È probabile che a certuni parrà inopportuna ed intempestiva la
pubblicazione in edizione italiana della ricerca di Omer Bartov (peraltro risalente
al 1985), docente di storia europea presso la Brown University del Rhode Island,
sul
Fronte orientale. Se non altro perché si esercita su uno
dei grandi rimossi della nostra contemporaneità, ovvero quell'"operazione
Barbarossa" il cui svolgimento e i cui esiti, di fatto, concorsero a dettare
le sorti della guerra in tutto il teatro europeo. E sancendo così alcuni
dati, la cui ovvietà e oggettività sono dagli studiosi comunemente
riconosciuti ma che oggi, nel dibattito di grana grossa, soprattutto sui media,
paiono messi in discussione se non addirittura obliati.
Il motivo di tale rimozione forzata sta nella forte connotazione ideologica
che accompagna le riflessioni sui trascorsi bellici in quella che era l'allora
Unione Sovietica. La cui storia è ridotta al denominatore, in sé
del tutto falsante e riduttivo, di un paese identificabile ed esplicabile solo
per mezzo della sua leadership politica, quella comunista. Senza valutare quale
fu l'effettivo concorso che la società russa apportò, fors'anche
solo in termini di morti (oltre 20 milioni), al bilancio bellico. E senza considerare
che fu un intero popolo a subire i tragici effetti dell'invasione, legittimati
dal punto di vista nazista, secondo la dogmatica razziale che assegnava agli
slavi un destino di schiavitù e morte.
Se ci si arresta sulla soglia del pregiudizio antisovietico, che è per
certuni precetto politico totalizzante - in sé accettabile ma storiograficamente
deviante - nulla si coglie della crucialità di quanto avvenne in quelle
terre, tra quelle lande in quattro anni cruciali per la storia della stessa
umanità. Intanto per il duplice esito che si produsse, con il collassamento
prima e il tracollo definitivo poi del regime nazista da un lato e la resistenza
di quello staliniano dall'altro. Fatto che segnò non solo il secondo
conflitto mondiale ma anche gli esiti e gli equilibri postbellici. Poi per le
"opportunità" che si dischiusero per il gruppo dirigente raccoltosi
intorno ad Hitler, finalmente galvanizzato nel raggiungimento di un obiettivo
in sé plurimo: la conquista dell'Est e la sua colonizzazione; il feroce
assoggettamento delle popolazioni; la distruzione del "nemico giudaico-bolscevico";
l'eliminazione degli avversari politici e lo sterminio razziale. Infine, per
la paventata costruzione di una egemonia continentale che avrebbe quantomeno
permesso di costruire un assetto di relazioni con gli Stati Uniti - peraltro
incalzati e contrastati nel Pacifico dai giapponesi - basato sul contenimento
reciproco e sulla logica delle sfere di influenza, in attesa di eventuali, ulteriori
sviluppi bellici. Nel mentre la pianificazione e l'implementazione dei paventati
progetti di ridefinizione socio-antropologica dell'Europa, vera radice dell'ideologia
nazista, avrebbero potuto avere il loro "naturale" corso, in assenza
di quei contrappesi che pur le caduche democrazie liberali e, soprattutto, il
regime staliniano, costituivano per l'azione del Terzo Reich. Un laboratorio
di invidiabili proporzioni, insomma, quell'Unione Sovietica che nelle fortunatamente
erronee previsioni del führer tedesco avrebbe dovuto cedere alla vigorosa
spallata "ariana" in non oltre sei o dodici settimane di intensa attività
bellica.
[CV. segue >>>]
Sopra:
isoldati tedeschi hanno catturato due contadini, una giovane donna ed un anziano.
Poco dopo li impiccheranno sommariamente ai pali di una tettoia, vicinanze di
Karkov, 1941. (GARF)
Sotto: rastrellamento in un villaggio della Russia Bianca, 1942 (Bundesarchiv/Militärarchiv
Freiburg im Breisgau)