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  Quaderni di Olokaustos
Rivista quadrimestrale di studi storici e sociali
Anno 1, N‰ 3, novembre 2005
 
 
l'ultima bomba a mano  
   
Giovanni Costantini, L’arte sotto il nazismo. Considerazioni attorno ad una conferenza di Alois Jakob Schardt, in Quaderni di Olokaustos - 3/2005, Edizioni dell'Arco, Bologna, 2005, pp. 173-213.

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  L’arte sotto il nazismo.

Considerazioni attorno ad una conferenza di Alois Jakob Schardt.


di Giovanni Costantini

 
  “Tutto questo blaterare artistico e culturale di cubisti, futuristi e dadaisti e simili non è sano in termini razziali né tollerabile né in termini nazionali”. Questa frase di Hitler riassume perfettamente l’avversione profonda del nazismo per l’arte contemporanea, una dichiarazione d’odio che aveva tra i suoi presupposti la profonda ignoranza di buona parte dei suoi estensori. Gli esponenti più in vista del nazismo non possedevano in realtà alcuna nozione meno che superficiale sulle realtà artistiche dell’epoca – o sull’arte in generale – limitandosi ad opporre un netto rifiuto a tutte le espressioni che non potessero essere ricondotte ad un grossolano gusto propagandistico, all’ossessione per lo ‘spirito germanico’ e, naturalmente, all’idea di purezza razziale.
Nei primi anni del regime la politica culturale rispetto alle arti figurative non aveva quindi individuato una direzione precisa, e anche la scelta del ‘nemico artistico’ cadeva spesso in palesi contraddizioni: è il caso dei futuristi, coccolati dal fascismo italiano e tuttavia disprezzati dai nazisti, o la simpatia che la Lega degli Studenti Nazionalsocialisti manifestava per il movimento espressionista, in opposizione ad Alfred Rosenberg.
Questa la situazione descritta da Alois Schardt al momento della sua fuga negli Stati Uniti, nel 1939. Ex direttore del museo di Halle, chiamato a dirigere nel 1933 la Nationalgalerie di Berlino, fallì nel tentativo di ‘salvare’ artisti contemporanei di per sé lontanissimi dall’estetica del nazionalsocialismo. Schardt era un cultore dell’espressionismo e dell’arte medievale, piuttosto che un sostenitore delle avanguardie più radicali d’inizio Novecento. Tuttavia l’interesse genuino per l’arte, al di là dei dettami ideologici, aveva fatto sì che Schardt scegliesse per i suoi allestimenti, negli anni appena precedenti l’ascesa al potere dei nazisti, numerose opere di artisti sgraditi, bollati come ‘degenerati’ o in procinto di esserlo, quali Franz Marc, Oskar Kokoschka e persino il ‘giudeo-bolscevico’ El Lissitzkij. Era quasi inevitabile quindi lo scontro tra Schardt e il regime, dal quale verrà marginalizzato e in pochi anni messo nelle condizioni di dover lasciare il paese. Poco dopo il suo arrivo negli Stati Uniti Schardt preparò la sua conferenza sull’arte nazista, il cui testo - finora inedito -, in quanto testimonianza ‘dall’interno’, rimane un documento prezioso sulla condizione dell’arte nel Terzo Reich.
 
           
           
           
         



  
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