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  Quaderni di Olokaustos
Rivista quadrimestrale di studi storici e sociali
Anno 1, Nš 2, maggio 2005
 
     
  Il male è inconoscibile?


Editoriale di Giovanni De Martis


     
  Una formula retorica di moda in questi ultimi anni ha dato al Nazionalsocialismo l’etichetta di ‘Male assoluto’. Come tutte le definizioni che puntano a sollecitare più l’emozione che la riflessione anch’essa ha un sapore per certi versi sviante. Irrompe ancora una volta l’idea - purtroppo sempre presente - che la Shoah sia stato un evento ‘incomprensibile’ e - per conseguenza - ‘inconoscibile’. ‘Male assoluto’ per definizione è qualcosa che va al di là della capacità degli storici, dei filosofi, degli studiosi di scienze sociali. Qualcosa che è racchiuso in una sorta di mistero metafisico e dal quale inevitabilmente e con un certo sollievo possiamo distanziarci riguadagnando la certezza della nostra estraneità. In questo senso occorre rigettare con forza una definizione che ha una funzione di liberatorio autoassolvimento. Pensare che il Nazionalsocialismo sia stato una irruzione dell’irrazionale nel mondo contemporaneo è quanto di più deresponsabilizzante si possa pensare.
Questo secondo numero è – per certi versi – un voler rispondere a questa tendenza. Il male assoluto non esiste perché gli uomini che ne sono gli artefici non hanno nulla di assoluto. Non è richiudendo la Shoah nell’ampio archivio della follia umana che si comprende la sua dinamica e, soprattutto, non è con questo atteggiamento che si può rimanere vigili di fronte al riaccadere dei fenomeni genocidari.
Che non si sia trattato di qualcosa che trascende l’umano appare evidente dalla tecnica di espulsione dal mondo culturale tedesco di ogni pensiero non conforme. Il Nazionalsocialismo compie in primo luogo uno sterminio culturale delle diversità ovunque fossero. Indagare allora la storia dei docenti universitari ebrei eliminati dalle cattedre di storia del Vicino Oriente diventa uno specchio emblematico di un disegno lucido e per nulla inconoscibile. Ripensare alla parabola della ‘geopolitica’ come dottrina serva obbediente delle ambizioni imperiali naziste può aiutarci a comprendere che il Nazionalsocialismo come il Fascismo lungi dall’essere ‘fondatore’ di una cultura, è disegno di sistematizzazione di un sistema preciso di ‘valori’ antimoderni. Un sistema che si sforza di riplasmare la storia. l’archeologia, le scienze secondo un bagaglio di pseudomiti tenuti insieme dal collante della ‘Tradizione’ cara ai Guénon e agli Evola. Cosa ci impedisce, o meglio, cosa ci spinge a espellere da noi questo prodotto antimoderno della civiltà europea? Tutto sommato si tratta di un difetto di comprensione, una non-volontà ora inconscia ma soprattutto più spesso conscia di rimuovere noi stessi dal problema. Un altro gruppo di articoli si sforza di ricollocarci all’interno del ‘male’ indagando da un lato le dinamiche della ‘scoperta della Shoah’, il suo uso e il suo abuso nel mondo d’oggi e, dall’altro lato, indagando su quella relazione che si instaura quando l’uomo si trova a scegliere. Il male allora diviene ‘non assoluto’ ma presente come scelta, come possibilità umana di fronte alla quale si crea il dilemma decisivo che appartiene al mondo delle decisioni umane.
Abbiamo anche cercato di porre la nostra indagine secondo una linea eterodossa che prendesse in esame due mondi diversi dalla storia: la poetica e la fotografia. Se Adorno scriveva che non è più possibile scrivere poesie dopo Auschwitz i fatti gli hanno dato torto. Si continua a fare poesia – come in fondo è giusto che sia – ma manca una riflessione di come la poesia possa e debba interagire con ‘l’evento Shoah’. Occorre cioè capire cosa può essere una ‘poetica’ che faccia riferimento alla Shoah. Allo stesso modo la fotografia rappresenta un’altra arte, la più moderna in ordine di tempo. Il Nazionalsocialismo per il suo disegno di annientamento ha utilizzato strumenti che – benché migliorati tecnologicamente – sono gli stessi che quotidianamente usiamo. Tra questi la fotografia ha assunto un ruolo decisivo non solo di testimonianza ma di strumento asettico dell’orrore. Dalla fotografia al cinema – che della fotografia è ampliamento quasi concettuale – il passo è breve ed abbiamo voluto ripercorrere anche questa arte per smascherare la retorica del ‘Male assoluto’.
Come in precedenza – ed è abitudine che non vorremmo perdere – abbiamo voluto offrirvi una riflessione dal mondo della scuola attraverso il percorso didattico dei docenti dell’Istituto ‘Mascheroni’ di Bergamo. Crediamo sia importante continuare a raccogliere le notizie da chi nel mondo della scuola lavora con impegno per trovare nuove vie di trasmissione della memoria.
Infine ospite graditissima di questo secondo numero è la professoressa Rita Sidoli dell’Università Cattolica di Milano. La sua riflessione sul significato della nostra rivista ci aiuta a migliorare il nostro tentativo di sintonizzare il nostro lavoro sulle attese dei lettori.
  Giovanni De Martis, Il male è inconoscibile? in Quaderni di Olokaustos - 2/2005, Edizioni dell'Arco, Bologna, 2005, pp. 5-7.

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