La
storia di John Damski - 6
Varsavia
in fiamme
Christine e io tiravamo avanti; vivevamo in una stanza di fronte al Teatro d'Opera.
Il 1° agosto 1944, tornai a casa verso le cinque del pomeriggio. Ero rientrato
da pochi minuti quando sentimmo degli spari che provenivano da ogni parte della
città.
Sapevamo cos'era: la Rivolta di Varsavia. Tutti sapevano che la Resistenza stava
preparando una rivolta.
I russi erano già sull'altra sponda della Vistola; dal terzo piano del
nostro stabile riuscivamo a vedere i loro carri armati a Praga [quartiere
di Varsavia a est della Vistola n.d.r.]. Perciò eravamo in qualche
misura preparati per una simile eventualità.
Avevamo accumulato un po' di cibo: qualche chilo di pancetta affumicata, due
o tre pagnotte.
Cercammo di portarci verso la Città Vecchia, in centro, dove i partigiani
avevano la loro roccaforte, ma non si poteva uscire per strada se non si faceva
parte delle forze combattenti. Ci facemmo strada dalla nostra cantina alle cantine
delle quattro case successive. Varsavia era dotata di una vecchia rete fognaria
con grandi tunnel che collegavano la cantina di uno stabile a quella dello stabile
vicino; camminando lungo quei tunnel era possibile percorrere un intero isolato.
Poi dovemmo uscire allo scoperto, per attraversare di corsa una strada che non
aveva tunnel.
Poi diedi istruzioni a Christine: "Quando ti dico 'Corri!', tu corri! E
poi giù, ventre a terra!". Io sapevo di potercela fare, anche se
c'erano mitragliatrici che sparavano da ogni edificio, ma avevo paura per Christine.
Eravamo ancora in cantina; lei non voleva salire al pianterreno. Dovetti trascinarla
fuori. Fu l'unico momento durante tutta la guerra in cui si lasciò prendere
dal panico.
"Qui sotto morirai", le dissi, "La casa crollerà e noi
verremo sepolti. Se saliamo abbiamo ancora una possibilità".
In qualche modo riuscii a tirarla fuori da quella cantina e, proprio in quel
momento, una bomba cadde sull'edificio. Si piantò al secondo piano. Tutto
stava crollando. Lei cadde. Pensavo che fosse stata colpita da qualcosa, ma
era stato l'impatto. "Bene,", dissi, "è un segno che dobbiamo
uscire da qui".
Eravamo a due stabili dal Ministero Polacco dell'Agricoltura, quando i tedeschi
incominciarono a dar fuoco alle case. Il nostro caseggiato, di fronte all'Opera,
stava già bruciando. Cercammo di spegnere le fiamme con dei secchi d'acqua,
ma io non resistetti a lungo; il fuoco era troppo per me.
Quando io cedetti, una donna prese il mio posto. Ci spostammo nell'edificio
accanto, ma ben presto anche questo andò a fuoco. Ci spostammo e anche
quella casa fu incendiata.
Adesso eravamo per strada. Vedemmo ciò che sembravano i resti di un orto.
Qualcuno aveva scavato una buca, grande giusto abbastanza per noi due. Ci infilammo
dentro. La cenere volava dappertutto, impedendo la vista del sole; era come
un'enorme palla arancione. Tutta Varsavia stava bruciando. Dovetti urinare sul
mio fazzoletto e poi, con questo, coprire la testa di Christine, per evitare
che i suoi capelli prendessero fuoco. Trovai un sacco da cemento e lo misi sopra
le nostre teste, per nasconderci alla vista.
Rimanemmo in quella buca per tre giorni.
La seconda sera tutto era così silenzioso che dissi: "Esco a vedere
cosa succede. Forse la guerra è finita". Davanti al secondo caseggiato
in cui eravamo stati vidi delle persone che conoscevamo; erano a terra morte.
Il calore aveva carbonizzato i nasi e le orecchie, ma riuscii comunque a riconoscerli.
Da un grande mucchio un uomo chiamava un nome di donna: "Hanka! Hanka!"
Non so se fosse pazzo o che altro. Tutti i cani di Varsavia ululavano.
Tornai alla nostra buca. Il mattino dopo la terza notte, udimmo un grido: "Fuori!
Tutti fuori! Se non uscite, lancerò una granata!". Dissi a Christine:
"E' fatta. Dobbiamo uscire". Ci avevano trovato con i loro cani.
Le forze tedesche in quella zona di Varsavia erano costituite da un battaglione
dei peggiori criminali delle SS, che erano stati mandati lì per riabilitarsi:
infatti si chiamava "Battaglione di Riabilitazione". Nel mondo intero
non si poteva trovare una banda di gentaglia più marcia di quella. Quando
uscii, mi accorsi che il tipo che ci aveva stanato aveva un accento della Renania.
Gli abitanti della Renania parlano un ottimo tedesco, ma con accento un po'
più morbido rispetto ai berlinesi.
"Vieni dalla Renania?", gli chiesi.
"Sì".
Gli dissi che anch'io venivo dalla Renania; che ero nato là.
"Allora cosa ci fai qui?"
Gli dissi che ero un uomo d'affari, sorpreso a Varsavia dalla Rivolta, e Christine
era mia moglie ed era polacca. Non potevo dire che era tedesca, perché
non parlava tedesco.
Eravamo salvi, per il momento. Ci portarono nello scantinato sotto l'Opera.
Era uno spazio molto ampio; c'erano lì circa due o trecento donne e non
più di sei o sette uomini.
Non c'era luce, non c'era elettricità, ma solo alcune candele.
Dopo qualche giorno, alcuni di quei delinquenti delle SS entrarono dicendo:
"Tutti gli uomini, fuori!". Potevo sentire che cosa accadeva a ciascuno
quando usciva.
"Ppfook!", li freddavano sul posto. Non stavano a chiedersi se fossero
o meno partigiani; li uccisero tutti.
Christine indossava la sua pelliccia (in Agosto!). Svelta, mi ricoprì
con la pelliccia e mi si sedette sopra, nascondendomi.
Una SS giovanissimo - aveva solo diciotto o vent'anni - passeggiava avanti e
indietro con il suo fucile, cantando: "Madre, dammi un cavallo! Un cavallo
è il mio Paradiso!". Quella era la sua canzone. Aveva visto Christine
coprirmi con la sua pelliccia. Smise di cantare, si chinò su di lei e
le disse: "C'è sempre tempo per andare in Paradiso!". Poi si
voltò e riprese a cantare. Non disse una parola. Quello è un momento
che non dimenticheremo mai.

I
resti di Varsavia alla fine della rivolta (ottobre 1944)