Era Ottobre o già Novembre? Non lo sapeva. Con quei brividi di freddo
addosso non si poneva certo la domanda.
Quale significato poteva avere il tempo, quale cognizione certa se ne poteva
avere in un luogo dove non c'erano orologi visibili, dove il tempo sembrava
infinito.
Giorni, notti, ore, svanivano in un'unica indistinta, cupa agonia. Un'agonia
interrotta soltanto dai frequenti appelli per la conta - lo
Zaehl Appell.
Si era costrette a stare a lungo in piedi in lunghe file da cinque in attesa
di essere contate dalle SS con tanto di frusta e cani minacciosi al seguito.
Lo
Zaehl Appell veniva spesso interrotta da colpi di frusta lungo le
fila delle donne, probabilmente perché qualcuna si era mossa leggermente
nonostante si cercasse di rimanere immobili, come ordinato.
Dilaniate dalla fame, al limite della spossatezza, trattenevano a stento le
loro ultime riserve per controllare e sopprimere gli spasmi della diarrea -
ultime tracce liquide di vita che colavano via, a volte non più trattenuti
dalla vergogna o dalla paura.
Quell'appello, ripetuto due volte al giorno, era l'ultima ironia
in vista delle camere a gas.
Ormai da tempo ridotte ad essere non-persone, numeri, l'appello faceva
parte della disciplina forzata per essere certi che, se fra quelli ancora in
vita, nessun "pezzo" mancasse o che nessuno fosse fuggito!
Ma non c'era nessuna possibilità di fuga, circondate com'erano
dalle SS armate, dai loro cani di guardia e dai recinti di filo spinato ad alta
tensione. Quel triplo filo non incuteva comunque nessuna paura; ormai quel recinto
era diventato la promessa di una morte facile, impersonale; più rapida
della "selezione" di Mengele, "l'angelo della morte".
Eppure lo sforzo di correre abbastanza vicino per abbracciare quel recinto sembrava
insormontabile. Inoltre c'erano i cani e la forza rimasta poca. Questa
liberazione apparentemente semplice non era più nel loro immaginario,
riempito invece di visioni di torture, di esperimenti medici. La loro fantasia
non poteva andare oltre al momento attuale.
Faceva freddo o più semplicemente le ossa si stavano gelando? Non sapevano
più distinguere queste differenze. I loro corpi erano sempre un brivido
di disperazione fisica. Probabilmente faceva molto freddo; tutte le SS indossavano
uniformi di lana con pesanti cappotti e guanti. Ma cosa curiosa, c'era
una donna, una bionda delle SS che faceva sferzare la sua frusta con grande
energia, strano, indossava soltanto una camicia estiva blu, senza neppure una
giacca sopra. Le braccia al di sopra dei guanti erano nude e robuste. Faceva
caldo o faceva freddo?
Il sibilo vibrante di un fischietto lacerò la nebbia. Si udì un
ordine: "dietro front, march". La conta si era tenuta davanti ad una
delle baracche dove avevano trascorso la notte. Dentro, attraverso le piccole
inferriate filtrava un po' di luce sui muri che formavano quell'enorme struttura
zeppa di file e file di "letti" a tre piani, vicinissime le una alle
altre. Queste impalcature a tre piani erano ricoperte da assi di legno messe
a caso. Un mattone qua e là sostituiva qualche asse mancante.
La ragazza ne trovò un posto in un angolo vicino al muro. Quel muro sembrava
offrirle un po' di sostegno, conforto. Fu contenta di potersi rannicchiare contro.
Raccolse due mattoni che erano a portata di mano. Ora erano suoi, soltanto suoi,
almeno per quel momento, le servivano a mò di cuscino. Avrebbero dato
un minimo di supporto alla testa. Si sentì quasi contenta. Contenta di
aver trovato qualcosa. Qualcosa che le avrebbe consentito di trascorrere meglio
la notte. Qualcosa che gli altri non avevano visto. Eppure era lì, alla
portata di tutti.
Si raggomitolò stretta, stretta verso l'angolo. Piegò le gambe
verso di sé, più vicine possibile al corpo per ottenere un po'
di caldo, e doveva sistemarsi bene il vecchio cappotto da uomo sotto la giacca
a righe in modo da coprire le parti scoperte delle gambe, al di sopra delle
calze di misure diverse e ormai ridotte a brandelli. Anche se per niente morbido,
largo e pesante com'era quel cappotto nero le avrebbe dato un po' di calore.
Almeno lo sperava.
Con orrore le venne in mente la ressa del giorno precedente. Una lotta disperata
per procurarsi due zoccoli di legno della sua stessa misura. Trovarne due in
fretta e furia, tra l'ordine di alzarsi e quello di uscire per lo
Zaehl-Appell,
"
schnell, raus" non era stata cosa da poco. Alla fine si
era ritrovata con due zoccoli, ma entrambi del piede destro. Uno le andava anche
bene, ma l'altro no. Per niente. Troppo grande. Per lo meno era in grado di
fare entrare il piede sinistro, ma… Zoccoli che non calzavano bene rendevano
impossibile correre e "presto" significava precipitarsi fuori più
in fretta possibile.
Esitando, restia a lasciare quello che a lei sembrava un cantuccio confortevole,
sapeva che c'era una cosa che doveva assolutamente cercare di fare. Sebbene
la sua mente fosse annebbiata e confusa, fu quel ricordo di dolore fisico dovuto
al zoccolo di legno che calzava male che la costrinse ad agire.
Scivolò lungo la panca più esterna e scese dal suo "letto".
C'era poca luce, e in quella pallida luce non scorse nessuno, tranne una
vaga figura in fondo allo stanzone che lentamente si trascinava verso il bidone,
la latrina, ormai trabocchevole. Notò che quando quell'ombra la
raggiunse, si fermò. Poi la vide prima rimpicciolirsi e poi raddoppiarsi
nel tentativo di afferrare una delle travi di legno vicine per sostenersi. Mezza
piegata e mezza accovacciata cercò di utilizzare il bidone.
Guardò altrove, nessuno in giro e si concentrarò su ciò
che doveva fare. Sentiva il silenzio che l'avvolse. Carponi per evitare il raggio
di luce sopra la sua testa strisciò fino al posto vicino dove si ammmucchiavano
pile di zoccoli buttati alla rinfusa. Dopo aver dato un occhiata intorno, tirò
fuori dal mucchio un paio di zoccoli che le sembravano più o meno della
stessa misura. Li guardò meglio: le misure erano diverse! Ne trattenne
in mano uno che calzava bene, il sinistro. Con affanno riprese la ricerca. Ricominciò
a rovistare nel mucchio cercandone l'altro che potesse andare bene. Tirò
fuori uno destro e lo confrontò con l'altro che aveva in mano. La misura
era giusta, ma era ancora un'altro sinistro. Che fatica distinguere gli zoccoli!
La luce era cosi fioca che era impossibile notare differenze fra l'uno e l'altro.
Sinistro e destro si diversificavano soltanto per le piccole punte ricurve.
Cercò ancora affanosamente, a tastoni, per trovare lo zoccolo di destra.
Alla fine lo trovò.
Nascose gli zoccoli sotto il suo cappotto e si raggomitolò come prima.
Ormai, vinta la paura di lasciare il suo posto, non si guardò neppure
più attorno per vedere se qualcuno la osservava. Con due zoccoli della
sua misura, che importanza poteva avere qualche frustata! Nascosti sotto il
cappotto nessuno poteva vederli per rubarli. Raggiunse il suo posto per rannicchiarsi
sopra il suo tesoro-salvavita. Non essere in grado di correre per lo
Zaehl-Appell
poteva significare la camera a gas. Ritrasse le gambe con gli zoccoli sotto
il cappotto, accertandosi che non si vedessero. Non era consentito tenere gli
zoccoli a riposo. Cercò di sistemare bene i mattoni sotto la testa, lentamente,
e appoggiò il suo corpo contro il muro. Qualche attimo dopo, cominciò
a rilassarsi. Si avvicinò al muro ancora di più divenendone quasi
un tutt'uno. Come se quel muro fosse uno scudo di protezione.
Un terribile parapiglia interruppe il suo sonno e con il cuore in gola scivolò
giù dal suo cantuccio, Tutt'attorno un disordine confuso di grida soffocate
di donne che erano state svegliate dal sibilo acuto di fischietti e al grido
di:
"schnell, schnell, raus". Di corsa, svelte, fuori. Scendere
da quelle cuccette fu un continuo tentativo di superarsi l'une all'altre nell'intento
di trovare gli zoccoli giusti e poterseli infilalare. In questo caos di corpi
che si urtavano, nessuno si accorse di lei che aspettava. Aspettava il momento
giusto in cui si fosse liberato un varco, per seguire le donne che si precitavano
dove c'erano le scodelle con quel liquido scuro, cercando di essere le prime
per potersi accaparrare quella brodaglia. A fatica s'intrufolò nel groviglio
di queste donne ma del "caffè" non era rimasta neanche l'ombra.
Niente. Una donna che ne aveva avuto una scodella piena fino all'orlo, non potendosi
bere tutto quel liquido in fretta, le passò la sua razione che era ancora
a metà. Era perfino caldo!
Guardò il secchio della latrina all'angolo, riempito oltre misura traboccava
per le vibrazioni da tutte quelle donne in corsa che passavano vicino. Doveva
fare i propri bisogni. Come sarebbe riuscita, altrimenti a rimanere a lungo
in piedi per lo
Zaehl Appell? Appoggiandosi ad una trave di legno per
mantenersi in equilibrio, si accovacciò sul secchio già traboccante.
Una vecchia abitudine le fece usare il secchio anzichè il pavimento;
con tutto quello che c'era per terra, sarebbe stata la stessa cosa.
Si sentì quasi vittoriosa. Aveva del liquido caldo nello stomaco. Aveva
fatto i propri bisogni e due zoccoli della sua stessa misura. Ce l'avrebbe
fatta a resistere. Ora poteva mantenersi immobile sull'attenti durante
l'appello. Lo sapeva.
File, file e ancora file di cinque, interminabili e quasi immobili si mescolavano
alla foschia dell'alba. Come ombre. Gli unici oggetti considerevolmente visibili
erano delle alte strutture verticali stranamente illuminate da fiamme che a
singhiozzo guizzavano dalla punta, fendendo e illuminando la cappa di fumo grigio
che li avvolgeva. La sua mente si rifiutò di afferrarne il significato
sebbene sapesse già quale fosse. I suoi occhi invece furono ammaliati
da quella fredda luminosità, da quelle fiamme arancione. 537. 538. Meglio
non pensare. 541. 542. Non era stata tatuata. Lei assieme ad altre fu esclusa.
Quelle col numero tatuato sarebbero state mandate a un campo di lavoro. 555.
Neppure il tuo numero tatuato sul braccio che significava momentanea salvezza
come "pezzo" assegnato al lavoro.
"Arbeit macht frei"
cosi era scritto all'ingresso di Auschwitz. Ma questo era Birkenau. 561. Supplicai
affinché i miei occhi non vedessero. Li chiuderò con tutte le
mie forze, così stretti che non vedrò più nulla e nessuno
mi potrà vedere. Scomparirò. 599. 600.
"Dietro front, marsh!" Riaprì gli occhi e cominciò
a muoversi assieme alle altre vaghe figure. Le avrebbero condotte alle docce
per la "disinfestazione" dai pidocchi. Lo sapeva già. C'erano
già state sottoposte altre volte. La prima volta non sapevano cosa sarebbe
successo - a dire il vero senza mai sapere cosa sarebbe successo. Erano state
condotte in uno stanzone gelido con delle docce attaccate al soffitto, sembravano
migliaia, dopo che furono ordinate di spogliarsi del tutto. L'acqua fredda
che scendeva non durò a lungo. Non fu sufficiente per bagnarsi completamente.
La durata di quella breve doccia consentì però di notare che la
maggior parte delle finestre era rotta. Ecco perché c'era quel
freddo cane!
Ancora bagnate furono allineate per essere rasate, testa e corpo. La metamorfosi
fu quasi divertente. Nell'impossibilità di vedere se stesse, guardavano
le compagne mentre perdevano ogni somiglianza con ciò che erano prima.
Gli uomini delle SS si divertivano. Ridevano quando metà della testa
rimaneva completamente pelata, mentre l'altra metà conservava ancora
la sembianza originaria. Ma anche questa metà sarebbe presto stata cancellata.
Per un attimo, passato e presente sembravano perdere consistenza; divennero
un tutt'uno - clipp, clipp – e non rimaneva altro che quel inafferrabile
presente fantasma.
Nell'entrare dentro le docce l'ordine era "spogliatevi"
e a loro divenne automatico eseguirlo senza neanche la minima preoccupazione
per gli uomini delle SS che guardavano. Le non-persone non provavano più
pudore; esseri inferiori, sub-umani, dovevano soltanto obbedire.
Lasciarono i loro stracci dietro in un mucchio, e cercavano di raggiungere le
docce più vicine alle uscite, sperando di essere fuori prima che le docce
sprigionassero il gas. Tutte sapevano che se le porte d'uscita venivano
chiuse mentre erano ancora sotto le docce ne sarebbe uscito il gas. Fuori prima
delle altre, più in fretta che si poteva. Chi ce la faceva ad uscire
forse riusciva anche ad afferrare una camicia in più, o una maglia o
un paio di calze di lana da quel mucchio di stracci per terra lasciato da una
precedente "disinfestazione". Sempre se fossero uscite ancora vive
da quelle docce.
Mai una volta che le fosse capitato di uscire per prima. Mai. Le altre erano
sempre più veloci, forse nel vano tentativo di evitare quello che ormai
tutti sapevano. Se uscirà il gas, chiuderò gli occhi stretti,
stretti e in un secondo - cos'è un secondo, neanche il tempo di
pensarci - il corpo ancora bagnato assorbe il gas in un attimo.
Il getto d'acqua s'arrestò. Lei fu trascinata dalle donne
verso l'uscita.
Accanto al mucchio degli indumenti una Kapo li sparpagliava per aria. A caso.
Prese al volo una calza, una soltanto. Nell'abbassarsi velocemente riuscì
ad afferrare anche un pezzo di lana, un'imbottitura da mettere sotto la
camicia che le era stata gettata sopra la testa. Mentre si incamminava verso
un'altra Kapo che sparpagliava giacche e cappotti. Adocchiò un
cappotto nero da uomo. Bello pesante. Per niente male. Se ne impossessò
in fretta e gli scivolò dentro. Afferrò anche un giacca a righe,
abbastanza larga da poterla portare sopra il cappotto, e un berretto anch'esso
a righe per la testa rasata.
Zoccoli, un altro mare di zoccoli tutt'intorno. Ora lei era abbastanza
allenata per cercare e trovare in fretta il compagno di quello zoccolo che già
calzava e fu poi spinta, trascinata verso un corridoio, stretto e quasi al buio.
"In fila per uno". Il giovane delle SS che urlò l'ordine
non le guardava neppure. Le sue mani e occhi erano addosso al cane lupo che
gli stava accanto. Ella guardò di nuovo: aveva paura di non aver sentito
un altro ordine. Tutto il corpo era ormai condizionato dall'esecuzione
di ordini che incutevano paura. Ci si poteva muovere soltanto su comando. Si
accorse però che il giovane SS si era girato per controllare se le altre
donne fossero uscite dallo stanzone.
Lei girò la testa dall'altra parte, e vicino di fronte al lei,
vide una faccia sotto un berretto a righe, una faccia che la riempì di
sgomento. Timidi peli, irti come setole, sbucavano da sotto il suo berretto.
Un largo cappotto nero lasciava intravedere un giacca a righe troppo stretta.
Segni profondi al collo. Un pallore di morte sul viso accentuato dal nero del
capotto, con occhi irrequieti come fiamme. Ebbe una sensazione di disgusto.
Con un brivido non riuscì a spiegarsi il perché di quell'uomo
delle SS che stava lì in piedi così calmo. Guardò di nuovo
il viso di quella donna. Impossibile distogliere lo sguardo da quell'apparizione.
Riusciva a comprendere adesso il disprezzo e l'astio che si celavano negli
ordini delle SS, urlati a denti stretti per smorzare un evidente scoppio di
odio. Creature come quella donna davvero sembravano sotto-umane non-persone,
non degne d' esistere.
L'SS s'incamminò verso la fila di dietro. Sentì l'ordine
di marciare, tra lo stridio dei denti - suoi o del suo cane? – lei si
girò per vedere ancora quella donna. I suoi occhi corsero lungo le fila
di donne ma non riuscì a vederla. Niente. Non la trovò.
Vide però, appeso al muro, un frammento di uno specchio.
Carola Cohn
Traduzione dal inglese Yuri Anastasi e Paola del Re.