La
storia di John Damski - 4
«…Christine
saltò fuori dalla finestra…»
A
Zamosc, mio fratello e io affittammo la camera anteriore di un appartamento
in una casa bifamiliare. Sul retro c'erano tre stanze con ingresso indipendente.
Vi abitava la famiglia Rozen. Avevo incontrato la loro figlia Helen prima che
diventassimo vicini di casa. Lei era una ragazza e io ero un giovanotto. Sebbene
mi avesse presentato una volta ai suoi genitori, tra di noi non c'era niente
di particolare - eravamo semplicemente amici.
Poi nell'ottobre 1941 l'altra figlia venne da Lvov per abitare coi genitori.
Le pareti erano molto sottili e io la sentivo parlare con sua madre. Mi piaceva
il modo in cui si parlavano. Dal primo momento in cui sentii la sua voce, me
ne innamorai.
Ma Christine era arrivata da Lvov illegalmente e tre giorni dopo, il 4 ottobre,
la Gestapo venne a casa a cercarla. Ogni volta che arrivava la Gestapo, tutti
erano spaventati; non si sapeva mai cosa avrebbero potuto fare. Avrebbero potuto
portarti con loro, e quella sarebbe stata la fine.
Siccome il mio appartamento era sul davanti, bussarono prima da me. Irruppero
e mi chiesero dove abitavano i Rozen.
"Non qui,", dissi, "sono nell'appartamento vicino". Girarono
sul retro. Io ero ansioso di sapere cosa stesse succedendo, quindi uscii e andai
a sedermi sulla panchina sotto la finestra dei Rozen. Improvvisamente Christine
saltò fuori dalla finestra - in braccio a me! Questo fu il nostro primo
incontro.
Nasconditi! Fu la prima cosa che mi venne in mente. Anche lei ebbe la stessa
idea. Attraversammo il cortile posteriore, poi alcuni campi, fino al cimitero
ebraico - che non era distante - e aspettammo lì fin verso le dieci di
sera. Christine trascorse quella notte da alcuni amici della sua famiglia, i
Garfinkles. Dopo alcuni giorni si trasferì in un altro luogo. Per alcune
settimane fui l'unico a conoscere la sua ubicazione, e fungevo da tramite tra
lei e la famiglia, portandole cibo e denaro. Poi partì per Lublino, per
aiutare suo fratello che era stato arrestato e si trovava in prigione in quella
città.
Quando i tedeschi comunicarono agli ebrei che avrebbero dovuto portare la fascia
sul braccio, la fascia con la Stella di David, sapevo che non avevano intenzione
di scherzare.
Non avevo dubbi al riguardo; non mi facevo illusioni.
Avevo visto come i tedeschi sparavano alla gente quand'ero in prigione. Sapevo
di che cos'erano capaci, stavano già uccidendo i polacchi, avrebbero
ucciso gli ebrei allo stesso modo, o peggio.
Cosciente del pericolo che correvano, organizzai un incontro con Christine e
sua madre, Helen Rozen, a Varsavia per aiutarle ad ottenere documenti di identità
ariani. Avevo dei contatti tra la clandestinità di Varsavia e riuscii
a far loro avere dei certificati di nascita autentici, di persone defunte, il
cui decesso non era stato registrato dai preti.
La madre, che aveva tratti somatici molto ebraici, divenne Zophia Olszewska,
mentre Sara (era questo il suo vero nome), che dall'aspetto non sembrava affatto
ebrea, adesso era Christine Paderewska. Zophia divenne mia "zia",
e Christine mia "moglie". Ottenemmo perfino un falso certificato di
matrimonio.
Mentre si trovavano a Varsavia in attesa dei documenti, Christine e sua madre
alloggiarono presso una donna che conoscevo, che probabilmente non sospettò
mai che fossero ebree. Questa donna faceva con me dei commenti molto cattivi
sugli ebrei che venivano uccisi nel Ghetto. Diceva che i tedeschi li stavano
schiacciando come cimici. Forse lo disse deliberatamente, per mettermi in guardia,
non lo so.
La maggior parte degli ebrei di Zamosc viveva in un proprio quartiere. Un giorno
i tedeschi rastrellarono un folto gruppo di abitanti del quartiere ebraico e
li fecero marciare fino alla stazione ferroviaria, ad un miglio circa di distanza.
In quel breve tragitto spararono a circa cinquanta persone, perché non
potevano camminare, o perché erano troppo lente, o semplicemente perchè
non andavano loro a genio. Alla stazione li fecero salire su una rampa, dove
vennero caricati su dei vagoncini. Spararono ad altre cinquanta persone lì
sul posto, senza alcun motivo. I pochi rimasti dovettero gettare i corpi nei
vagoncini. Poi i tedeschi li costrinsero a salire sopra ai corpi e li chiusero
lì dentro. E' la cosa più orribile che io abbia mai visto.
Parecchie persone videro questa crudeltà e ne furono veramente scosse.
Chi poteva capire? La gente in quella città fino ad allora non aveva
fatto molto caso a quello che i tedeschi stavano facendo agli Ebrei. Ma ora
sapevano esattamente come stavano le cose: oggi tocca agli Eebrei e agli Zingari,
ma poi toccherà a noi. Chi conosceva i tedeschi lo credeva. Io lo credevo.
Anche mio fratello lo credeva.
Dopo che i tedeschi prelevarono quegli Ebrei da Zamosc, quelli che rimasero
furono presi dal panico. Sembrava che tutti avessero ricevuto lo stesso messaggio:
"Se hai bisogno di aiuto, vai da Damski".
C'era sempre qualcuno che veniva da me perché aveva bisogno di documenti,
come Ringard, un caro ragazzo che lavorava per me. Andai a Varsavia e lo aiutai.
Anche Israelowicz, l'atleta, venne a Zamosc. Capelli biondi, occhi azzurri,
sembrava tedesco all'ennesima potenza, ma era ebreo.
"Che cosa fai qui?", gli chiesi. Questo era un ragazzo con cui avevo
partecipato ad eventi sportivi, ma cosa potevo fare per lui? Avevo già
moltissimi problemi. Christine, sua madre ... avevo già centinaia di
problemi.
Non mi chiese di aiutarlo, ma io gli dissi che cosa avrei fatto al suo posto:
mi sarei trasferito a Tomaszow, una città più piccola a circa
venti miglia da Zamosc.
Come era successo per me e mio fratello quando ci eravamo trasferiti a Zamosc,
pensavo che in una città più piccola avrebbe potuto sopravvivere,
ma non so cosa fece. Dopo quella volta non lo rividi mai più.

Christine Damski in una foto del 1942. (courtesy Ellen Land Weber)