Per dire questo, ed altro ancora, Bartov offre quello che si suole chiamare
uno "studio di caso" che, partendo da alcuni dati oramai assodati,
li verifica nel concreto operare di tre grosse unità dell'esercito tedesco,
per poi potersi produrre in un ulteriore, e più generale, esercizio di
valutazione sulla
ratio dell'azione della Wehrmacht in Oriente. Peraltro,
la messe di dati, pur interpretata con cognizione e competenza dall'autore,
non aggiunge molto di più a quello che è già abbondantemente
risaputo per parte degli studiosi del tema: ovvero, che la guerra ad Est e contro
l'Est fu, nei suoi lineamenti essenziali e di fondo, un esercizio informato
ad una esplicita vocazione criminale. In quanto a suo presupposto vi era un
intendimento nuovo, intimamente genocidiario. Manifestato in più modi
ma anche e soprattutto documentato attraverso quegli "ordini criminali"
impartiti, in esordio d'invasione, dagli alti comandi e che nella loro organicità
costituivano un vero e proprio codice di comportamento da adottare sempre e
comunque nei confronti dei militari e dei civili della parte avversa. In altre
parole, uno strumento di legittimazione per le condotte più barbare e
belluine.
La fenomenologia, le tempistiche, i criteri e i modi attraverso i quali si pervenne
a questo esito - le cui ragioni stavano nella premesse stesse dell'operazione
Barbarossa (non solo conquista ma anche annichilimento e, poi, colonizzazione
e radicale trasformazione) - mutavano di caso in caso e di circostanza in circostanza
ma trovavano dei denominatori comuni ed univoci. Che coinvolgevano, non solo
come terminali passivi bensì come attori creativi, una vasta congerie
di soggetti: i militari delle formazioni addette allo sterminio in quanto tale
ma anche l'esercito "regolare", le amministrazioni d'occupazione e
così via. Bartov si esercita sul secondo, non omettendo però di
ricostruire, quantomeno a tratti, il quadro di compatibilità e di corresponsabilità
collettive. Per comunicare due concetti essenziali: il trattamento dei civili,
come dei soldati dell'esercito sovietico, fu informato sempre e comunque a quei
principi razzistici che stavano alla base del nazionalsocialismo; tali principi
erano comunemente condivisi e abitualmente trasposti in condotte quotidiane.
Ai reparti era lasciato un discreto margine d'azione, congruente alle loro necessità
operative.
Non fallirono mai nell'obiettivo di bonificare il territorio circostante, maltrattando,
fucilando, depredando e così via.
Da ciò deriva la corresponsabilità diretta della Wehrmacht nei
massacri, abituali, che ne costellarono l'avanzata e la ritirata in terra russa.
In altri termini, dei più di venti milioni di morti, per buona parte
non periti in combattimento.
L'esercito germanico, pur connotato da un elevato grado di ideologizzazione,
svolse tale mortifero ufficio non in quanto struttura integralmente nazificata
ed eterodiretta - non lo fu mai, peraltro - ma perché intimamente colluso
con le pratiche di potere e integralmente congruente a quelli che erano i propositi
di conquista espressi da Hitler.
[CV. segue >>>]
Lavoratori
forzati per la Wehrmacht, Mogilev, 1941 (foto del servizio di propaganda nazista
- Bundesarchiv Koblenz)