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Diario da un crematorio
di Auschwitz
Salmen Gradowski,
SONDERKOMMANDO Diario da un crematorio
di Auschwitz
, 1944
A cura di Philippe Mesnard e Carlo Saletti
Gli specchi Marsilio, 2002
Si tratta della traduzione di un manoscritto trovato ad Auschwitz nel marzo 1945 da un ebreo sopravvissuto allo sterminio
L’eccezionalità di questo testo consiste nel fatto che chi scrive fece parte per 22 mesi di un Sonderkommando ad Auschwitz, nel luogo assunto a metafora dell’inferno costruito da uomini per altri uomini, nel centro logistico dell’indicibile.
Gradowski racconta la vita di chi ad Auschwitz sta per essere avviato alla camera a gas, e crede di intuirne pensieri, sogni, emozioni, desideri, paure, terrori, incubi; scrive di sé e del gruppo [speciale] con cui vive e con cui divide tutto fino al momento della separazione, quando il gruppo viene smembrato ed una parte di esso va verso l’ignoto.
Tutti gli scritti autobiografici sulla Shoah, sia quelli dei sopravvissuti, sia quelli i cui autori sono stati assassinati e i cui testi sono stati trovati dopo la fine della guerra, suscitano emozione profonda, e questo non è da meno, ma c’è una differenza sostanziale tra questo libro e gli altri: l’orrore è osservato da un’ottica diversa, cioè da quella di chi si rende conto di partecipare alla distruzione del proprio popolo. Vari sono i punti su cui riflettere; ne cito alcuni.

A) Si parla spesso di istinto di conservazione, ma mai come in questo caso mi è parso più evidente e palpabile, al di là dell’immaginabile (ma cosa è immaginabile di Auschwitz?) Lungi dall’idea di voler giudicare qualunque comportamento adottato nei luoghi dello sterminio (corre il pensiero a P. Levi, al senso di colpa, ingiustificato, dei sopravvissuti), mi viene da pensare ai “musulmani” come a coloro che rinunciarono a vivere perché avevano davvero aperto gli occhi sulla realtà e avevano deciso di rifiutarla: l’indicibile diventava invivibile. Gli uomini del Sonderkommando per mesi continuano ad accompagnare i prigionieri nel bunker della morte, continuano ad ubbidire agli ordini degli assassini, pur sapendo che anche il loro destino è segnato. Gradowski, che sa di scrivere per i posteri e che scrive la data del giorno in cui gran parte della sua famiglia fu bruciata, proprio lì ad Auschwitz, all’inizio di tutti i tre testi ritrovati, continuerà per 22 mesi la sua attività.

B) In una nota si accenna alla possibilità che la rivolta del Sonderkommando, scoppiata ad Auschwitz nell’ottobre del ’44, sia stata causata da un’ulteriore eliminazione di una parte del gruppo “di lavoro”. E’ difficile comprendere come si riescano a sopportare mesi e mesi di lavoro nel Sonderkommando (lavoro che consisteva nel partecipare alla distruzione di coloro che l’autore chiama fratelli e sorelle) e poi far scoppiare l’insurrezione solo nel momento in cui parte del gruppo sta per venire eliminata e lo sterminio rallenta.

C) Suscita sorpresa il tono a volte lirico e poetico, lo stile quasi barocco del racconto, quando ci si aspetterebbe una nuda cronaca, uno stile secco e conciso; e invece l’autore si abbandona alla narrazione, vuole lasciare un’opera letteraria oltre che una testimonianza; nello scrivere, e nonostante quello che scrive, si apre uno spazio suo e si ritrova libero.

D) C’erano indubbiamente modi diversi di ritagliarsi uno spazio proprio: uno, per alcuni compagni di Gradowski, consisteva nel riunirsi in preghiera e levare lodi a Dio, al dio che permetteva il compiersi della tragedia e lasciava sopravvivere loro per portarla a compimento. Anche questo è straordinario.

E) L’uso della memoria, nel lager, nel campo di sterminio, era di solito da considerarsi un lusso che non ci si poteva permettere, e lo scrive anche Teo Ducci nel suo Un tallet ad Auschwitz, ma per gli uomini del Sonderkommando, che avevano più tempo per sé stessi, diventava un mezzo per recuperare la loro umanità annientata: Gradowski scrive che ascoltare le preghiere e i canti dello Shabbat a volte lo riportava al passato e il ricordo gli sgelava il cuore e gli permetteva finalmente di piangere.

Queste brevi osservazioni non rendono giustizia all’importanza del libro di Gradowski, la cui lettura è difficile e penosa ma doverosa, perché aggiunge qualche frammento, qualche ulteriore conoscenza a quel terribile evento che fu la Shoa.

Carla Cavazzi