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Per lui la lingua era un universo di segni viventi, un formidabile succedersi e alternarsi di parole sotto la cui apparente forma si celavano storie e sensi che trascendevano l'uso occasionale e circostanziato che di esse si fa. Si appassionava all'incedere dei sensi attribuiti ai singoli lessemi, alla loro mutazione e - discorso che attraversa trasversalmente tutta la storia novecentesca delle scienze sociali - alla cosidetta "microfisica del potere" ovverosia alla consapevolezza che denominare vuol dire creare e, al contempo, distruggere. Per il potere di una parola l'universo è stato creato, per il potere di un linguaggio, quello nazista, una comunità di uomini e donne è stata condannata all'estinzione. Per questa attività, per la sua intelligenza, per la determinazione nei suoi studi, benché si fosse laureato diversi anni dopo l'età abituale, aveva assunto la cattedra di letteratura presso il Politecnico di Dresda, persa nel 1935 in ragione delle famigerate leggi di Norimberga. Rappresentante di una schiera di studiosi di lingua tedesca caratterizzati dall'eclettismo e da una certa singolarità intellettuale poichè segnati nel profondo del loro spirito da un'identità ebraica vissuta come stella della redenzione e del dolore, seguì il destino dei suoi correligionari riuscendo però a salvare la propria vita grazie ad il matrimonio con un'"ariana" la cui tenacia e il cui amore era pari solo a quelli da lui ricambiati. Tra vessazioni, insulti, restrizioni, abusi e violenze crescenti la coppia riuscì a barcamenarsi fino alla fine della guerra, sopravvivendo ad essa e al suo potenziale genocida. Sulla sua persona, su quella di sua moglie, sugli anni dell'abominio e dello strazio, della barbarie e della speranza, sono ora disponibili due raccolte di suoi scritti, uscite recentemente presso due editori italiani: "LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo" per i tipi della Giuntina nella traduzione di Paola Buscaglione (Firenze 1998) e "Testimoniare fino all'ultimo: diari 1933-1945" a cura di Walter Nowojoski, Anna Ruchat e Paola Quarelli per la Mondadori (Milano, 2000 pagg XVIII + 1181). Klemperer scrive costantemente e intensamente per mantenere il senno in un'epoca dissennata. Continua a compilare i suoi diari, consapevole del rischio che si corre a lasciare traccia scritta di sé in un regime che vuole a tutti i costi cancellare qualsiasi segno dell'altrui identità. Un regime che, come nel bel romanzo di Ray Bradbury "Gli anni della fenice" (da noi conosciuto come "Fahrenheit 451), brucia i libri affinché di essi, del loro contenuto, degli uomini che li scrissero, li lessero e li amarono nulla rimanga. Un regime che avrebbe di lì a poco bruciato gli stessi uomini, così come un altro grande narratore del Novecento, George Orwell, aveva inteso nel suo "1984" quando si soffermava sulla finzione di una neolingua che cancella la memoria e i corpi, delle lettere come delle persone. Con le sue innumerevoli note Klemperer chiosa, spesso sagacemente e ironicamente, una stagione all'inferno, evidenziandone l'infamia ma anche la grettezza che l'attraversavano. Capire la lingua del regime hitleriano, la LTI - Lingua Tertii Imperi - vuol dire metterne a nudo i meccanismi inconsci, rivelando i processi non solo ideologici ma anche psicologici che la ispirano e che si traducono nell'adesione di massa ad una politica il cui unico esito possibile è la catastrofe collettiva. Poiché è lingua ciò che è condiviso nel senso comunemente parlato: le locuzioni sottointendono sempre dei significati che, una volta agiti, diventano fatti e cose. Klemperer registra, impietosamente, la decadenza della lingua tedesca e, con essa, dei tedeschi stessi. Nel disperato tentativo di mantenere lucidità critica e coraggio di fronte al rullo compressore nazionalsocialista egli indaga sulla perdita progressiva di raziocinio che si accompagna alla diffusione e alla condivisione di terminologie sempre più esasperate, ad uno stile interlocutorio isterico e ad uno svuotamento parossistico, dal vocabolario, di tutta quella ricchezza semantica che è indice non solo di cultura ma anche e soprattutto di umanità. Il Terzo Reich, di suo, conia ben poco se non nulla poiché è nel vuoto pneumatico, nella sospensione della ragione - quindi nell'annullamento dei diversi significati - che costruisce le sue fortune. Si limita a carpirne alcune dalle lingue straniere, a recuperarne altre dal tedesco antico e, soprattutto, ad enfatizzarne certune impregnandole del suo veleno ideologico, stravolgendone il senso, modificandone frequenza e collocazione nella frase ai fini propri di un uso o, per meglio dire abuso, dichiaratamente propagandistico. Emblematica, tra i tanti esempi, è la sostituzione dell'aggettivo "fanatico" a quello di "eroico" o "determinato". La ripetizione ossessiva del primo creava la credenza che un comportamento virtuoso, corrispondente alle aspettative del partito e dello stato, dovesse comportare il fanatismo più puro ed irresponsabile. E, ancora, dell'uso inflazionato e immaginifico del termine "ebreo", sempre posto al singolare, leit-motive della malvagia storia universale alla quale viene contrapposto l'ideale di arianità, consegnato ad una sorta di staticità ed immortalità. Il giudaismo, infatti, reso costante oggetto di pubblico ludibrio, è qualcosa di più e di diverso da una religione o da una tradizione culturale: è presentato dai nazisti come una sorta di principio metastorico, una essenza che sovrasta e cerca di sovraordinare il percorso delle comunità ed, in particolare modo, di quella ariana. Significativa la ripetizione dei termini al singolare: l' "ebreo", l' "ebraismo" e così via sono qualcosa, al contempo, di immanente e trascendente la realtà. Immanente in quanto la pervadono, cercando di manipolarla; trascendente poiché sopravvivono ad essa, non ne sono travolti bensì la travolgono. Nella singolarità del termine avviene una personalizzazione ed identificazione del nemico: si combatte contro una sorta di "cosa" dai caratteri umanoidi ma sostanzialmente aliena. E' evidente che in questo modo diviene più facile rendere le singole persone - valutate secondo un criterio di appartenenza puramente ascrittivo che è innanzitutto il prodotto di una manipolazione linguistica - corresponsabili del presunto progetto di addivenire, nel nome della comune identità, al controllo del pianeta. L'attribuzione di un'appartenenza identitaria è, in questo caso, causa ed effetto del processo storico: causa come origine della storia stessa (esiste una deliberata volontà di predominare poiché ci sono gli ebrei; la loro azione, in tal senso, è il movente intrinseco del procedere degli eventi umani); effetto come vocazione al predominio (sono ebrei e in quanto tali vogliono dominare il mondo: l'essere parte di una collettività denota le qualità e gli intendimenti del singolo che sono sempre ancillari o comunque correlati alla dimensione del gruppo. In questo caso, la giudaicità produce inesorabilmente la tentazione del dominio). La singolarizzazione del termine soggettivizza gli intendimenti di una collettività altrimenti opaca; e, al contempo, garantisce l'allegoricità del nemico, la sua tangibilità, il suo incarnarsi in cose e, soprattutto, uomini e donne. Da qui all'eliminazione di questi ultimi come misura, sia pure estrema, per la soluzione delle contraddizioni proprie della fase storica coeva, il passaggio è meno complesso e problematico di quanto non paia. Nell'opera programmatica di Hitler, quel "Mein Kampf" che conobbe una diffusione corposissima nella Germania degli anni trenta, le basi della neolingua erano già tutte date. Esso contiene tutti gli aspetti fondamentali della degenerazione, intellettuale e morale, che avrebbero accompagnato il paese negli anni successivi. La lingua nazista è rozza e priva di sfumature e questo poiché deve essere immediatamente compresa e fatta propria dagli ascoltatori; deve esprimere concezioni rigide e immutabili; infine, deve offrire solo quel cliché normativo e prescrittivo che è proprio alle comunicazioni tipiche delle caserme o delle birrerie. Una lingua fatta di stereotipi, di invocazioni aggressive ed esecrazioni, impudica nella sua volgarità per una società che ha perso il senso delle proporzioni e della misura. E' la lingua di una accolita di fedeli, paganeggianti, misticamente uniti al corpo del loro fuehrer. Goethe non ne aveva cittadinanza. E con lui neanche gli ebrei. Klemplerer fa ironico verso al nazismo quando titola con un acronimo, LTI per l'appunto, parte dei suoi taccuini. E' costante del regime abbreviare le espressioni di cose e persone, usando iniziali: in questo modo la vocazione a "tagliar corto", a "non perdersi in inutili parole", a "dare spazio ai fatti", luoghi comuni e gergalità proprie di una concezione della vita e del mondo sospesa tra immorale tecnicismo e avversione all'intellettualismo "giudaico", si incontra con la concezione da imbonitori che sottostà all'ideologia goebbelsiana. Peccato che anche di queste stupide espressioni sia lastricata quella strada che ha portato una generazione di europei ad Auschwitz. Poiché, come dice il saggio, dietro ad una tragedia umana c'è spesso la farsa delle parole. Parole che pesano, nella loro inconsistenza, come dei macigni, destinati a schiacciare uomini e donne.

Claudio Vercelli

Scrivere per sopravvivere
e per testimoniare

Viktor Klemperer
"Testimoniare fino all'ultimo:
diari 1933-1945"
,
Mondadori 2000
La traduzione e ricezione italiana di Victor Klemperer, un autore da conoscere e apprezzare Rimane sconosciuta ai più la straordinaria e, al contempo, silenziosa figura di Victor Kemplerer, sopravvissuto alla tempesta nazista e testimone cristallino del suo e dell'altrui tempo. Straordinaria per l'acribia e la passione con la quale ha redatto un numero impressionante di note che sono poi confluite nei suoi Tagebucher (taccuini). Silenziosa poiché inizia a conoscere un meritato riscontro di lettori ed estimatori nostrani solo a quarant'anni dalla sua morte. La sua professione era quella del filologo, studioso attento e compunto della lingua, dell'origine delle parole, del loro trasmutare nel corso del tempo, della deriva dei significati ai quali sono sottoposte. La tensione e l'impegno che devolveva in questa ricerca erano però quelli propri più all'entomologo che non del freddo linguista.