Bambini tedeschi, nomi tedeschi
Windried Seibert
La bambina che non poté chiamarsi Esther
Il Mulino - Bologna - 2000
Scegliere per il proprio figlio, per la propria figlia il nome che porterà
è uno dei percorsi che "rende genitori". Il nome spesso ricorda
altri componenti della famiglia, alle volte richiama una storia che vorremmo
che il figlio realizzasse a sua volta.
L'inumanità del regime nazista si espresse nella vita quotidiana di ebrei
e di tedeschi prima che nei campi di concentramento nella vita quotidiana. La
storia narrata da Winfried Seibert è una storia di brutalità ed
ingiustizia calata nel quotidiano.
Un pastore protestante nel 1938 decide di chiamare Esther la sua figliola. Attraverso
negazioni e sentenze i tribunali nazisti lo obbligano a usare il nome Elisabeth.
Esther era un nome troppo ebraico, troppo "alieno"rispetto alla cultura
tedesca, al nazionalsocialismo che avanza.
In questa storia vera ciò che maggiormente inorridisce è la perversione
dei giudici, il loro asservimento alla ideologia hitleriana. Nella sentenza
che nega al padre di decidere il nome della propria figlia leggiamo con sconcerto
un vero e proprio delirio giuridico e umano:
"... il nome Esther non è entrato
in uso come nome diffuso già nella antichità tra i popoli ariani
dell'Asia anteriore" e più avanti: "le attuali norme legali
sia nelle parole, sia nel significato, nonché nel loro scopo, non contentono
di attribuire a bambini tedeschi di sangue ariano nomi di battesimo che, pur
se non ebraici dal punto di vista linguistico e persino di orgini ariane, siano
ritenuti tipicamente ebraici dal sentimento popolare tedesco".
La piccola Esther diventata Elisabeth è il paradigma di ogni mostruosità
totalitaria, l'esempio chiaro che l'inumanità prima di arrivare allo
sterminio si diffonde nella società corrompendo in primo luogo la quotidianità.
La perdità della libertà ha un suo percorso, ha le sue tappe,
non tutte necessariamente sanguinose, tutte però sempre umanamente orribili.
Giovanni De Martis