Certo, c'erano individui e piccoli gruppi locali che si opponevano al regime.
In effetti oggi sappiamo che ce n'erano più di 300 ma, per le ragioni
che ho descritto precedentemente, era praticamente impossibile stabilire dei
contatti, e ancor più mantenere le comunicazioni. Pertanto i gruppi erano
piccoli, isolati e non conoscevano l'esistenza gli uni degli altri. L'unica
resistenza che avrebbe potuto avere successo sarebbe stata quella del militari.
Questi ci provarono, con grande ritardo, quel famigerato 20 luglio 1944, e fallirono
miseramente.
Con ciò ritorno alla mia domanda iniziale: come fu possibile per un piccolo
gruppo di studenti universitari sfidare questo regime così potente e,
con infiniti rischi, chiamare ad una resistenza aperta?
La risposta è molteplice:
1. Eravamo studenti e, lungo tutto il
corso della storia, gli studenti sono stati idealisti, ribelli e disposti a
rischiare: ribelli nei confronti dell'ordine esistente, nei confronti delle
convenzioni vuote, vecchie e nuove (gli Stati Uniti e l'Europa hanno avuto un'esperienza
diretta di queste cose negli anni Sessanta). La maggior parte dei membri del
nostro gruppo aveva appartenuto alla
"Bündische Jugend".
Si trattava di organizzazioni giovanili molto simili ai Boys Scout, che erano
nate in Europa intorno al 1908 ed erano particolarmente diffuse in Germania.
Essenzialmente, queste organizzazioni si svilupparono sulla spinta della delusione
dei giovani nei confronti del vecchio ordine stabilito e delle scuole, che li
avevano terribilmente delusi, oltre che i genitori soffocanti. Erano impregnate
di romanticismo tipicamente tedesco. I loro ideali e obiettivi dichiarati erano:
libertà individuale, autodisciplina e adesione ai più alti principi
morali ed etici.
2. Questi studenti provenivano da famiglie
borghesi. I loro genitori erano oppositori di Hitler e questo deve averli in
una certa misura influenzati.
3. La maggior parte di noi erano studenti
di medicina, ad eccezione di
Sophie Scholl, che aveva
una laurea in biologia e filosofia. Avevamo in comune un profondo interesse
e un grande amore per le arti, la musica, la letteratura e la filosofia. La
maggior parte di noi aveva amici o compagni di classe ebrei che erano stati
espulsi, deportati o avevano sofferto nel pogrom della Notte dei cristalli.
Tutto ebbe inizio, possiamo dire, nell'inverno 1938/39.
Quelli tra noi che stavano adempiendo i due anni di servizio militare obbligatorio
e intendevano entrare nella facoltà di medicina furono assegnati a una
"Sanitaetskompanie", una scuola di addestramento per personale
medico, per gli ultimi sei mesi.
Fu lì che incontrai
Alexander Schmorell.
Era un giovane di molti talenti, uno scultore molto dotato, con un profondo
interesse per la musica e la letteratura; era nato in Russia da padre tedesco
(un medico) e madre russa. Presto scoprimmo le nostre tendenze politiche affini
e diventammo intimi amici. Forse alcuni di voi hanno letto in qualche libro
sulla Rosa Bianca ciò che
Alex Schmorell
mi disse, indicandomi la porta della nostra caserma:
«Forse,
fra dieci anni, ci sarà una targa su quella porta, con la scritta: "Da
qui ebbe inizio la rivoluzione"».
Entro la primavera seguente la maggior parte di noi si era iscritta all'Università
di Monaco. Ci furono due giorni di indottrinamento politico obbligatorio, che
nessuno prese sul serio. Sebbene le confraternite fossero state sciolte e fatte
confluire nell'Organizzazione Studentesca Nazionalsocialista, trovavamo esilarante
il grado di libertà di cui godevamo da studenti, in confronto a quello
che ci eravamo lasciati alle spalle: sei mesi di
"Arbeitsdienst"
(una specie di lavoro coatto paramilitare, in uniforme), seguiti da due anni
di servizio militare. Tuttavia, ciascuno tenne per sè le proprie opinioni,
a causa del palpabile senso di oppressione e di controllo, e della minaccia,
sempre pendente, dei campi di concentramento.
Tuttavia, il malcontento studentesco ribolliva. Per esempio, al termine del
semestre estivo, il capo dell'organizzazione studentesca nazista dello Stato
di Baviera ci convocò per informarci che ci era stato ordinato di impiegare
le nostre vacanze nel lavoro agricolo, altrimenti non ci sarebbe stato permesso
di iscriverci al semestre autunnale. Ci furono dimostrazioni; gli studenti della
facoltà di chimica esplosero bombe puzzolenti e fu chiamata la Gestapo
(Polizia Segreta).
Poco dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, provocato dall'invasione
della Polonia da parte della Germania (settembre 1939), gli studenti di medicina
furono arruolati, alloggiati in caserma e obbligati a frequentare le lezioni
in uniforme. Inizialmente, ciò fu eseguito in maniera tipicamente prussiana:
gli studenti venivano stipati nelle caserme, fino a dieci per stanza, il che
rendeva lo studio particolarmente difficile; ci si recava alle lezioni marciando
in colonna al mattino e si ritornava allo stesso modo la sera. Alla fine l'assurdità
e l'impraticabilità di tutto questo divenne evidente e ci fu concessa
maggiore libertà; ci fu concesso di abitare in alloggi privati e all'ultimo
anno perfino di indossare abiti civili. Solo l'appello e l'esercitazione mattutina
del sabato rimasero obbligatori. Molti di noi non si presentavano e gli amici
rispondevano per conto degli assenti gridando "Presente!", quando
venivano chiamati i loro nomi.
In questo gruppo studentesco io presentai
Alex Schmorell
a
Hans Scholl.
[© G. J. W.
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