La
storia di John Damski - 5
Di
città in città
Dopo che Christine e sua madre ebbero ottenuto i documenti ariani a Varsavia,
ritornammo tutti a Czestochowa, dove Christine aveva trovato un alloggio. Lì
decidemmo di separarci; pensavo che in quel modo avremmo avuto maggiori probabilità
di sopravvivere.
Affittai una stanza per la "mia zia vedova" - la madre di Christine
- presso un contadino di Olsztyn, un piccolo villaggio di circa mille anime
a una dozzina di chilometri da Cestochowa.
Poco dopo lasciai il mio impiego a Zamosc e mi trasferii a Cestochowa per stare
con Christine. Vivemmo lì per circa sei mesi e, ogni fine settimana,
ci recavamo a Olsztyn per vedere sua madre. Tutti credevano che Christine e
io fossimo sposati.
Fu allora che io stesso incominciai ad essere sospettato. Il portiere del nostro
stabile sapeva che visitavamo la madre di Christine ogni fine settimana e ritornavamo
a una certa ora ogni lunedì mattina. Un lunedì mi stava aspettando
di fronte al palazzo.
"Signor Damski, la Gestapo di Zamosc è stata qui a cercarla. Dicono
che sua moglie è di una famiglia ebrea di Zamosc."
Probabilmente qualcuno di Zamosc aveva riconosciuto Christine per la strada,
l'aveva seguita fino a casa e poi l'aveva denunciata alla Gestapo. Entrai, raccolsi
tutti i miei averi in un lenzuolo e me ne andai con il mio fagotto. Presi il
primo treno per Olsztyn, e andai a vivere con Christine e sua madre.
Per un breve periodo ebbi una seconda "zia" a Olsztyn: era la madre
di un ebreo il cui amico avevo aiutato a ottenere documenti falsi.
Quando la donna lasciò Olszyn per trasferirsi a Kielce, fu tradita e
arrestata. In due eventi separati, anche suo figlio fu arrestato, rilasciato
e infine ucciso. A seguito del collegamento tra le due "zie", a Olszyn
incominciò a circolare la voce che mia zia, la "signora Olszewska",
potesse essere ebrea. Christine e io decidemmo che dovevamo mandarla in un posto
più sicuro.
All'ufficio di collocamento di Czestochowa venimmo a sapere che stavano reclutando
volontari polacchi per andare a lavorare in Germania.
La madre di Christine aveva documenti autentici, da cui risultava che era una
vedova polacca, quindi la iscrivemmo per lavorare in un ristorante a Bad Reichenhall,
una città termale della Baviera.
Pensavamo che in Germania sarebbe stata al sicuro: là nessuno avrebbe
sospettato che fosse ebrea. I polacchi potevano riconoscere gli ebrei polacchi
- facevano parte dello stesso popolo - ma i tedeschi no. Temevamo molto di più
i polacchi, che avrebbero potuto ricattarla o tradirla, di quanto non temessimo
i tedeschi.
Per i tedeschi lei sarebbe stata una semplice contadina polacca. I tedeschi
non erano più interessati a queste cose. Ormai per loro gli ebrei non
esistevano più, erano stati tutti deportati.
A Olsztyn trovai lavoro come fotografo, facendo fotografie a comunioni e matrimoni,
cercando di guadagnare qualche soldo in ogni modo possibile. Era l'autunno del
1943.
Un giorno, mentre fotografavo un matrimonio, un tipo che non mi era particolarmente
simpatico mi si avvicinò e mi disse che voleva parlarmi in privato. Uscimmo.
"Signor Damski, alcuni qui dicono che sua moglie sia è ebrea".
"Ma cosa sta dicendo?"
"Non le sto chiedendo se lo è o non lo è, ma penso che sarebbe
meglio che partiste".
Che persona gentile! Nello stesso villaggio c'erano altre quattro famiglie nascoste
con documenti polacchi. Avevamo la pietà degli abitanti che sapevano,
tuttavia non volevo correre rischi. Alle cinque del mattino seguente misi Christine
sul treno per Varsavia. Io rimasi lì per raccogliere le nostre cose.
A Varsavia trovammo lavoro come gestori di un negozio di frutta e verdura che
vendeva esclusivamente ai tedeschi. Ora che avevamo cominciato una nuova vita
in un posto nuovo, mi procurai un bellissimo certificato di matrimonio falso,
in modo che non ci fossero dubbi al riguardo. Nessuno sapeva che Christine fosse
ebrea, ciononostante dovevamo vivere tranquillamente, appartati; dovevamo stare
attenti. Eravamo abituati alle difficoltà; non era quello il problema.
La cosa importante era sopravvivere, non essere catturati.
Il terrore a Varsavia continuò ininterrotto. Non era diretto solo contro
gli ebrei del ghetto, sebbene questo avesse proporzioni diverse.
Un giorno mi trovavo su un camion, di ritorno dopo aver fatto acquisti per il
negozio, quando all'improvviso vedemmo le SS accostarsi a noi in due o tre camion.
In quel luogo c'erano delle persone che coltivavano i propri orticelli. Gli
uomini dei camion si misero semplicemente a sparare loro addosso. Uccisero una
decina di persone, saltarono di nuovo sui camion e ripartirono.
Uccisioni casuali come quella si stavano verificando in tutta la Polonia.