La tematizzazione della "barbarizzazione" (l'involuzione dei comportamenti
e la loro regressione ai peggiori esiti) è la chiave della proposta di
Bartov, anche se di essa ne attenua la vocazione ad essere l'unico indice interpretativo.
E ben fa poiché questa ci dice poco o nulla dal punto di vista analitico
trattandosi, in un processo di ordine bellico che tende a prolungarsi nel tempo
e su segmenti di territorio sempre più vasti, più di un riscontro
di condotta che non di una chiave di comprensione. E non avendo in sé,
almeno sul piano storiografico, carattere alcuno di natura euristica ma riducendosi,
nel caso da noi preso in considerazione, ad una semplice tautologia. Se con
tale parola si intende l'inasprimento e la radicalizzazione della condotta tedesca
nei territori occupati ad Est della Vistola, in realtà se ne può
fare solo un uso selettivo. Ovvero, funziona nella descrizione - non nell'analisi
- del trattamento degli ebrei a partire dalla campagna polacca del '39; ma non
funge per definire motivazioni e correlativi agiti nei confronti delle popolazioni
slave. Nei confronti delle quali le intenzioni erano chiare fin dall'inizio:
occupare e bonificarne i territori di residenza; eliminare i soggetti reputati
incompatibili o pericolosi o, più semplicemente, eccedenti rispetto alle
esigenze di controllo delle aree di dominio germanico; procedere all'inquadramento
della restante popolazione e al suo eventuale utilizzo produttivo secondo, però,
una logica prevalentemente schiavistica; definire le linee di attuazione del
metaprogetto di colonizzazione razziale dell'est dal quale fare dipendere (soprattutto
a guerra compiuta e conclusa), dalle imprevedibili e mutevoli esigenze degli
insediamenti dell'"Herrenvolk", il destino degli autoctoni. Non vi
fu quindi una vocazione incrementale, e neanche una radicalizzazione cumulativa
nel trattamento degli slavi - come invece successe per gli ebrei - ma l'istruzione
di una situazione di fatto nei territori conquistati, realizzata dalle truppe
con il ferro e con il fuoco, che antecedeva quel che sarebbe avvenuto una volta
chiusa la partita con Stalin in tutta la Russia. Il problema, in fondo, è
che neanche agli stessi tedeschi, pur avendo bene in chiaro quello che si voleva
fosse il destino dell'Oriente germanizzato, erano ben chiari gli intendimenti
sul da farsi in un'area geografica così ampia. Alle intenzioni era difficile
far corrispondere adeguati strumenti. E in questo difetto di "razionalità",
forse, si giocò una parte dei destini delle vittime, così come
dei carnefici; sancendo, dopo tre anni di logoramento costante, la consunzione
delle residue speranze per i secondi e la riscossa dei primi. Anche da questa
incertezza di fondo, così come dalle geometrie variabili che si producevano
tra avanzate e ritirate, derivarono quindi le concrete condotte dei singoli
reparti. Rispondenti, però, ai due imperativi fondanti e ineludibili:
il trattare gli "Untermenschen" secondo le linee di fondo che ideologia
e direttive superiori prescrivevano e, al contempo, l'approvvigionare (nel tempo
in maniera sempre più caotica e disordinata) le unità da combattimento.
Operazione, quest'ultima, che avvenne a spese del territorio e dei suoi abitanti,
in spregio non solo ai diritti di questi ultimi - spesso condannati alla morte
per inedia - ma in barba a qualsivoglia genere di considerazione su quello che
si sarebbe potuto e dovuto fare di ciò che si conquistava a guerra conclusa.
In altri termini, rapinando e bruciando (letteralmente) quel che avrebbe potuto
costituire risorsa per i futuri coloni. Va da sé, tuttavia, che un esercito
di milioni di militi ha ben altre esigenze ed emergenze a cui provvedere che
non siano quelle del "paradiso ariano" che di lì a non molto,
secondo i progetti della dirigenza nazionalsocialista, sarebbe derivato dalle
sue conquiste.
[CV. segue >>>]
Impiccagione di tre partigiani a Minsk. Le due foto fanno parte di una serie
che documenta tutte le fasi dell'esecuzione e la solerzia dell'ufficiale dei
servizi di sicurezza della 707a divisione di fanteria nello stringere i tre
cappi.
Il cartello, che verrà di nuovo appeso alla giovane donna al termine
delle esecuzioni, recita in tedesco e russo: "siamo partigiani ed abbiamo
sparato contro i soldati tedeschi".
(Bundesarchiv Koblenz e Museo della guerra patriottica, Minsk)