Sentimenti
contrastanti si avvertono alla lettura del bel volume di Tom Segev su Il settimo
milione. Come lOlocausto ha segnato la storia dIsraele, finalmente
editato in lingua italiana per i tipi della Mondadori, ad una decina danni
dalla sua uscita in inglese ed ebraico. Un testo che sollecita reazioni contrapposte,
per lappunto, poiché pur rimanendo sempre allinterno di quelli
che sono i parametri comunementi accetti per la costruzione di un saggio rigoroso,
ridefinisce la costellazione di dati ed elementi propri al tema che affronta
già di per sé spinoso secondo una disposizione inedita
e, a tratti, urtante.
Va detto subito che lautore è persona di grande equilibrio e di
notevole spessore intellettuale. Non si ha a che fare con un robusto pamphlet
del genere la storia occultata o della serie dei libri neri,
oggi di moda poiché congruenti non solo ad una vulgata pseudostoriografica
ma anche e soprattutto ad un certo modo, agitatorio, di rapportarsi al passato,
sussumendolo del tutto dentro le categorie del presente. Tuttavia lascia lamaro
in bocca per ciò che afferma e per come lo fa.
La tesi di fondo di Segev è presto detta: quei sei milioni, che morirono
nei campi hitleriani, influenzarono il settimo milione, gli ebrei palestinesi
prima, israeliani poi, in base ad un approccio e secondo una condotta che è
diversa da quella alla quale siamo abituati a pensare. Tutte le decisioni
fondamentali della storia dIsraele, dalla massiccia immigrazione degli
anni cinquanta alla guerra dei sei giorni, al progetto nucleare, sono state
prese allombra dellOlocausto. Tutte, a eccezione della fondazione
dello stato
(1). Che è un
soggetto che nasce sì a ridosso della Shoah ma malgrado essa e non in
virtù della sua compiuta consapevolezza. La comunità ebraica locale,
lYishuv, non offrì rifugio poiché non poté essere
ricovero certo; ma anche, non accolse, al di là degli oggettivi impedimenti,
perché non coglieva le implicazioni di quanto stava avvenendo in Europa
o, forse, proprio perché ne identificava le angoscianti connotazioni,
ne rimuoveva la consapevolezza (che del fatto, in parte, pur sussisteva) pensandosi
come altro rispetto al continente europeo. E nellargomentare questa tesi,
distonica e discrasica rispetto allimmagine che comunemente si nutre di
Israele, l'autore ricostruisce una sorta di biografia della nazione, cercando
di mettere in chiaro quei coni dombra, più estesi di quanto si
sia disposti ad ammettere, che coinvolgevano il movimento sionista dellepoca
rispetto ai rapporti con una realtà, quella dellEuropa fascistizzata
e nazificata, alla quale si oppose non sempre con quella cristallinità
che le apologie successive avrebbero affermato.
Il nocciolo del lavoro di Segev verte su una questione di fondo, dalla quale
nessuna pagina si dissocia mai: non trattandosi di un facile e strumentale Jaccuse,
lobiettivo è di identificare le costanti e le variabili del rapporto
che Israele nutre con il proprio passato e con la propria autobiografia. In
altri termini, la sua riflessione ruota intorno alla coppia dialettica percezione-ricezione.
Percezione del vissuto, sua elaborazione in un corpo organico di saperi, comunemente
condivisi, e ricezione nellimmaginario pubblico. Poiché vi sono
differenti stagioni nella definizione di ciò che deve essere incorporato
nella storia nazionale e, in questo paese, il rapporto di sofferenza e di incompiutezza
con i trascorsi si traduce, allinterno del discorso politico quotidiano,
nella cognizione, al contempo, del rischio e dellassenza.
Rischio di una ripetizione di ciò che fu in un ambiente ostile quale
quello mediorientale; consapevolezza che alle scaturigini di unesperienza
comunitaria lo stato dIsraele, per lappunto - vi è
una tragedia, quella delleliminazione fisica di unaltra comunità
gli ebrei dEuropa cancellata, assente. La seconda non è
la premessa storica della prima ma ne è la coscienza obbligata. Precarietà
e caducità, un senso di interiore provvisorietà sembrano essere
ancora oggi i sentimenti non confessati ma allignanti che si attivano quando
la società locale si misura con limmagine che conserva di sé.
Sentimenti coriacei ed angoscianti, che richiedono una costante esorcizzazione.
Se non ci si confronta con essi poco o nulla si coglie dellintima costituzione
di una comunità nazionale dai tratti peculiari. Uno dei quali è
il rapporto, mutevole nel corso del tempo, coltivato con le immagini dello sterminio.
Peraltro, esiste oramai unampia letteratura che ci dà conto di
come la vicenda della deportazione e delleliminazione fisica degli ebrei
europei sia stata percepita e vissuta da coloro che, oltre ad esserne involontari
spettatori, ne erano anche coinvolti ed interessati, vuoi perché correligionari
vuoi in quanto appartenenti alle leadership di quella parte del mondo che si
oppose ad Hitler, armi alla mano, poiché vedeva nel suo disegno politico
la volontà di modificare gli assetti geopolitici e gli equilibri demografici
del continente.
Una letteratura, per inciso, che ha scavato non senza difficoltà, negli
anfratti culturali e mentali delloperato di chi avrebbe dovuto, forsanche
potuto, opporre una resistenza di principio a quanto, invece, spesso veniva
letto come uno degli effetti collaterali del conflitto in corso
e quindi non degno dessere fatto oggetto di unenergica azione ad
hoc. Che si sapesse - ci sia concesso il calembour è ora risaputo.
Ne aveva diffusamente parlato Walter Laquer ne Il terribile segreto, già
ventanni fa e, comunque, le voci sulla conoscenza per parte delle cancellerie
europee e della presidenza statunitense, erano correnti nel corso già
della stessa guerra. Ad esse si è poi aggiunta, con unenfasi sua
propria, la questione dellatteggiamento di Pio XII, a partire da Il
vicario, il lavoro teatrale del 1963 di Rolf Hochhuth, passando per una
pubblicistica che nellultimo lustro, complice la beatificazione di Pacelli,
ha raggiunto punti di produzione industriale (ed anche una certa vocazione bislacca
alla partigianeria, in un senso o nellaltro).
In Israele lacquisizione di una storiografia libera da un eccesso di lasciti
identificativi data a poco meno di due decenni fa, con lapertura di una
stagione, concomitante allimpresa sharoniana in Libano, di ridiscussione
di quelli che erano e rimangono parametri di riferimento nella
strutturazione di quel complesso di atteggiamenti che va sotto la denominazione
di politiche della memoria, ovverosia linsieme dei percetti e dei concetti
che qualificano una immagine di sé comunemente condivisa da una comunità
nazionale.
Evidentemente, quel che nel corso di quei terribili eventi si trascurò,
o il cui impatto non era possibile prendere ancora in considerazione, non fu
tanto il fatto in sé del grande massacro, iscritto forzatamente nel corredo
delle brutalità belliche, ma la rilevanza che la questione avrebbe assunto
successivamente in altri teatri, nella formazione di identità comunitarie
la cui cogenza avrebbe pesato nella determinazione di equilibri geopolitici
complessi e delicati. Soprattutto quel che non si poteva cogliere era il cambiamento
di status che leliminazione sistematica di milioni di esseri umani determinava
in quelli che ad essa, invece, erano destinati a sopravvivervi. In altri termini:
era in corso un mutamento radicale della cosiddetta questione ebraica
che da strumento in mano agli antisemiti diveniva elemento nella definizione
di una identità nazionale. Qualcosa che, per non pochi aspetti, sopravanzava
gli stessi calcoli della leadership sionista palestinese, costretta a gestire,
a partire dallimmediato dopoguerra, il problema dei flussi dimmigranti
reduci o sopravvissuti alla Shoah, non assimilabili nelle istanze che esprimevano,
né tantomeno nelle motivazioni, alle ondate migratorie precedenti. Su
questi aspetti si è ripetutamente soffermato Shabtai Teveth, autore di
Ben-Gurion and the Holocaust
(2) che,
in controtendenza con alcune interpretazione, tra cui quella dello stesso Segev,
ha invece argomentato come vi sia stata per parte dellesecutivo dellAgenzia
Ebraica, di cui il leader ebreo era a capo, e che doveva provvedere alle politiche
di accoglienza dei fuggitivi, prima e dopo la Shoah, un impegno consapevole
e inesuarito, vincolato solo dalle condizioni materiali e politiche nelle quali
questultima si trovò ad operare.
Per questo linterrogativo su quanto si sapesse, e si dicesse, ovunque
ma anche e soprattutto nei luoghi dove gli ebrei cerano (e qualcosa contavano)
rimane inevaso. Non è solo e tanto una questione di fatti da scoprire
il quadro oramai è sufficientemente chiaro per chi vuole leggervi
dei percorsi di senso ma di giudizi da formulare sulla scorta dei quali,
poi, procedere ad una visione o, se si preferisce, ad una revisione della storia
recente. Fatto in sé non semplice poiché, per lappunto,
la narrazione del tempo che fu è più che mai questione che funge
alla dinamiche delloggi, un oggetto di lavoro che trascende lesercizio
memorialistico per assumere i contorni di un campo di battaglia dove interessi
distinti si giocano il loro presente. Il rischio, sempre in agguato, è
di piegare lattività di identificazione dei fatti, di lettura dei
dati e di analisi degli elementi raccolti a logiche precostituite, volte ad
avversare o a avvalorare non unipotesi di ricerca bensì un pregiudizio
nel senso più autentico del termine. Assumendo, di volta in volta ed
in base alle occorrenze del caso, la veste di iconoclasti o di apologeti, in
virtù non di un bisogno di conoscenza ma per la necessità di prendere
partito di contro, spesso, alla lezione dei fatti. La vicenda di Illan Pappé
e dei veti che ha sollevato la tesi di un dottorando, Teddy Katz
(3), sulle omesse e dolenti vicende di alcuni massacri che
sarebbero avvenuti durante alcune azioni militari nel corso della guerra dindipendenza
del 1948 con una eco tale da richiamare linteressamento dello stesso
primo ministro Ariel Sharon è emblematica delle implicazioni immediatamente
richiamate da un operare, quello della ricerca storica, che non ha verginità
alcuna da vantare e che si nutre, inevitabilmente e inesorabilmente, di contaminazioni
con il mondo della politica. Al quale dà e dal quale riceve, in una sorta
di osmosi critica o, se si preferisce, di tecnica dei vasi comunicanti.
Peraltro, è il metodo stesso, oramai fatto proprio da una parte della
storiografia israeliana in cui Segev, nella sua singolarità di giornalista,
saggista e divulgatore daltro profilo, occupa un posto ben definito, ad
essere sotto il fuoco di fila delle osservazioni e delle critiche. Se fino alla
metà degli anni settanta la produzione storiografica in Israele era saldamente
nelle mani di gruppi di ricercatori legati, culturalmente e politicamente, allestablishment,
a fare dagli anni successivi le cose mutarono, almeno in parte. E ciò
in coincidenza allascesa di Menachem Begin e alla declinanti fortune dei
laburisti che, mandati allopposizione o vincolati ad una coabitazione
spesso sofferta, si videro privare, ben presto, sia di quelle occasioni di sottogoverno
nelle quali si identificano i luoghi di maturazione del consenso, che di quelle
opportunità di costruzione di unegemonia intellettuale attraverso
il monopolio dell agenzie culturali e politiche nazionali che erano state le
due architravi nella gestione del potere dal 1948 in poi. Peraltro, a questo
contesto in mutamento si sommava lo spiazzamento che la sinistra liberale e
progressista misurava dinanzi al crescere, simultaneo, di una nuova destra,
radicale ed aggressiva, legata alle costituende colonie istituite nei territori
occupati dal 1967, allevoluzione della questione palestinese, non più
comprimibile dentro le antiche categorie interpretative e, più in generale,
agli effetti dei cambiamenti in corso nello scenario mediorientale. Il mutamento
di paradigmi si imponeva, almeno per certuni. E si verificò seguendo
quattro filoni:
- lidentificazione della specificità del movimento nazionalista
palestinese
(4);
- il problema dei profughi palestinesi, dalla nascita dIsraele in poi,
sul quale a tuttoggi le cose più significative sono state dette
da Benny Morris
(5);
- il conflitto con i paesi arabi circostanti così come la politica perseguita
dalla potenza mandataria in Palestina
(6);
- il rapporto con la vicenda della Shoah e le ambivalenze percettive e morali
che avrebbero contraddistinto almeno una parte della dirigenza sionista
(7).
Segev è tra quanti più si sono impegnati nella definizione degli
aspetti connessi a questultimo passaggio. In sé, va detto, scabroso
per i richiami simbolici, oltreché per il lascito emotivo, che adduce.
La reciprocità che si è stabilita nellimmaginario collettivo
tra svastica e stella di Davide
(8),
due storie in qualche modo interconnesse e non disgiungibili, a tuttoggi
rivela le infinite ambiguità della sovrapposizione che comunemente si
fa tra carnefici e vittime, rendendone intercambiabili i ruoli. Le rappresentazioni
del conflitto israelo-palestinese, e i giudizi moralistici che su di esso vengono
sempre più frequentemente forniti - a fronte dellincapacità
di offrire una soluzione politica concreta, così come dei difetti di
comprensione delle dinamiche socioculturali in atto - segnalano lestensione
di questi territori della finzione e dellimmaginazione che, scavalcando
i dati e la loro veracità, si sostituiscono ad essi cristallizzando la
scena e gli attori. Quel che preme allautore, evidentemente, è
di indagare sugli offuscamenti di percezione che fanno da premessa alle confuzioni
di giudizio, almeno in campo israeliano. Se si vuole, è un pò
il costrutto sul quale ruota tutta la vicenda, accademica e non, dei cosiddetti
nuovi storici israeliani
(9),
partecipi di un disegno intellettuale non casualmente definito revisionista,
con tutte le implicazioni svalutative che tale aggettivazione richiama e i disagi
identificativi che comporta
(10). Laccostamento
che viene così fatto, ancora una volta coniuga impropriamente ad una
stessa radice fenomeni diversi. Ma è, per lappunto, il segno di
un modo di procedere che rivela le difficoltà che stanno a monte dellelaborazione
e della socializzazione di un diverso modo di percepire se stessi e la propria
storia.
La strozzatura si dà soprattutto sul versante delluso pubblico
della storia, del suo calarsi dalla ristretta dimensione analitica della comunità
scientifica allagone delle opinioni e dellesercizio dellautoconsiderazione,
collettivamente manifestate. Molto opportunamente David Bidussa scrive a tale
riguardo: la questione (...) non è restringibile a un confronto
di interpretazioni. Concerne una metodologia di ricerca, in cui contano i sistemi
di comunicazione, lanalisi dei linguaggi e dei contenuti. (...) gli effetti
di queste ricerche ridiscutono profondamente i sistemi di autonarrazione della
collettività nazionale nonché luso pubblico e politico della
storia. Da questo punto di vista le conseguenze sono quelle proprie di un revisionismo
storico, per certi aspetti più profondo e radicale, anzi opposto nella
direzione dei sentimenti collettivi di quello sperimentato (...) in Germania,
perché, in buona sostanza, rovescia il senso comune e apre laceranti
domande nellopinione pubblica
(11).
Tanto più quando si considera che la querelle si è scatenata sulla
base di una documentazione in parte inedita ed in parte già conosciuta
ma riletta, questultima, sulla scorta di sensibilità, inclinazioni
e suggestioni nuove. Qualcosa di molto lontano dal teatro dei pupazzetti che
ha caratterizzato buona parte della discussione in Italia sulla memoria del
fascismo e sul rapporto critico con lantifascismo; e lontano anche dal
dibattito, fortemente ideologico e del tutto privo di nuovi riscontri documentari,
avvenuto in Germania alla fine degli anni ottanta, alimentato da ragioni completamente
diverse da quelle proprie al caso israeliano.
Se questa è la cornice allinterno della quale si inscrivono i temi
di fondo affrontati da Segev, il repertorio degli stessi è ampio e complesso,
ancora aperto nella sua stessa formulazione. Il settimo milione, laddove non
affronta di petto, evoca o richiama linsieme di questione che si rifanno
al realismo politico che ha connotato lopzione laburista.
Poiché al centro della sua attenzione vi è quella forma particolare
di costruzione della via sionista allidentità nazionale
che nellegemonia askenazita ha trovato, nei primi cinquantanni di
storia di Israele, la sua forma compiuta.
Inevitabile, quindi, soffermarsi su passaggi quali:
- latteggiamento complessivo dellYishuv nei confronti della Germania
nazionalsocialista;
- il movimento revisionista di Zeev Jabotinsky e il suo irrisolto rapporto
con il fascismo;
- lambivalenza del legame con la potenza mandataria, ovvero lInghilterra;
- la posizione del movimento sionista di fronte al genocidio nel momento in
cui era in corso;
- il posizionamento della leadership bengurioniana a favore del campo occidentale
durante la conferenza di Biltmore nel 1942 e le sue implicazioni sul versante
della condotta nei confronti della presidenza Roosevelt e del premierato Churchill;
- limpatto con gli immigranti provenienti dai campi di concentramento;
- le politiche di assorbimento nel tessuto sociale israeliano degli stessi;
- il conflitto tra liconografia dominante dell uomo nuovo,
facitore del proprio destino, e limmagine devastata degli spettri fuoriusciti
dai lager;
- il rapporto con la Germania, dai progetti di vendetta al processo Eichmann,
ovvero dalla contrapposizione alla normalizzazione e allo stabilimento di regolari
rapporti diplomatici e politici;
- la gestione delle politiche di risarcimento delle vittime e di compensazione
degli ex-deportati;
- la transizione, nellimmaginario collettivo israeliano, dalletica
delleroismo alla valorizzazione della figura sociale della vittima;
- lassunzione, allinterno del circuito formativo, della storia della
deportazione e la scolarizzazione di massa sul tema della memoria delle offese
subite;
- il problema del contrasto tra storie diverse e configgenti, di cui sono titolari
immigrati di diversa estrazione sociale e origine nazionale, e la loro omogeneizzazione
nel discorso pubblico, prima per parte della sinistra poi della destra;
- luso degli spazi pubblici per ricordare ed evocare;
- la questione del rapporto con i palestinesi e linterferenza
tra memorie e identità diverse.
Come si avrà modo di osservare, tematiche di grandissimo rilievo, frequentemente
trascendenti lo stesso Israele ed innervate nello spirito della riflessione
che si va facendo sulla memoria del dopo-Shoah e sul buon uso della stessa.
Poiché, come ci ammonisce lo stesso autore, più il tempo
passa e lOlocausto si allontana dalla storia, più esso diventa
il centro della lotta politica, ideologica e etica
(12).
Qualcosa di molto diverso dalle provocazioni alla Norman Finkelstein
(13) destinato questultimo, probabilmente, ad aprire
il varco ad un piccolo genere letterario basato sulla volgarizzazione di questioni
che Segev, invece, tratta con la dignità ed il coraggio che richiedono.
(1) Tom Segev, Il settimo milione. Come lOlocausto
ha segnato la storia dIsraele, Mondadori, Milano 2001, pag. 11.
(2) Harcourt Brace & Company, New York-San Diego 1996.
(3) Pressoché sconosciuta in Italia, ma molto dibattuta
nella stampa di lingua inglese e francese, la vicenda di Katz e della sua ricerca
sul massacro di Tantura, intitolata The Exodus of the Arabs from Villages
at the Foot of Southern Mount Carmel, è emblematica dei molteplici
livelli critici che la riflessione su fatti legati a recenti trascorsi solleva.
A partire da un articolo comparso sul quotidiano Maariv il 21 gennaio
2000, dove venivano riprese alcune conclusioni dellautore, titolare di
un master presso lUniversità di Haifa, si è innescata una
polemica, a tratti feroce, senza esclusione di colpi, avente per oggetto la
condotta dei reparti regolari del costituendo esercito israeliano. Secondo il
lavoro di Katz, nella notte tra il 22 e il 23 maggio 1948, dopo la conquista
del villaggio di Tantuna e una caccia alluomo condotta da membri della
brigata Alexandroni, i duecento sopravvissuti furono portati nel
cimitero del villaggio e fucilati. Dopo di che le case furono rase al suolo
e al suo posto vennero edificati dei fabbricati del kibbutz Naksholim. Supportata
da più testimonianze orali, di arabi ma anche di ex-combattenti ebrei,
la tesi del giovane dottorando ha sollevato molti quesiti, un confronto legale
e un confronto politico secco e serrato. Illan Pappé, tutor di Katz,
ha riassunto la sua posizione su Le Monde dell8 giugno 2002 in un articolo
intitolato Telle est laffaire Katz, laddove ha lapidariamente
affermato che il peccato originale dello Stato ebraico è di essersi
costituito sulla base di una purificazione etnica nel corso della quale hanno
avuto luogo una quarantina di massacri.
(4) Yehoshua Porat, The Emergence of the Palestinian-Arab
National Movement, 1918-1929, Frank Cass, London 1974.
(5) Si veda il suo Vittime, Rizzoli Editore, Milano 2001.
(6) Illan Pappé, Britain and the Arab-Israeli Conflict
1948-1951, Macmillan, London 1988; dello stesso The Making of the Arab-Israeli
Conflict 1947-1951, I.B. Tauris, London 1994; Avi Shlaim, Collusion across the
Jordan: King Abdullah, the Zionist Movement and the Partition of Palestine,
Clarendon Press, Oxford 1988.
(7) Zeev Sternhell, Nascita dIsraele. Miti, storia,
contraddizioni, Baldini & Castoldi, Milano 1999.
(8) Stefano Levi Della Torre ne ha fatto oggetto di riflessione
in più occasioni. Si rimanda ai suoi scritti per un inquadramento tematico.
(9) In Italia la ricezione dei temi sollevati dal corposissimo
dibattito, a tuttoggi aperto, in Israele è stata di basso profilo.
Ne fanno eccezione Guido Valabrega e David Bidussa. Per una panoramica dei temi
sollevati si veda del primo Aspetti e problemi della storiografia israeliana
in Quaderni Piacentini, n° 22, 1997, pp. 117-151; del secondo La nuova storiografia
israeliana. Note di lettura in La Rassegna Mensile dIsrael, Vol.LXV, n°2,
maggio-agosto 1999, pp. 81-96. In inglese, tra gli altri, sono usciti di Benny
Morris, 1948 and After. Israel and the Palestinians, Claredon Press, Oxford
1994; il numero monografico n° 1, 1995 della rivista History and Memory
dedicato alla Israeli Historiography Revisited.
(10) Daniel Levy, Memoria storica e identità collettiva
in Israele e nella Repubblica Federale Tedesca in Passato e Presente, n°47,
1999, pp. 31-42.
(11) David Bidussa, cit., pag. 86.
(12) Tom Segev, cit., pag. 11.
(13) Norman Finkelstein, The Holocaust Industry, Verso,
London 2000. Un modesto pamphlet, molto gettonato negli ambienti antisionisti,
di scadente qualità interpretativa, ambiguo in molti passaggi, che rivela
quel che già si sapeva ovvero la simpatia dellautore per la causa
palestinese e la sua vocazione a strumentalizzare un problema vero (la socializzazione
della conoscenza della Shoah e il suo uso pubblico) per finalità politiche
anti-israeliane. In Italia, originariamente previsto in traduzione per il novembre
del 2001, anche in ragione della grancassa pubblicitaria ottenuta sulla stampa
di lingua inglese, dopo i fatti dell11 settembre non ha conosciuto editore
disposto a pubblicarlo.
Claudio Vercelli