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Carl Lutz
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In realtà Lutz interpretò questa concessione in senso molto estensivo:
gli 8.000 permessi andavano intesi come inclusivi non di una sola persona ma
di un intero nucleo familiare. In questo modo si è stimato che Lutz ed
i suoi collaboratori dell'ambasciata svizzera distribuirono oltre 62.000 lettere
di protezione. Per di più vennero create 76 cosiddette "Case protette" ossia
palazzi ai quali veniva garantito uno status di extraterritorialità identico
a quello che godeva l'ambasciata svizzera. In queste case
trovarono rifugio centinaia di Ebrei che riuscirono a porsi in salvo dagli omicidi
perpetrati dai fascisti ungheresi delle Croci Frecciate. Lutz lavorò in pieno accordo con il suo superiore, l'ambasciatore Maximilian
Jaeger e coordinò la propria attività con quella
di altri diplomatici attivi a Budapest nella
operazione di salvataggio degli Ebrei: Friedrich
Born della Croce Rossa Internazionale, Raoul
Wallenberg dell'ambasciata svedese, monsignor Rotta nuzio apostolico
a Budapest e Giorgio Perlasca che aveva assunto le funzioni di
console spagnolo.
L'operazione di salvataggio subito dopo la guerra non solo non venne premiata
ma Lutz venne accusato dal Ministero degli Esteri svizzero di aver abusato delle
sue funzioni e di aver travalicato le proprie competenze.
Dopo anni la sua attività venne riconosciuta e grazie a libri e pubblicazioni
storiche Lutz si vide riconoscere il proprio lavoro di salvatore.
Nel 1964 venne
nominato dallo Yad Vashem Giusto tra le nazioni. Nel 1991 gli è stato
eretto un monumento nella città di Budapest.
La sua azione di salvataggio venne sostenuta e resa possibile oltre che dall'ambasciatore Jaeger anche
da Harald Feller, secondo segretario dell'ambasciata
svizzera e da Peter Zürcher un uomo d'affari svizzero. |
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