni
altri avevano pagato gli attendenti della stazione ferroviaria ed erano riusciti
a fugggire salendo sul treno per Varsavia.
Uno di loro, un amico di famiglia di nome Garfinkle, che era anche il presidente
dello Judenrat di Zamosc, aveva un parente a Varsavia che era sposato a una
donna polacca. Questa donna aveva un'amica, una vedova, che viveva in un palazzo
alto sei o sette piani, che era stato danneggiato da una bomba nel '39. La prima
parte era quasi completamente distrutta, ma alcune stanze erano rimaste come
appese, quasi intatte.
L'anziana signora gestiva un piccolo albergo, una specie di pensione, nell'edificio
accanto alla parte distrutta.
A causa del pericolo, le era stato ordinato di chiuderlo. Lei aveva piazzato
un armadio davanti alla porta dell'unica stanza comunicante con la parte distrutta
e dietro quella porta nascondeva mio padre, un'altra donna di Zamosc e altri
quindici ebrei. Non chiese loro assolutamente niente in cambio - nemmeno un
centesimo.
Non avevo più rivolto la parola a mio padre dopo che era stato rilasciato
dalla prigione di Zamosc.
Era molto difficile perdonargli di aver tradito Julian. Mia madre non lo perdonò
mai. Ma io stessa ero passata per tali e tante traversie nel frattempo... E
così andai a trovarlo.
Ci riavvicinammo. Quello era un luogo dove potevo andare a trascorrere qualche
ora ogni giorno. Io gli portavo cibo e tabacco. Col tabacco lui confezionava
delle sigarette, che io poi vendevo.
Johnny e io trovammo una stanza tutta per noi all'ultimo piano di un palazzo
vicino all'Opera. C'era un solo bagno, in comune con tutti gli inquilini del
piano, ma almeno eravamo finalmente da soli e non dovevamo più dormire
sul pavimento con altre dieci persone. Ero felicissima.
Misi delle belle tende alle finestre. Johnny lavorava. Io andavo a trovare mio
padre e ricevevo lettere da mia madre. Facevo perfino dei biscotti per mia madre,
poi facevo dei pacchi che le spedivo. Lei viveva in un attico senza riscaldamento
sulle Alpi. Tutto quello che le davano da mangiare era pane nero, surrogato
di caffè e una scodella di zuppa al giorno. E quello era un ristorante!
Il 1° agosto scoppiò la Rivolta. Quando incominciarono a bruciare
le case, istintivamente io afferrai la pancetta, del pane raffermo e la mia
pelliccia.
La città stava bruciando, era estate, avevamo un inferno tutto attorno
a noi - e io indossavo la pelliccia. Non sentivo nemmeno il caldo. Vede, nelle
imbottiture delle spalle avevo cucito diamanti e rubli d'oro; era il denaro
con cui avevo vissuto nel corso dell'intera guerra.
Quando finalmente i russi ci liberarono, Johnny e io pensavamo di ritornare
a Zamosc, la città in cui io ero cresciuta, in cui ero andata a scuola
e dove, prima della guerra, ero veramente qualcuno.
Ora nessuno voleva vedermi; nessuno mi salutava per strada; nessuno mi invitava
a casa sua. Prima della guerra non avevo mai sentito l'antisemitismo a Zamosc,
ma quando ritornai la gente si girava dall'altra parte. Non volli restare.
Grazie a dio, mio padre e mia madre sopravvissero. Mia sorella morì a
Treblinka. Fu costretta a scavare la sua stessa fossa. Dopo la guerra, mia madre
sperava ancora che mio fratello fosse sopravvissuto.
Quando Julian non tornò mia madre divorziò da mio padre. disse
che non poteva vivere con lui. Ho una lettera che mio padre mi scrisse dopo
il divorzio. E' una lettera piena di lacrime. Scrisse che mia madre era un angelo,
e che lui era l'uomo più infelice del mondo. La tengo sempre con me.
Dopo la guerra, John e Christine si sposarono.
Da Zamosc, si trasferirono a Danzica e da qui, insieme alla madre di Christine,
emigrarono negli Stati Uniti. Quasi contemporaneamente, il padre di Christine,
Samuel Rozen, emigrò in Israele.
Christine Damski ha rilasciato questa intervista nella sua casa di Los Angeles
il 14 maggio 1988.

Christine Damski in una foto del 1943. (courtesy Ellen Land Weber)