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  Quaderni di Olokaustos
Rivista quadrimestrale di studi storici e sociali
Anno 1, Nš 2, maggio 2005
 
 
gruppo di bambini su un prato
 
I bambini delle famiglie Hessel e Oberto nei pressi della borgata Rossi di Rivalta (Piemonte, estate 1944). Bianca Schlesinger è la seconda da destra, nell’ultima fila.
Luigi e Maria Oberto salvarono gli Hessel tenendoli nascosti nella loro casa per quasi due anni, nel pieno della guerra (© Bianca Schlesinger).
 
Bianca Schlesinger, Con i lupi alle spalle, in Quaderni di Olokaustos - 2/2005, Edizioni dell'Arco, Bologna, 2005, pp. 23-26.

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  Con i lupi alle spalle


di Bianca Schlesinger

La genesi del libro di Bianca Schlesinger di prossima pubblicazione nella collana i libri di Olokaustos

 
  Verso la fine del 1941 affluiscono in diverse località del Piemonte ebrei croati inviati a domicilio coatto.

Nei libri di storia, una frase; per me e per la mia famiglia, una vita vissuta nella ricerca di sopravvivenza in luoghi imprevedibili, un problema di spaesamento, di incomunicabilità, la difficoltà di organizzarsi su una vita vivibile nel continuo pericolo di sapersi ricercati. La gratitudine per coloro che offrono salvezza. Avevo solo otto anni quando la mia famiglia dovette fuggire dalla Jugoslavia, e non ricordo esattamente tutti i dettagli delle nostre peripezie. Ma un’esperienza così vissuta lascia nell’animo una cicatrice indelebile, un rancore anche in parte sub-cosciente, il sentimento di essere stata vittima di un’enorme ingiustizia, di essere stata tradita, derubata. Ormai mamma e nonna, testimone dell’infanzia spensierata dei figli e dei nipoti, di loro amicizie che li accompagnano dall’asilo infantile fino alla maturità, uno si rende conto di essere stato derubato della propria infanzia, della possibilità di realizzare in pieno il proprio futuro.
«Se vuoi inventare storielle, scrivi una biografia, ma se vuoi raccontare la verità, scrivi un romanzo», è stato uno dei consigli datomi al corso di ‘scrittura creativa’ che avevo frequentato a suo tempo, presso l’Università di Tel Aviv.
Ed è così che decisi di scrivere un romanzo. Una storia parallela a quella vissuta dalla mia famiglia, che però non è esattamente una autobiografia. Alcuni fatti sono veramente accaduti, altri potevano accadere, ed altri ancora sono accaduti a persone diverse da quelle descritte nel libro. Ho preferito scriverla in forma di romanzo anche per il fatto che non avrei potuto riferire fedelmente i fatti, ricordando alcuni dettagli solo vagamente. Ma anche per il fatto di non poter riportare, ma solo indovinare, i pensieri degli altri e le loro ragioni di agire. E questo gran desiderio di cercare di indovinare, di capire, ho voluto realizzarlo in questo modo. Un’altra ragione era il timore che amici e familiari non mi avrebbero mai più rivolto la parola, riconoscendosi nel libro, e delusi dalla descrizione.
Come nel romanzo, anche la mia famiglia dovette lasciare la Jugoslavia nel 1941, fuggendo dai nazisti, e trovando rifugio in Italia in qualità di ‘internati civili di guerra’. Fummo internati nella cittadina di Bra – la nostra famiglia di sei persone più la nonna, una zia ed un cuginetto – dove abbiamo potuto vivere più o meno tranquilli, nonostante le difficoltà di sostentamento. Il provvedere cibo, medicinali, educazione per i bambini, erano ostacoli da superare giornalmente. E dato che gli esseri umani non diventano santi solo perché perseguitati, non mancarono i piccoli screzi tra gli adulti, ridicole accuse e meschini litigi, causati sia dalla ristrettezza dell’abitazione e dalla conseguente mancanza di intimità, come dalla tensione per il pericolo sempre presente. Piccoli/grandi problemi, microscopici di fronte all’orrore di quello che stava succedendo altrove, ma disagi vissuti giornalmente nei lunghi mesi di esilio.
Il vero pericolo si profilò all’orizzonte nel settembre 1943, con l’occupazione tedesca. La storia raccontata nel libro – la suora che si offre di nascondere i profughi, suo fratello, il più povero contadino del villaggio che li nasconde nella propria casa a pericolo della propria vita – è vera anche se incredibile. Incredibile, se ci si domanda quanti di noi possano dire onestamente che nelle stesse condizioni avrebbero fatto lo stesso.
Luigi Oberto, (non per nulla nel libro ho voluto chiamarlo Angelo) ormai defunto, e sua moglie Maria sono stati onorati dallo Stato di Israele quali ‘Giusti tra le Nazioni’, piccolo riconoscimento della grandezza del loro gesto. Gesto ripetuto da centinaia di altri italiani, percentuale di gran lunga superiore di quanto avvenne negli altri paesi dell’Europa.
Nella borgata Rossi di Rivalta, un minuscolo villaggio dove trascorremmo quasi due anni, il pericolo era sempre presente.
Per noi, bambini, erano incubi notturni nutriti da paure inespresse. Era, però, anche un periodo di scoperte: ci trovavamo in un ambiente primitivo, a volte scioccante, ma che allo stesso tempo ci dava una libertà non prima goduta nell’ambiente protetto, imbottito di ovatta, in cui eravamo cresciute.
È per descrivere queste impressioni, ed allo stesso tempo riferire la cruda realtà della situazione, che ho deciso di scrivere il romanzo da due punti di vista. Alcuni capitoli sono presentati dal punto di vista del padre, la realtà nuda e cruda, mentre altri capitoli riflettono il punto di vista della bambina Susi – una alter-ego romanzata – che scopre e cerca di adattarsi a quel mondo così diverso. Come lo fu nella nostra vita, così anche il romanzo è popolato da protagonisti alcuni buoni oltre la comprensione, altri crudeli e malvagi, altri ancora buoni/cattivi; il periodo è intersperso di momenti estremamente drammatici e da altri quasi umoristici. I quattro anni trascorsi nello scrivere il libro furono per me problematici. Da una parte mi hanno fatto rivivere quel periodo difficile della mia vita, periodo che avrei preferito dimenticare. Dall’altra parte, invece, – in assenza della tensione per l’imprevedibile futuro – quel passato ha subito nel ricordo una metamorfosi diventata nostalgia.
Vivo ormai da parecchi anni in Israele, la mia nuova patria, ma non posso rimanere lontana dall’Italia per lungo tempo. Torno spesso a Rivalta, spinta da attacchi di nostalgia. Luigi e Maria ed i loro figli, ormai sposati e genitori anche loro, mi hanno sempre accolto come fossi parte della loro famiglia. Mi piace aggirarmi per la casa dove i muri mi sussurrano ricordi dal passato; mi piace passeggiare per i campi, aspirare l’odore familiare della terra appena arata. Ogni tanto qualcuno mi si avvicina, mi saluta, «Non ti ricordi di me? Armando?» ed io no, non riconosco l’anziano signore dai capelli bianchi. Maria mi fa vedere il nuovo, moderno bagno, confidandomi che Luigi si rifiuta di usarlo – «non vado mica a sporcare la porcellana, no?», e continua ad usare lo sgabuzzino sull’angolo del balcone della cucina. E Luigi stesso, porgendomi un secchio d’acqua ed un secondo di mangime, mi invita a venire ad aiutarlo a «far mangiare» i conigli.
A volte, in questa mia nuova patria, paese di immigranti, mi viene fatta la domanda: «Di dove sei?» Ed io esito, di dove sono? Di Israele dove vivo, dove ho trovato rifugio e sicurezza, mai più straniera indifesa fra stranieri? Della Croazia, che mi ha dato i natali? O dell’Italia, che mi ha dato una seconda vita? Di dove sono? Non lo so.
So però che in Italia, per l’esempio generosamente datomi, ho imparato che è possibile e che bisogna rimanere umani anche nei periodi più folli, quando tutto il mondo sta diventando bestia. Che è possibile e che bisogna ascoltare la propria coscienza, anche quando il suo suggerimento è contrario a quanto tutti gli altri gridano ad alta voce. Che è possibile e che bisogna rispettare il prossimo, farsi avanti e proteggerlo, indipendentemente dai rischi. Valori di cui ho avuto la fortuna di godere e che, di seguito, mi sono sempre sentita in dovere di adottare.
 
           
           
           
         



  
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