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Lo Specchio Frantumato.

Auschwitz - Birkenau Ottobre 1944

di Carola Cohn

Era Ottobre o già Novembre? Non lo sapeva. Con quei brividi di freddo addosso non si poneva certo la domanda.
Quale significato poteva avere il tempo, quale cognizione certa se ne poteva avere in un luogo dove non c'erano orologi visibili, dove il tempo sembrava infinito.
Giorni, notti, ore, svanivano in un'unica indistinta, cupa agonia. Un'agonia interrotta soltanto dai frequenti appelli per la conta - lo Zaehl Appell. Si era costrette a stare a lungo in piedi in lunghe file da cinque in attesa di essere contate dalle SS con tanto di frusta e cani minacciosi al seguito. Lo Zaehl Appell veniva spesso interrotta da colpi di frusta lungo le fila delle donne, probabilmente perché qualcuna si era mossa leggermente nonostante si cercasse di rimanere immobili, come ordinato.
Dilaniate dalla fame, al limite della spossatezza, trattenevano a stento le loro ultime riserve per controllare e sopprimere gli spasmi della diarrea - ultime tracce liquide di vita che colavano via, a volte non più trattenuti dalla vergogna o dalla paura.
Quell'appello, ripetuto due volte al giorno, era l'ultima ironia in vista delle camere a gas.
Ormai da tempo ridotte ad essere non-persone, numeri, l'appello faceva parte della disciplina forzata per essere certi che, se fra quelli ancora in vita, nessun "pezzo" mancasse o che nessuno fosse fuggito!
Ma non c'era nessuna possibilità di fuga, circondate com'erano dalle SS armate, dai loro cani di guardia e dai recinti di filo spinato ad alta tensione. Quel triplo filo non incuteva comunque nessuna paura; ormai quel recinto era diventato la promessa di una morte facile, impersonale; più rapida della "selezione" di Mengele, "l'angelo della morte". Eppure lo sforzo di correre abbastanza vicino per abbracciare quel recinto sembrava insormontabile. Inoltre c'erano i cani e la forza rimasta poca. Questa liberazione apparentemente semplice non era più nel loro immaginario, riempito invece di visioni di torture, di esperimenti medici. La loro fantasia non poteva andare oltre al momento attuale.
Faceva freddo o più semplicemente le ossa si stavano gelando? Non sapevano più distinguere queste differenze. I loro corpi erano sempre un brivido di disperazione fisica. Probabilmente faceva molto freddo; tutte le SS indossavano uniformi di lana con pesanti cappotti e guanti. Ma cosa curiosa, c'era una donna, una bionda delle SS che faceva sferzare la sua frusta con grande energia, strano, indossava soltanto una camicia estiva blu, senza neppure una giacca sopra. Le braccia al di sopra dei guanti erano nude e robuste. Faceva caldo o faceva freddo?
Il sibilo vibrante di un fischietto lacerò la nebbia. Si udì un ordine: "dietro front, march". La conta si era tenuta davanti ad una delle baracche dove avevano trascorso la notte. Dentro, attraverso le piccole inferriate filtrava un po' di luce sui muri che formavano quell'enorme struttura zeppa di file e file di "letti" a tre piani, vicinissime le una alle altre. Queste impalcature a tre piani erano ricoperte da assi di legno messe a caso. Un mattone qua e là sostituiva qualche asse mancante.
La ragazza ne trovò un posto in un angolo vicino al muro. Quel muro sembrava offrirle un po' di sostegno, conforto. Fu contenta di potersi rannicchiare contro. Raccolse due mattoni che erano a portata di mano. Ora erano suoi, soltanto suoi, almeno per quel momento, le servivano a mò di cuscino. Avrebbero dato un minimo di supporto alla testa. Si sentì quasi contenta. Contenta di aver trovato qualcosa. Qualcosa che le avrebbe consentito di trascorrere meglio la notte. Qualcosa che gli altri non avevano visto. Eppure era lì, alla portata di tutti.
Si raggomitolò stretta, stretta verso l'angolo. Piegò le gambe verso di sé, più vicine possibile al corpo per ottenere un po' di caldo, e doveva sistemarsi bene il vecchio cappotto da uomo sotto la giacca a righe in modo da coprire le parti scoperte delle gambe, al di sopra delle calze di misure diverse e ormai ridotte a brandelli. Anche se per niente morbido, largo e pesante com'era quel cappotto nero le avrebbe dato un po' di calore. Almeno lo sperava.
Con orrore le venne in mente la ressa del giorno precedente. Una lotta disperata per procurarsi due zoccoli di legno della sua stessa misura. Trovarne due in fretta e furia, tra l'ordine di alzarsi e quello di uscire per lo Zaehl-Appell, "schnell, raus" non era stata cosa da poco. Alla fine si era ritrovata con due zoccoli, ma entrambi del piede destro. Uno le andava anche bene, ma l'altro no. Per niente. Troppo grande. Per lo meno era in grado di fare entrare il piede sinistro, ma… Zoccoli che non calzavano bene rendevano impossibile correre e "presto" significava precipitarsi fuori più in fretta possibile.
Esitando, restia a lasciare quello che a lei sembrava un cantuccio confortevole, sapeva che c'era una cosa che doveva assolutamente cercare di fare. Sebbene la sua mente fosse annebbiata e confusa, fu quel ricordo di dolore fisico dovuto al zoccolo di legno che calzava male che la costrinse ad agire.
Scivolò lungo la panca più esterna e scese dal suo "letto". C'era poca luce, e in quella pallida luce non scorse nessuno, tranne una vaga figura in fondo allo stanzone che lentamente si trascinava verso il bidone, la latrina, ormai trabocchevole. Notò che quando quell'ombra la raggiunse, si fermò. Poi la vide prima rimpicciolirsi e poi raddoppiarsi nel tentativo di afferrare una delle travi di legno vicine per sostenersi. Mezza piegata e mezza accovacciata cercò di utilizzare il bidone.
Guardò altrove, nessuno in giro e si concentrarò su ciò che doveva fare. Sentiva il silenzio che l'avvolse. Carponi per evitare il raggio di luce sopra la sua testa strisciò fino al posto vicino dove si ammmucchiavano pile di zoccoli buttati alla rinfusa. Dopo aver dato un occhiata intorno, tirò fuori dal mucchio un paio di zoccoli che le sembravano più o meno della stessa misura. Li guardò meglio: le misure erano diverse! Ne trattenne in mano uno che calzava bene, il sinistro. Con affanno riprese la ricerca. Ricominciò a rovistare nel mucchio cercandone l'altro che potesse andare bene. Tirò fuori uno destro e lo confrontò con l'altro che aveva in mano. La misura era giusta, ma era ancora un'altro sinistro. Che fatica distinguere gli zoccoli!
La luce era cosi fioca che era impossibile notare differenze fra l'uno e l'altro. Sinistro e destro si diversificavano soltanto per le piccole punte ricurve. Cercò ancora affanosamente, a tastoni, per trovare lo zoccolo di destra. Alla fine lo trovò.
Nascose gli zoccoli sotto il suo cappotto e si raggomitolò come prima. Ormai, vinta la paura di lasciare il suo posto, non si guardò neppure più attorno per vedere se qualcuno la osservava. Con due zoccoli della sua misura, che importanza poteva avere qualche frustata! Nascosti sotto il cappotto nessuno poteva vederli per rubarli. Raggiunse il suo posto per rannicchiarsi sopra il suo tesoro-salvavita. Non essere in grado di correre per lo Zaehl-Appell poteva significare la camera a gas. Ritrasse le gambe con gli zoccoli sotto il cappotto, accertandosi che non si vedessero. Non era consentito tenere gli zoccoli a riposo. Cercò di sistemare bene i mattoni sotto la testa, lentamente, e appoggiò il suo corpo contro il muro. Qualche attimo dopo, cominciò a rilassarsi. Si avvicinò al muro ancora di più divenendone quasi un tutt'uno. Come se quel muro fosse uno scudo di protezione.
Un terribile parapiglia interruppe il suo sonno e con il cuore in gola scivolò giù dal suo cantuccio, Tutt'attorno un disordine confuso di grida soffocate di donne che erano state svegliate dal sibilo acuto di fischietti e al grido di: "schnell, schnell, raus". Di corsa, svelte, fuori. Scendere da quelle cuccette fu un continuo tentativo di superarsi l'une all'altre nell'intento di trovare gli zoccoli giusti e poterseli infilalare. In questo caos di corpi che si urtavano, nessuno si accorse di lei che aspettava. Aspettava il momento giusto in cui si fosse liberato un varco, per seguire le donne che si precitavano dove c'erano le scodelle con quel liquido scuro, cercando di essere le prime per potersi accaparrare quella brodaglia. A fatica s'intrufolò nel groviglio di queste donne ma del "caffè" non era rimasta neanche l'ombra. Niente. Una donna che ne aveva avuto una scodella piena fino all'orlo, non potendosi bere tutto quel liquido in fretta, le passò la sua razione che era ancora a metà. Era perfino caldo!
Guardò il secchio della latrina all'angolo, riempito oltre misura traboccava per le vibrazioni da tutte quelle donne in corsa che passavano vicino. Doveva fare i propri bisogni. Come sarebbe riuscita, altrimenti a rimanere a lungo in piedi per lo Zaehl Appell? Appoggiandosi ad una trave di legno per mantenersi in equilibrio, si accovacciò sul secchio già traboccante. Una vecchia abitudine le fece usare il secchio anzichè il pavimento; con tutto quello che c'era per terra, sarebbe stata la stessa cosa.
Si sentì quasi vittoriosa. Aveva del liquido caldo nello stomaco. Aveva fatto i propri bisogni e due zoccoli della sua stessa misura. Ce l'avrebbe fatta a resistere. Ora poteva mantenersi immobile sull'attenti durante l'appello. Lo sapeva.
File, file e ancora file di cinque, interminabili e quasi immobili si mescolavano alla foschia dell'alba. Come ombre. Gli unici oggetti considerevolmente visibili erano delle alte strutture verticali stranamente illuminate da fiamme che a singhiozzo guizzavano dalla punta, fendendo e illuminando la cappa di fumo grigio che li avvolgeva. La sua mente si rifiutò di afferrarne il significato sebbene sapesse già quale fosse. I suoi occhi invece furono ammaliati da quella fredda luminosità, da quelle fiamme arancione. 537. 538. Meglio non pensare. 541. 542. Non era stata tatuata. Lei assieme ad altre fu esclusa. Quelle col numero tatuato sarebbero state mandate a un campo di lavoro. 555. Neppure il tuo numero tatuato sul braccio che significava momentanea salvezza come "pezzo" assegnato al lavoro. "Arbeit macht frei" cosi era scritto all'ingresso di Auschwitz. Ma questo era Birkenau. 561. Supplicai affinché i miei occhi non vedessero. Li chiuderò con tutte le mie forze, così stretti che non vedrò più nulla e nessuno mi potrà vedere. Scomparirò. 599. 600.
"Dietro front, marsh!" Riaprì gli occhi e cominciò a muoversi assieme alle altre vaghe figure. Le avrebbero condotte alle docce per la "disinfestazione" dai pidocchi. Lo sapeva già. C'erano già state sottoposte altre volte. La prima volta non sapevano cosa sarebbe successo - a dire il vero senza mai sapere cosa sarebbe successo. Erano state condotte in uno stanzone gelido con delle docce attaccate al soffitto, sembravano migliaia, dopo che furono ordinate di spogliarsi del tutto. L'acqua fredda che scendeva non durò a lungo. Non fu sufficiente per bagnarsi completamente. La durata di quella breve doccia consentì però di notare che la maggior parte delle finestre era rotta. Ecco perché c'era quel freddo cane!
Ancora bagnate furono allineate per essere rasate, testa e corpo. La metamorfosi fu quasi divertente. Nell'impossibilità di vedere se stesse, guardavano le compagne mentre perdevano ogni somiglianza con ciò che erano prima. Gli uomini delle SS si divertivano. Ridevano quando metà della testa rimaneva completamente pelata, mentre l'altra metà conservava ancora la sembianza originaria. Ma anche questa metà sarebbe presto stata cancellata. Per un attimo, passato e presente sembravano perdere consistenza; divennero un tutt'uno - clipp, clipp – e non rimaneva altro che quel inafferrabile presente fantasma.
Nell'entrare dentro le docce l'ordine era "spogliatevi" e a loro divenne automatico eseguirlo senza neanche la minima preoccupazione per gli uomini delle SS che guardavano. Le non-persone non provavano più pudore; esseri inferiori, sub-umani, dovevano soltanto obbedire.
Lasciarono i loro stracci dietro in un mucchio, e cercavano di raggiungere le docce più vicine alle uscite, sperando di essere fuori prima che le docce sprigionassero il gas. Tutte sapevano che se le porte d'uscita venivano chiuse mentre erano ancora sotto le docce ne sarebbe uscito il gas. Fuori prima delle altre, più in fretta che si poteva. Chi ce la faceva ad uscire forse riusciva anche ad afferrare una camicia in più, o una maglia o un paio di calze di lana da quel mucchio di stracci per terra lasciato da una precedente "disinfestazione". Sempre se fossero uscite ancora vive da quelle docce.
Mai una volta che le fosse capitato di uscire per prima. Mai. Le altre erano sempre più veloci, forse nel vano tentativo di evitare quello che ormai tutti sapevano. Se uscirà il gas, chiuderò gli occhi stretti, stretti e in un secondo - cos'è un secondo, neanche il tempo di pensarci - il corpo ancora bagnato assorbe il gas in un attimo.
Il getto d'acqua s'arrestò. Lei fu trascinata dalle donne verso l'uscita.
Accanto al mucchio degli indumenti una Kapo li sparpagliava per aria. A caso. Prese al volo una calza, una soltanto. Nell'abbassarsi velocemente riuscì ad afferrare anche un pezzo di lana, un'imbottitura da mettere sotto la camicia che le era stata gettata sopra la testa. Mentre si incamminava verso un'altra Kapo che sparpagliava giacche e cappotti. Adocchiò un cappotto nero da uomo. Bello pesante. Per niente male. Se ne impossessò in fretta e gli scivolò dentro. Afferrò anche un giacca a righe, abbastanza larga da poterla portare sopra il cappotto, e un berretto anch'esso a righe per la testa rasata.
Zoccoli, un altro mare di zoccoli tutt'intorno. Ora lei era abbastanza allenata per cercare e trovare in fretta il compagno di quello zoccolo che già calzava e fu poi spinta, trascinata verso un corridoio, stretto e quasi al buio.
"In fila per uno". Il giovane delle SS che urlò l'ordine non le guardava neppure. Le sue mani e occhi erano addosso al cane lupo che gli stava accanto. Ella guardò di nuovo: aveva paura di non aver sentito un altro ordine. Tutto il corpo era ormai condizionato dall'esecuzione di ordini che incutevano paura. Ci si poteva muovere soltanto su comando. Si accorse però che il giovane SS si era girato per controllare se le altre donne fossero uscite dallo stanzone.
Lei girò la testa dall'altra parte, e vicino di fronte al lei, vide una faccia sotto un berretto a righe, una faccia che la riempì di sgomento. Timidi peli, irti come setole, sbucavano da sotto il suo berretto. Un largo cappotto nero lasciava intravedere un giacca a righe troppo stretta. Segni profondi al collo. Un pallore di morte sul viso accentuato dal nero del capotto, con occhi irrequieti come fiamme. Ebbe una sensazione di disgusto. Con un brivido non riuscì a spiegarsi il perché di quell'uomo delle SS che stava lì in piedi così calmo. Guardò di nuovo il viso di quella donna. Impossibile distogliere lo sguardo da quell'apparizione. Riusciva a comprendere adesso il disprezzo e l'astio che si celavano negli ordini delle SS, urlati a denti stretti per smorzare un evidente scoppio di odio. Creature come quella donna davvero sembravano sotto-umane non-persone, non degne d' esistere.
L'SS s'incamminò verso la fila di dietro. Sentì l'ordine di marciare, tra lo stridio dei denti - suoi o del suo cane? – lei si girò per vedere ancora quella donna. I suoi occhi corsero lungo le fila di donne ma non riuscì a vederla. Niente. Non la trovò.
Vide però, appeso al muro, un frammento di uno specchio.


Carola Cohn


Traduzione dal inglese Yuri Anastasi e Paola del Re.