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  Quaderni di Olokaustos
Rivista quadrimestrale di studi storici e sociali
Anno 1, N‰ 3, novembre 2005
 
     
  La Memoria che serve


Editoriale di Giovanni De Martis


     
  Il 27 gennaio si avvicina. Un altro anno in cui la celebrazione della Memoria sta per arrivare. Più la ricorrenza sancita dalla legge dello Stato si ripete e più dobbiamo interrogarci sul suo valore e sul suo uso. Si è molto combattuto perché la Memoria avesse un ‘luogo’ nel calendario civile e il fatto che questo luogo sia stato trovato all’inizio del secondo millennio testimonia la fatica che è costato.
Tuttavia è proprio quando si è sancito qualcosa che occorre lavorare di più ed interrogarsi con maggiore forza.
La Memoria rischia di essere ritualizzata. Rischia di diventare un ‘appuntamento’ fisso nel quale il ricordo assume la funzione di un atto formale archiviabile sino all’anno successivo.
In questi mesi si discute su ciò che si farà quando i testimoni non ci saranno più. C’è chi pensa che saranno sostituiti dalle seconde generazioni che racconteranno un’altra forma di Memoria, questa volta indiretta. Alcuni sono preoccupati di questa eventualità. Alcuni temono la storicizzazione.
Ciò che è da temere con maggiore preoccupazione è invece il distacco tra l’esperienza quotidiana e il valore della Memoria. Perché la Memoria in sé e per sé non è un valore: diventa valore solo se se ne fa uso. Ciò significa che con o senza testimoni una Memoria che non sia atto civile, che non crei la consapevolezza che la democrazia è un bene da difendere non serve a nulla.
Anche se i testimoni vivessero altri mille anni non servirebbe il loro sforzo se la Memoria di ieri non viene utilizzata come strumento attivo del quotidiano.
La Memoria è specchio del possibile ossia di ciò che si può ripetere. Non può ripetersi soltanto il genocidio in quanto tale (e che il fenomeno genocidario si ripeta è dato di fatto degli ultimi sessanta anni) ma tutto ciò che porta al genocidio: la crescita delle intolleranze, delle xenofobie, dei razzismi, dell’antisemitismo. Non serve a niente ricordare se la Memoria non serve a renderci immuni dal virus che vorrebbe portarci alla malattia dello ‘scontro di civiltà’, se non serve a farci rifiutare la logica di fondamentalismi che vorrebbero renderci a nostra volta fondamentalisti.
Storicizzare non significa archiviare, si archivia soltanto ciò che non viene ritenuto attuale. Il ricordo di un atto di barbarica insensatezza, di dimensioni inimmaginabili all’interno dell’Europa moderna o è vaccino o non serve.
Occorre cominciare a pensare – a diversi anni dalla introduzione della legge – a rendere la Memoria un evento attualizzabile. Occorre cominciare a compiere un lavoro che rimuova ostacoli concettuali e psicologici. Occorre non far più confusione con i concetti, occorre saper distinguere la ‘unicità’ senza temere che essa sia messa in forse dalla ‘ripetibilità’. Il progetto di distruzione sistematica di milioni di persone si è realizzato come atto storico e perciò è ‘unico’ ma non per questo non è ripetibile. In altre forme, in altri contesti ma è ripetibile.
Ed è ripetibile in società che si chiudono, che scambiano il concetto di ‘identità’ con una corazza protettiva di disagi sociali. Società che utilizzano le ‘radici’ come portoni da chiudere davanti ad altre ‘radici’. In questi giorni il giornalista Gad Lerner ha pubblicato un pamphlet che si intitola ‘Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità’. Il pericolo che abbiamo davanti è quello che ci indica Lerner: identità fittizzie con memorie posticce stanno prendendo il sopravvento in Europa e stanno facendoci chiudere dentro una torre falsa e isolante. Il 27 gennaio del 2006 dovremmo cominciare a dare alla Memoria un senso più forte e più attuale, ad usarla per non lasciarci sommergere da memorie che dividono e favoriscono le divisioni.
  Giovanni De Martis, La Memoria che serve in Quaderni di Olokaustos - 3/2005, Edizioni dell'Arco, Bologna, 2005, pp. 5-6.

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