Il giorno seguente qualcuno venne a cercare degli aiutanti per un ospedale
di fortuna che si stava allestendo nello scantinato dell'edificio del Ministero
degli Esteri. Scelsero Christine, alcune altre donne e me. Rimanemmo lì
per un paio di giorni, finché arrivò un tale di cui mi ricorderò
per sempre: un SS, alto, strabico, che portava un cesto pieno di cristalleria,
ovviamente rubata. I tedeschi stavano saccheggiando ogni casa.
Mi guardò e disse: "Tu, porco polacco, perché mi guardi
così?"
Risposi in tedesco: "Mi dispiace, non sono polacco".
"Oh, scusami, che cosa ci fai qui?"
Gli raccontai la mia storia dell'uomo d'affari sorpreso dalla Rivolta.
Allora mi disse: "guarda, ogni giorno alle quattro portiamo i nostri
pacchi per la Germania a Jablonna". Non potevano mandare niente in Germania
direttamente da Varsavia, a causa dei combattimenti, quindi portavano il bottino
a venticinque o trenta chilometri dalla città, lo caricavano su un
grosso camion e da lì lo mandavano in Germania.
"Tu e tua moglie potete venire con noi domani", mi disse. Beh, era
un'occasione per uscire.
Il giorno seguente, alle quattro, si presentarono, ubriachi.
"Su, andiamo!" strillarono. Poi mi diedero una bottiglia e anch'io
dovetti bere. Quindi ci avvertirono: "Quando il camion girerà
al tale incrocio, abbassatevi più che potete, perché spareranno".
Ci spiegarono che i fucili dei partigiani miravano a una data altezza; se
ci fossimo abbassati, non avrebbero potuto colpirci. Loro facevano quel viaggio
ogni giorno e l'avevano scoperto. I partigiani ci sentirono quando il camion
si avvicinò lungo la strada ed erano pronti. Mentre passavamo spararono
due volte, ma come ci era stato detto, le pallottole passarono sopra le nostre
teste e ne uscimmo indenni.
Fecero una sosta a circa quindici miglia da Varsavia, in un piccolo villaggio
chiamato Bielany. Tutti gli abitanti erano spaventati; non sapevano cosa stesse
succedendo a Varsavia. Avevano sistemato dei letti nello scantinato della
chiesa e tutti stavano là. Pernottammo lì.
Il giorno seguente decidemmo di lasciare i tedeschi e sbrigarcela per conto
nostro.
Stavamo camminando per i boschi quando ci imbattemmo in una grande villa;
era una casa di vacanze per i dipendenti del Municipio di Varsavia. Tutti
vollero sentire la storia di come eravamo usciti dalla città. Alcuni
pensavano che fossimo dei traditori, non perché non eravamo rimasti
là a combattere, ma perché io non ero favorevole alla Rivolta.
Dissi che era poco saggio, anzi suicida, per i polacchi tentare la Rivolta;
non avevamo alcuna possibilità di farcela contro i tedeschi; avremmo
dovuto lasciare all'esercito russo il compito di finirli.
Rimanemmo in quella villa per una settimana o due. Ogni notte dovevamo restare
di guardia nella foresta circostante - non capivo il perché.
Poi una volta, di giorno, qualcuno mi chiamò: "Signor Damski,
presto! Arrivano i tedeschi! Venga e cerchi di parlare con loro!".
Erano un gruppo di ufficiali tedeschi, medici, che stavano cercando un posto
dove allestire un ospedale. Erano tutti bavaresi, del reggimento che si era
ritirato da Stalingrado. Hitler aveva bloccato le promozioni in quella divisione,
perché avevano abbandonato la lotta. Mi dissero qualcosa a proposito
di "Banditi polacchi", riferendosi ai partigiani. Io dissi che non
li consideravo dei fuorilegge, ma semplicemente dei combattenti dell'Esercito
Interno Polacco.
Parlammo per un po', poi se ne andarono.
Quando se ne furono andati, scoprii perché la gente della villa aveva
voluto che io trattenessi i tedeschi con quella conversazione: gestivano un
ospedale segreto per i partigiani polacchi nascosti nella foresta vicina.
Mentre io parlavo con i tedeschi sul davanti, loro portavano i partigiani
feriti fuori dalla porta sul retro.
Qualche giorno dopo uno dei medici ritornò e disse che stavano organizzando
la raccolta e la consegna dei prodotti agricoli locali e avevano bisogno di
un interprete. Così ogni giorno andavo al loro ospedale militare e
traducevo per i lavoratori del dipartimento agricolo, e ogni giorno mi davano
un grosso barattolo di minestra, che io portavo alla villa, così tutti
ne mangiavano.
Un giorno Christine stava camminando lungo la strada, quando un'auto si fermò
e ne saltò fuori un uomo. "Signora Damski, sto cercando suo marito".
Era un ispettore di tutte le aziende di frutta e verdura del distretto di
Varsavia; lo conoscevo dai tempi del mio ultimo lavoro in città. Spiegò
che Varsavia aveva una popolazione di circa due milioni di persone, ora tagliate
fuori da tutta la produzione agricola. E che ne facciamo di tutta la frutta
e la verdura che c'è nei campi? La lasciamo marcire? Voleva che organizzassi
una vendita di frutta e verdura all'ingrosso.
Così Christine e io ci trasferimmo nella cittadina di Ozarow, dove
organizzai un'attività di vendita all'ingrosso che crebbe rapidamente;
impiegammo centodiciannove persone e, nei momenti di punta, vendevamo fino
a quattromila tonnellate di verdura. Potevo ottenere tutti i veicoli che volevo
dai tedeschi; avevamo sei grossi camion con rimorchio. Ogni mese riempivamo
dai dodici ai quindici vagoni ferroviari di verdura, che veniva spedita ad
Amburgo, a Bruxelles, ovunque.
In tutta la Polonia non c'era mai stata una simile azienda di vendita all'ingrosso;
era un successo strepitoso.
Nel gennaio 1945 i russi entrarono a Ozarow, e quello fu il momento più
felice; eravamo sopravvissuti.
Feci la cosa giusta - no, non intendo dire la cosa giusta - feci quello che
ognuno avrebbe dovuto fare. E' vero, ci furono dei polacchi a cui non importava
nulla di quello che stava succedendo agli ebrei, ma ce ne furono altri a cui
importava. Il fatto che centomila ebrei siano sopravvissuti in Polonia significa
che circa un milione di persone devono averli aiutati. Nel nostro caso, almeno
una dozzina di persone deve aver saputo che mia moglie era ebrea.
Io ho un senso di soddisfazione interiore per quello che ho fatto, e questa
è la mia ricompensa. E... ho una moglie meravigliosa!
John Damski ha rilasciato questa intervista nella
sua casa di Los Angeles, California, il 14 maggio 1988.
