John
Damski nacque in Germania nel 1914 da genitori polacchi. Quattro anni dopo,
al termine della Prima Guerra Mondiale, la sua famiglia si trasferì in
Polonia, dove crebbero John, i suoi due fratelli e sua sorella. Crescendo, John
incominciò ad eccellere nello sport, e in particolare nell'atletica leggera
(si classificò secondo nel campionato nazionale polacco di salto triplo)
e nel calcio. Quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, John
stava prestando servizio militare nell'esercito Polacco, nel Battaglione per
la Difesa Costiera, a Gdynia, sulla costa baltica. Questa è la sua storia
così come la racconta lui stesso
Voglio raccontarvi la mia prima conoscenza degli ebrei. Da ragazzino abitavo
con la famiglia in una piccola città chiamata Solec-Kujawski - cinquemila
abitanti e solo una famiglia ebrea. Si chiamavano Dauman. Avevano tre figli
e una figlia, che era una buona amica di mia sorella. Il loro figlio Jacob (siamo
stati compagni fino a diciotto o diciannove anni) veniva sempre a casa nostra
per il grande pranzo domenicale. Noi mangiavamo cibi che a Jacob piacevano e
che a casa sua non poteva mangiare, perchè la sua famiglia era "kasher"
[
osservava cioé i divieti alimentari della religione ebraica N.d.T].
Tutti e tre i ragazzi appartenevano alla nostra società ginnica - i "Falchi
Polacchi".
Chiamavamo la nostra associazione locale "il Nido". Poi c'era anche
un'organizzazione a livello distrettuale, e su su fino al livello nazionale.
Un giorno un tipo dell'organizzazione distrettuale venne alla nostra riunione
e ci fece delle storie perché al nostro gruppo partecipavano degli Ebrei.
Il più vecchio dei Dauman si alzò e gli disse che gli Ebrei erano
altrettanto patrioti quanto i polacchi, che anche loro avevano combattuto per
la Polonia, e altre cose simili.
Non ci volle molto perchél'associazione locale andasse a pezzi. In primo
luogo, tutti gli insegnanti della nostra cittadina appartenenti al nostro club
diedero le dimissioni. Non dissero che era per protesta: semplicemente non erano
più interessati. Mio fratello e io lasciammo l'associazione, e così
fecero molti dei nostri amici; metà dei membri si dimisero. Nessuno di
noi disse: "Me ne vado perché il funzionario distrettuale ha fatto
un discorso antisemita." Semplicemente non ci piaceva quello che stava
accadendo; semplicemente non vedevamo alcuna differenza tra noi e gli Ebrei.
Il mio secondo incontro con gli Ebrei avvenne nel 1935, un anno prima delle
Olimpiadi di Berlino. Io mi trovavo al campo di addestramento della Nazionale,
ma non ero abbastanza bravo da essere scelto per la squadra olimpica. Al nostro
campo c'era anche un ragazzo chiamato Israelowicz, che era campione nazionale
dei 100 metri. Lui fu il primo ebreo a mostrarmi cosa significasse veramente
l'antisemitismo.
Un giorno, mentre camminavamo per la strada, ci fermammo a guardare un manifesto
di Joan Crawford, che pubblicizzava i viaggi negli Stati Uniti.
"Ma guarda", disse Israelowicz, "ci invitano a viaggiare, ma
poi non ci lasciano andare!". Mi spiegò che lui non poteva semplicemente
recarsi al Ministero degli Esteri, come potevo fare io o chiunque altro, e richiedere
un passaporto.
Fu allora che i miei occhi si aprirono per la prima volta sulle difficoltà
degli Ebrei e sul trattamento a loro riservato. Ma poi, sei giovane, vivi nel
tuo piccolo mondo e pensi: "Chi se ne importa".
Il mio terzo incontro con gli Ebrei ha avuto luogo quando ero già adulto
e vivevo a Gdynia. Una sera ho incontrato casualmente un vecchio compagno di
scuola con la sua ragazza in un night-club. Eravamo lì seduti a bere
qualcosa quando ad un tratto lei disse:
"Guarda là! Quelli sono ebrei! All'inferno gli ebrei!".
Mi vergognai terribilmente. Mio fratello e io conoscevamo quelle ragazze ebree.
Il mio amico diede uno schiaffo alla ragazza e lasciammo il locale. Il fatto
che qualcuno potesse dire una cosa simile in pubblico mi fece capire quanto
la gente potesse essere ignorante. Certo, noi tutti vedevamo i cartelli appesi
ovunque, che dicevano: "Non comperate dagli ebrei"; tutti continuavamo
a commerciare con gli ebrei, ma nessuno di noi toglieva quei cartelli, nessuno
di noi protestava.
Il 1° Settembre 1939, la Germania invase la Polonia e, trovandomi nell'esercito,
fui fatto prigioniero. Durante il viaggio verso il campo per prigionieri di
guerra riuscii a scappare. Niente di eccezionale, fuggire di notte fu facile.
Ritornai a Gdynia e trovai lavoro presso la società dell'elettricità
e dell'acqua potabile. Un giorno arrivarono alcuni tedeschi e mi dissero che,
siccome ero nato in Germania e parlavo il tedesco quasi come il polacco, dovevo
dichiararmi tedesco. Dissi che no, non l'avrei mai fatto. Non ero tedesco, punto
e basta.
Mi cacciarono fuori. Mi diedero un foglio che mi intimava di lasciare la città
entro ventiquattr'ore. Ciò accadde alla maggior parte dei polacchi in
quella zona. I tedeschi trasferirono tutti i polacchi nella zona che chiamavano
"Governatorato Generale", sotto la giurisdizione del famoso nazista
Hans Frank.
Era l'inizio del dicembre 1939. Con due amici decidemmo di cercare di raggiungere
l'
Ungheria e quindi la Francia. Il 9 dicembre eravamo vicini al confine ungherese
quando i soldati tedeschi ci catturarono e ci consegnarono alla Gestapo. Ci
fecero spogliare completamente. Mentre stavamo in piedi, nudi, contro il muro,
la Gestapo faceva ogni genere di insinuazioni, minacciando di spararci.
Ci mandarono a Sanok, vicino all'Ucraina, in un carcere "preventivo",
ossia per prigionieri politici - principalmente medici, avvocati, professionisti
- in tutto trecentoquarantacinque uomini. Le condizioni erano terribili. C'erano
quarantacinque uomini in una cella originariamente destinata a sette o otto;
lo spazio era così poco che potevamo dormire solo su un fianco. Il gabinetto
era costituito da un unico secchio per cella. Non ci permettevano mai di uscire.
Pulci, mosche, e ogni genere di creature ci tenevano compagnia.
La notte del 13 giugno - dovevano essere circa le tre o le quattro del mattino
- sentimmo dei grossi camion entrare nel cortile della prigione. Guardai fuori
dalla finestra - sbirciai soltanto, perché non ci era permesso guardare
fuori. Il cielo era ancora grigio. Vidi due SS camminare nel cortile coi fucili
in spalla. Ne vidi uno dare un calcio a qualcosa che pensai potesse essere un
topo morto e disse: "Uno è già morto". Mi vennero i
brividi. Poi li vidi caricare dei prigionieri sui carri. Per tutta la notte
i camion continuarono a ritornare per portare fuori altri prigionieri. Continuò
così fino alle sette o le otto del mattino.
Venimmo immediatamente a sapere che cosa stava succedendo.
In ogni camion c'erano cinque o sei panche. Metttevano un prigioniero su ogni
panca e un SS col fucile accanto a lui per fargli la guardia - forse sei prigionieri
per camion, non erano ammassati. Prima di caricarli sui camion, ai prigionieri
erano stati tagliati i bottoni dei pantaloni, così che erano costretti
a tenersi su i calzoni con le mani. Non c'era alcuna possibilità di fuga.
I camion si fermavano alla periferia della città e i prigionieri venivano
uccisi.
Quella notte furono uccisi centoquindici uomini - un terzo dei detenuti del
carcere.
Quando ci rendemmo conto che tutti ci trovavamo di fronte alla morte, non ci
restò molto da dire. La maggior parte di noi pregava. Non importa quanto
coraggiosi o atei fossimo; quando ci trovammo faccia a faccia con la morte quasi
tutti noi incominciammo a pregare. Ma non accadde. Alle tre o alle quattro del
pomeriggio i camion e l'unità SS che ci stava uccidendo improvvisamente
se ne andarono.
Dopo poco tempo inviarono i restanti prigionieri ad Auschwitz, ma per qualche
ragione io non ero tra questi e rimasi in quel carcere.
Un giorno una SS entrò nella mia cella.
"C'è qualcosa che non va. Non sembra che esistano documenti su di
te."
Incominciò a farmi domande. Com'ero arrivato lì? Gli dissi una
piccola bugia, e cioè, che ero stato arrestato alla locale stazione ferroviaria.
Che cosa facevo in quella città? Stavo cercando un lavoro presso la fabbrica
di batterie - era in qualche modo collegata alla mia professione di elettricista.
L'idea mi venne sul momento.
Non mi credette. Mi interrogò per due ore. Gli raccontai che mia madre
parlava tedesco perché aveva frequentato le scuole in Germania e che
io mi sentivo tedesco.
"Oh, così ti sentiresti tedesco?"
"Conosce qualche polacco che parli il tedesco bene quanto me?"
Usai un'espressione che significa "la mia madrelingua", e lui ne fu
colpito.
"Va bene, ti farò uscire", mi disse, "Ma voglio che lasci
questa città immediatamente".
Dopo l'interrogatorio stavo aspettando di ritornare nella mia cella e tenevo
il braccio dietro la schiena. Una guardiana mi infilò qualcosa nella
mano.
Non volendo attrarre l'attenzione alzando la mano, non guardai. Più tardi
vidi che si trattava di cinque zloty -circa cinque dollari-, abbastanza per
un buon pasto.