La
storia di John Damski - 3
Nel
Ghetto di Varsavia
Ma, per quanto riguarda me e gli Ebrei, qualcosa accadde prima della guerra
con la Russia. Di nuovo il mio capo mi disse che gli servivano degli elettricisti
e io gli diedi un'idea su dove reperirli.
"Perchè non mi manda al Ghetto di Varsavia? Troverò degli
elettricisti là".
Inoltre, avevo bisogno di acquistare per l'azienda delle apparecchiature per
la saldatura, che sapevo di poter trovare nel Ghetto. Enderlein pensò
che fosse un'ottima idea.
La verità è che là avevo un affaruccio privato da sbrigare;
dopotutto dovevo pur guadagnarmi da vivere.
Tutti gli ebrei che lavoravano per me erano di Varsavia e tutti avevano parenti
nel Ghetto. Quando annunciai che sarei andato al Ghetto di Varsavia a cercare
degli elettricisti, tutti volevano venire con me per visitare le loro famiglie
e portar loro del cibo.
"Va bene, porterò con me quattro o cinque di voi, ma niente cibo".
Era pericoloso; avremmo potuto essere fermati. Tutti accettarono; volevano soltanto
vedere le loro famiglie. Ottenni dal mio capo un permesso di viaggio che diceva:
"John Damski si reca a Varsavia per reclutare alcuni elettricisti, assolutamente
necessari per la costruzione dell'aeroporto".
Partimmo la mattina presto con un Opel-Blitz, un camion molto veloce. Seduti
davanti con me c'erano due militari della Luftwaffe, il guidatore e il suo assistente.
Stavamo correndo piuttosto velocemente lungo la strada - era fantastico! - poi
avvenne l'incidente.
Uscendo troppo velocemente da una curva, l'autista perse il controllo e il camion
capottò tre volte. I due tedeschi e io rimanemmo illesi, sebbene io fossi
stato particolarmente fortunato, perchè un pezzo di vetro mi aveva completamente
tagliato una scarpa.
Poi mi ricordai degli ebrei che si trovavano dietro con le grandi e pesanti
bombole di propano che trasportavamo. Andai a vedere cos'era successo. Stavano
urlando. Uno di loro aveva preso un colpo alla schiena, mentre Feigenbaum aveva
un grosso taglio sulla fronte.
"Sono mutilato!", gridava.
Era un ragazzo bellissimo e tutto ciò a cui riusciva a pensare era che
avrebbe potuto ritrovarsi con una cicatrice permanente. Io avevo una preoccupazione
diversa: un enorme pezzo di carne di maiale, che contavo di contrabbandare nel
Ghetto di Varsavia, era finita in un fosso alcuni metri più in là.
Appena possibile, io e uno dei miei autisti andammo a raccoglierlo e ci incamminammo
verso la fattoria più vicina, dove lo affidammo al contadino perché
lo custodisse temporaneamente.
Quando ritornai al camion vidi una colonna di soldati che veniva verso di noi
lungo la strada. Alla testa della colonna c'era un colonnello sulla sua automobile
nera. Vedendo il nostro camion rovesciato, si fermò per chiedere cosa
fosse successo. I miei due autisti tedeschi stavano ancora tremando; penso di
essere stato l'unico a mantenere il controllo.
"Abbiamo avuto un incidente", dissi.
"Ci sono dei feriti?", chiese il colonnello.
"Ce ne sono diversi".
"Va bene, li porti all'ospedale".
Impossibile - erano ebrei. Il colonnello supponeva che fossimo tutti tedeschi.
Ordinò ai suoi uomini di raddrizzare il nostro camion, ma non riuscirono
a muoverlo. Allora mi diede la sua auto e i suoi autisti e vi caricai tutti
e cinque gli ebrei. Cos'altro potevo fare? I miei autisti della Luftwaffe rimasero
lì con il nostro camion, mentre io e gli ebrei proseguimmo per Varsavia.
Le loro ferite non erano molto gravi e, in ogni caso, non potevo certo portarli
all'ospedale di Varsavia. L'unico posto possibile per noi era il Ghetto, e lì
andammo.
Quando vi arrivammo trovammo il luogo circondato da un alto muro con una porta
d'ingresso e una SS che stava di guardia. Gli stava bene che portassi degli
ebrei nel Ghetto, ma quando si accorse che li stavo trasportando in un'automobile
tedesca si insospettì e incominciò a seguirmi, ma io mi dileguai
tra la folla.
Entrare nel Ghetto di Varsavia fu uno shock. Fu come essere stati improvvisamente
paracadutati in un mondo totalmente diverso. Gli edifici e le strade erano come
quelli del resto di Varsavia, ma l'atmosfera era sconvolgente. C'era in essa
qualcosa di indescrivibile. Proseguii per una cinquantina di metri e vidi un
uomo sdraiato sul marciapiede con la mano tesa. Doveva avere circa sessant'anni.
Mi disse: "Dammi un pezzo di pane!". Nient'altro. Non lo dimenticherò
mai, per tutto il resto della mia vita.
Quei cinque giorni trascorsi nel Ghetto furono un'esperienza devastante. Essendo
io un gentile, non avevo nulla a che fare con quel luogo e non potevo muovermi
facilmente al suo interno. Per rendermi meno visibile, mi misi al braccio una
fascia con la Stella di David. Il portarla mi provocava una sensazione stranissima.
Ti senti come se non fossi umano. Ti senti come un uomo marchiato. E' difficile
da credere - solo per una fascia al braccio - ma una volta che la indossi è
come avere un numero in prigione. La fascia mi faceva sentire così male
che alla fine dissi "al diavolo!" e me la tolsi.
Prendemmo contatto con le persone di cui avevamo bisogno. Contattai anche il
mio capo a Zamosc e gli raccontai dell'incidente; disse che ci avrebbe mandato
un altro camion. Acquistai le apparecchiature per la saldatura e altri articoli
che era possibile trovare solo nel Ghetto. Anche i tedeschi avrebbero potuto
procurarci le apparecchiature, ma ci sarebbe voluto molto tempo e noi ne avevamo
bisogno subito.
Gli ebrei producevano tutto l'immaginabile nel Ghetto, perfino orologi svizzeri.
Ho ancora un orologio d'oro di quei giorni. Il movimento era svizzero, ma l'orologio
era stato fatto nel Ghetto.
Finalmente il nuovo camion arrivò a prenderci. Per prima cosa ritornai
dal contadino a chiedergli il mio maiale. "Che maiale?", mi chiese.
Senza una parola girai il camion e me ne andai, per tornare ben presto con i
miei due autisti e le loro pistole. Immediatamente il maiale riapparve, e così
pure il lardo. Durante la guerra il lardo era molto importante. Si poteva non
aver molto da mangiare, ma se si aveva un po' di lardo e qualche patata, era
un pasto, non importava se era "kasher" o no.
Tornati nel Ghetto, accostammo il camion a una delle porte, vendemmo il maiale
e il lardo e caricammo le nostre nuove apparecchiature. Il tutto doveva avvenire
molto velocemente, perché nessuno fosse preso. Per qualche motivo, ci
stavamo mettendo più tempo del previsto.
"Siete tutti pronti?", chiesi alla fine.
Qualcosa non quadrava, c'era troppo silenzio. Guardai gli ebrei che avevo portato
con me. Uno era scomparso nel ghetto, ma gli altri erano pronti per ritornare.
Poi mi cadde l'occhio sotto il telone che copriva il retro del camion e vidi
altri dieci ebrei stipati e appiattiti sul pavimento. Pensavano che non li avrei
visti.
Dovetti prendere una decisione immediata. Non so perché rischiai. Non
si sa mai perché si fanno cose come queste. Dissi: "Va bene, ragazzi,
state zitti", e partimmo. Non dissi nulla ai tedeschi. Quando giungemmo
alla porta del Ghetto, la SS di guardia guardò dentro la cabina del camion,
vide due soldati tedeschi - i miei autisti - e me, un civile. Probabilmente
pensò che fosse tutto a posto. Non guardò nel retro.
A circa venti miglia da Varsavia ci fermammo. Dissi agli ebrei: "Va bene,
uscite, adesso siete soli. Siete a una buona distanza dal Ghetto."
Chiesi a ciascuno di loro di darmi ciò che poteva - 100 o 200 zloty,
non ricordo bene, ma comunque era una somma molto piccola. Raccolsi in tutto
3.000 zloty che diedi agli autisti perché mantenessero il silenzio. Non
era molto, ma per gli autisti, che venivano pagati 150 marchi tedeschi al mese,
fu come ricevere dieci volte il loro salario mensile al mercato nero; furono
felici. I soldi chiusero loro la bocca e mai più nessuno parlò
della cosa. Quei dieci uomini scomparvero e non li rividi mai più. Potrebbero
essere ancora vivi. Io lo spero.


Nelle
foto la vita nel ghetto di Varsavia nell'estate del 1941 (ph.Willy Georg, courtesy
of USHMM)