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  Intellettuali, memoria, Shoah
 
 
copertina del libro Auschwitz e gli intellettuali
 
Enzo Traverso, Auschwitz e gli intellettuali - La Shoah nella cultura del dopoguerra, il Mulino, Bologna, 2004
     
  Da anni ormai Enzo Traverso, oggi docente all'Université de Picardie "Jules Verne" di Amiens, esplora l'universo della Shoah e del totalitarismo. Auschwitz e gli intellettuali è il suo ultimo lavoro pubblicato in Italia quest'anno.
Il problema che Traverso indaga è la percezione che gli intellettuali ebbero all'indomani della catastrofe che annientò l'ebraismo nel nostro continente. Attraverso l'analisi del pensiero di Hannah Arendt, di Guenther Anders, di Theodor Adorno, Paul Celan, Jean Améry, Primo Levi e Jean Paul Sartre, Traverso disegna un quadro delle miserie e degli splendori (più le prime che i secondi a dire il vero) degli intellettuali tra gli anni Quaranta e Settanta dello scorso secolo.
Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale lo sterminio degli Ebrei d'Europa venne considerato uno tra i tanti orribili avvenimenti di un conflitto sanguinoso e crudele. Auschwitz - in sostanza sino agli anni Settanta del Novecento - è stato solo il nome tedesco di un villaggio polacco. Oggi invece come nota Traverso "tutti i paesi toccati direttamente o indirettamente dal genocidio degli ebrei adottano la loro politica commemorativa conservando i resti dei campi di transito, di concentramento e di sterminio, istruendo giornate della memoria, creando dei monumenti e dei musei. La deportazione razziale occupa oggi in seno alla memoria collettiva - è questo uno dei tanti paradossi di cui è ricca la storia - una posizione ben più grande di quella riservata alla deportazione politica, esattamente all'opposto di quanto avveniva nel dopoguerra quando, durante le commemorazioni ufficiali, la valorizzazione degli eroi - i combattenti antifascisti - eclissava largamente l'attenzione portata alle vittime anonime. Per decenni i superstiti dell'Olocausto non furono ascoltati".
Il problema che si pone e ci pone Traverso è capire come dall'assoluta indifferenza si è arrivati a quella che Peter Novick ha chiamato "religione civile" dell'Occidente. Le ragioni stanno - nota Traverso - nel persistere dell'antisemitismo in Europa. L'habitus mentale dell'Europa smarrita tra le rovine dell'appena terminato conflitto rimaneva gonfio del pregiudizio antiebraico. La delegittimazione dell'antisemitismo è venuta soltanto con il tempo. In secondo luogo le dimensioni della tragedia furono così grandi - cinquanta milioni di morti - che enucleare la valenza della Shoah fu cosa al di là delle possibilità concettuali dell'epoca. C'era poi una conoscenza assolutamente superficiale del funzionamento della macchina di sterminio nazista.
La cultura antifascista europea arruolò nelle fila di una Resistenza onnicomprensiva anche la Shoah. Le stesse vittime sopravvissute - desiderose di rientrare a pieno titolo nelle società che le avevano discriminate - erano inclini a farsi leggere non come 'specificità' ma come 'parte' di una Resistenza più ampia e perciò indistinta. Ma il velo di silenzio sulla Shoah fu determinato anche dalla comprensibile voglia di 'ricominciare a vivere', di gettarsi alle spalle l'esperienza traumatica della guerra. La guerra fredda tra 'mondo libero' e blocco sovietico diede un contributo rilevante al mantenimento del silenzio. La Germania divenne 'bastione dell'Occidente' e non più erede del nazismo. La tesi di Hannah Arendt - equiparando i totalitarismi di varia provenienza ideologica - contribuì a lasciare in un limbo indistinto le specificità del nazismo. Dall'altra parte della 'cortina di ferro' ci si concentrò sul tentativo di far passare l'idea che il nazismo avesse creato vittime solamente tra i comunisti.
Solo nel 1961 con il processo Eichmann si sviluppò un interesse e Auschwitz divenne meno invisibile. Secondo Traverso un altro punto di svolta venne dato dalla 'Guerra dei Sei Giorni', ossia il conflitto arabo-israeliano del 1967. La guerra mise in moto nell'ebraismo occidentale la riattualizzazione dell'ansia di un nuovo possibile sterminio. Dall'altro lato una parte dell'opinione pubblica specie di Sinistra cominciò a leggere Israele come 'stato abusivo' espressione del colonialismo occidentale. Queste due opposte percezioni - nota Traverso - generarono un fenomeno tutt'ora attuale: "il risultato è che quest'ultima [la Shoah] non può essere messa a distanza come un evento del passato. Essa appartiene ad un tempo 'compresso' la cui carica di passioni, sentimenti e ricordi non è stata disinnescata".
La fine degli anni Settanta vede la crescita dell'interesse verso la Shoah attraverso il mezzo di comunicazione di massa per eccellenza del mondo occidentale: la televisione. La serie televisiva Holocaust messa in onda negli Stati Uniti ed in Europa nel 1979 risvegliò l'interesse del pubblico facendo risorgere a distanza di un anno il pensiero negazionista di Faurisson. Da quel momento la Shoah uscì allo scoperto divenendo impossibile trattarla esclusivamente da un punto di vista storiografico.
Per quanto riguarda l'Italia le parole di Traverso sono illuminanti: "la fine dell'oblio dell'antisemitismo di stato e dello sterminio degli ebrei è coinciso allora, questo è il paradosso, con la riabilitazione dei loro persecutori".
Che cosa insegna il libro di Traverso che non fosse già stato detto in precedenza? Volendo riassumere la lezione che questo libro ci trasmette è un duplice avvertimento. In primo luogo agli storici che, per usare le parole di Traverso, "non vivono in una camera refrigerata al riparo delle passioni del mondo" e in secondo luogo a chi per i propri interessi piega le vicende del passato ai propri contingenti interessi di bottega.

Giovanni De Martis
 
           
           
           
           
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