Nominare linnominabile.
Dallevento alla sua rappresentazione: della Shoah nella bibliografia più recente
La vicenda della Shoah il genocidio razziale degli ebrei costituisce
un oggetto di studio e riflessione fortemente problematico, nel momento in
cui di essa se ne intendano resocontare modalità ma, soprattutto, natura
e ragioni. Se di ragioni si può parlare, esse si scontano immediatamente
contro un dato, nella sua prepotente autoevidenza: il genocidio degli ebrei,
ancorché così tragicamente esplicito nella sua fattualità,
sembra essere privo di una ragione (su questo punto e sul repertorio di problematiche
sollevate dalla catastrofe degli ebrei europei si veda il numero monografico
di Pardès dedicato a Pensare Auschwitz editato nel 1995). Esaurite
nelle secche delle modellistica interpretativa quei tentativi economicisti
che ascrivono la deportazione alla costituzione di uno stato di schiavi, al
servizio dellHerrenvolk germanico fatto sì presente nelluniverso
concentrazionario ma non dirimente poiché incapace di spiegare non
solo i campi di sterminio propriamente intesi ma anche gli omicidi di massa
compiuti dalle unità mobili operanti allEst; tralasciati gli
approcci di ordine teologico (a partire da quanto ha fatto oggetto di rassegna
Massimo Giuliani in Auschwitz nel pensiero ebraico, Morcelliana, Brescia 1998)
inadeguati a rendere conto della materialità delle circostanze,
ancorché orientati a ordinarle dal punto di vista degli esiti morali
e non oltre; esperiti gli irrisolti e consunti tentativi di ricondurre alle
mere motivazioni di una ideologia politica, per quanto estrema, delle scelte
la cui radicalità e funzionalità sembra quasi assurgere a calco
di un modello produttivistico, in sintonia con il fervore taylorista del capitalismo
novecentesco, rimane il problema di come resocontare ciò che implica,
come è stato efficacemente rilevato, lesilio della parola, il
suo annichilimento nelle pieghe di un fenomeno storico che lascia, letteralmente,
senza parole.
Questo bisogno si fa ancora più prepotente nel momento in cui si considera
che se Auschwitz è diventato la metonimia del male assoluto,
la memoria della Shoah è diventata, bene o male, il modello della costruzione
della memoria, il paradigma a cui quasi ovunque si fa riferimento per analizzare
il passato o per tentare di installare nel cuore stesso di un evento storico
che si svolge sotto i nostri occhi, come di recente il caso della Bosnia,
e che non è ancora diventato storia, le basi del futuro racconto storico
(in Annette Wieviorka, Lera del testimone, Cortina editore, Milano 1999,
pag.16). Evento per certi aspetti inesplicabile ma al quale siamo obbligati
a dare un nome e del quale dobbiamo fornire delle ragioni, esso si qualifica,
al di là degli elementi di cui è costituito in quanto fatto,
come un serbatoio di percezioni, un repertorio di immagini, sia pure estreme,
una sorta di catalogo della nostra contemporaneità nella sua più
radicale manifestazione. E un luogo di formazione e destrutturazione
di identità, un passaggio ineludibile nella costituzione delle fisionomie
sociali delloccidente postbellico.
Di esso, e soprattutto della sua trasposizione nelle culture identitarie delle
generazioni, di ebrei e non, succedutesi a fare da quei terribili anni, ne
diamo una breve rassegna bibliografica, senza vincoli di completezza, tra
le opere, soprattutto in lingua inglese e francese, che si sono recentemente
esercitate su questi nodi critici.
Va da subito rilevato che la storia e la storiografia della Shoah si confrontano
con una pluralità di fattori tra i quali vanno annoverati i soggetti
e i luoghi quindi le comunità e le culture che di volta
in volta prendono parte al dibattito sul significato da attribuire allevento,
i modelli gnoseologici ed epistemologici che vengono adottati per dare corso
alla discussione, le priorità politiche e morali che sono sottointese
alla stessa, le aspettative diffuse e condivise da coloro che vi partecipano.
Geografie, storie ed attori con i loro diversi costrutti mentali, con i differenziati
bisogni di cui sono titolari, hanno concorso alla formazione e alla diffusione
di distinte tipologie narrative, tributarie, a loro volta, di interessi e
valori tra loro alternativi.
Insomma, la narrazione della Shoah, lungi dal qualificarsi come elemento statico
ed astorico, implica un disegno culturale sotteso, è ovverosia lespressione
di strategie della rappresentazione sociale e di autorappresentazione comunitaria
attraverso le quali i gruppi che vi partecipano si qualificano e contribuiscono
a definire la realtà nella quale operano. In altri termini, è
un campo simbolico e, al contempo, unarena critica dove forze diverse
si pongono in competizione. Parlare della deportazione, quindi, implica lassunzione
della categoria del conflitto come dato non residuale bensì costitutivo
della ricerca stessa: conflitto tra le parole, conflitto tra coloro che le
pronunciano, conflitto tra gli interessi che muovono gli attori in campo.
Non è di certo quel locus della pacificazione e dellaccordo così
come certa vulgata storicizzante, affermatasi negli ultimi anni, vorrebbe
poter sostenere con riscontro.
Nel corso dei decenni trascorsi sono andate strutturandosi forme diverse di
narrazione, mutanti secondo i tempi considerati e i soggetti implicati. Levento
che ha fatto da spartiacque tra un prima ed un poi è senzaltro
costituito dal processo Eichmann (1961), vero e proprio momento periodizzante
tra unepoca ove lattenzione collettiva nei confronti della Shoah
e della sua resa in chiave testimoniale era pressoché nulla, relegata
ai circoli, ristretti ed autorefenziali, dei sopravvissuti, e una fase successiva
nella quale la deportazione e il sopravvissuto hanno assunto una dignità
fino ad allora inedita. E infatti a fare dagli anni 60 che da
vicenda intima e privata (di spazi pubblici) essa assume progressivamente
lo statuto di evento collettivo, pieno di significati, veicolato attraverso
i canali della comunicazione e amplificato dal circuito massmediale. Affinché
si pervenga agli esiti che ci sono noti, tuttavia, i passaggi da considerare
sono variegati e complessi.
Le retoriche del discorso pubblico del dopoguerra e degli anni della ricostruzione
lasciano ben poco spazio al racconto dellinaudita violazione compiuta
nei campi. I fattori che congiurano contro quello che è un bisogno
pur presente tra i reduci dai lager (basti pensare alla vicenda di Primo Levi
e al diniego oppostogli dalla Einaudi alla pubblicazione del suo Se questo
è un uomo) sono tanti. Le politiche della memoria adottate dai diversi
stati protagonisti del conflitto in Europa divergono su più punti (si
veda a tal riguardo i volumi collettanei Politiche della memoria e Delle guerre
civili editi entrambi dalla Manifestolibri, Roma 1991 e 1993, la Storia e
memoria della deportazione. Modelli di ricerca e di comunicazione in Italia
e Francia, sempre di Autori Vari per i tipi della Giuntina, Firenze 1996,
Nicola Gallerano, Luso pubblico della storia, Franco Angeli, Milano
1995, a cura di Leonardo Paggi, Le memorie della Repubblica, La Nuova Italia,
Firenze 1999, Raoul Hilberg, La politique de la mémoire, Gallimard,
Paris 1996 e a cura di Jacques Moriset, Horst Mueller, Allemagne-France. Lieux
et mémoire dune histoire commune, Albin Michel, Paris 1995) ma
trovano come elementi di congiunzione il bisogno, da un lato, di riconoscersi
in una immagine compiuta e omogenea della vicenda resistenziale almeno
laddove aveva avuto corso escludente a priori quegli episodi che ad
essa riuscivano difficilmente omologabili e tra gli stessi la deportazione,
tanto più se razziale (interessante al riguardo la voce Resistenza
civile redatta da Anna Bravo per il recente Dizionario della Resistenza, Einaudi
editore, Torino 2000); dallaltro la necessità di valorizzare
una sorta di ideale eroico e fattivo del processo storico nazionale
recente, rielaborato più come premessa alla costruzione e allo sviluppo
di un futuro presente in corso di realizzazione che non come esercizio
di memoria e sguardo dolente verso il passato prossimo. Il serrato confronto
tra i due blocchi, poi, costituisce allOvest un formidabile freno a
qualsivoglia iniziativa antinazista che possa essere considerata come filocomunista
e, correlativamente, ad Est concorre a cristallizzare una immagine di campo
dove nulla è concesso a quanto non si presti ad una immediata immedesimazione
con il progetto di società socialista, tanto meno la figura,
ancora da venire, del deportato per motivi razziali. A ciò, peraltro,
si somma la diffidenza nei confronti di chi si qualifica alternativamente
alle rigide nomenclazioni classiste, identificandosi con appartenenze religiose
o comunitarie eccentriche rispetto alla tassonomia marxistica dominante. Va
comunque ricordato che buona parte delle vittime come dei luoghi dello sterminio
avevano sede proprio in quelle porzioni di territorio che ora ricadevano sotto
la giurisdizione sovietica e dei suoi alleati, così come la lingua
e la cultura che maggiormente subirono i catastrofici effetti delle politiche
nazionalsocialiste erano quelle yiddish, destinate a vedersi riconosciuta
una funzione culturale e uno status politico minoritari allinterno della
comunità ebraica palestinese prima e dello Stato ebraico
poi (si legga a tal proposito di Rachel Ertel, Dans la langue de personne.
Poésie yiddish de lanéantissement, Seuil, Paris 1993,
di Tom Segev, Le septiéme million. Les Israéliens et le génocide,
Liana Levi, Paris 1993e le considerazioni svolte da Ilan Greilshammer riguardo
a Lattitude du Yichouv face à la Shoa nel suo La nouvelle histoire
dIsrael. Essai sur une identité nationale, Gallimard, Paris 1998).
In questa prima fase i sopravvissuti non emergono come gruppo in alcuna parte
del corpo sociale, nemmeno tra le stesse comunità di ebrei, né
negli Stati Uniti, né più in generale in occidente e in oriente
come, peraltro, in Israele. E se il primo memoriale, la Tomba del martire
ebreo ignoto, data al 1956 ed è edificato in Francia, con scotto
e nocumento dimmagine per lo Stato dIsraele, che nel frattempo
aveva frettolosamente approvato la legge per la costituzione dello Yad Vashem
(su questo punto il lavoro di Anna-Vera Sullam Calimani, I nomi dello sterminio,
Einaudi, Torino 2001 che, oltre a mettere a fuoco alcuni passaggi critici
nella costituzione di un lessico elementare sullevento Shoah, ne fa
una disamina ricca e argomentata, correlandola alle diverse stagioni culturali
che hanno contrassegnato la storia della ricezione dello stesso), il silenzio
continua a regnare sovrano.
Come si è detto, è con il processo Eichmann che le carte in
tavola cambiano e, con esse, la posta stessa. Non è corretto affermare
che tale trasformazione sia da attribuirsi ad una deliberata volontà
politica, quella di Ben Gurion e daltro canto risulta difficile
immaginare una volontà così forte da poter modificare per la
sola ragione della sua stessa esistenza un trend culturale consolidato
ma quel che è certo è che a fare da un determinato momento,
senzaltro legato al trascorrere del tempo e allassunzione progressiva
della capacità di metabolizzare lesperienza, vissuta anteriormente,
allinterno di un discorso pubblico, a matrice politica, il deportato
razziale inizia a conquistare una sua visibilità. Già alla fine
degli anni cinquanta alcune opere sul tema avevano ottenuto lattenzione
e lassenso di un pubblico europeo, ampio ed eterogeneo (si pensi al
primo Wiesel de La notte, Giuntina, Firenze più edizioni o allo Schwarz-Bart
de Lultimo dei giusti, Feltrinelli, Milano anchesso in più
edizioni). Ora la narrazione della catastrofe viene incorporata nella cultura
dominante del giovene paese, con una significativa inversione rispetto alloriginaria
matrice sabra dello Stato dIsraele - tutta protesa a valorizzare liconografia
di un idealtipo di ebreo facitore del proprio destino, attivo e pugnace, assai
poco proclive alla passività dettata dalle circostanze, molto legato
alla mitologizzazione dellidentità di matrice peri e post-biblica
che poco o nulla aveva a che spartire con limmagine fatalista dellabitante
dello Shtetl (tra le diverse opere si consiglia Yael Zerubavel, Recovered
Roots: Collective Memory and the Making of Israeli National Tradition, University
of Chicago Press, Chicago 1997). Se fino a quel momento le figure della deportazione
e dello sterminio avevano trovato scarsa o nulla cittadinanza poiché
percepite come contraddittorie rispetto alla costituenda identità nazionale
israeliana ora le cose cambiano. Lessere stati soccombenti dinanzi alla
violenza nazista non è più considerata una vergogna (per un
quadro in tal senso, sia pure mediato in forma di romanzo, lopera di
David Grossman, Vedi alla voce amore, Mondadori, più edizioni).
Parallelamente altri eventi iniziano ad occupare la scena di quei formidabili
anni, esprimendo una significatività che eccede la sfera politica,
allinterno della quale essi si verificano: è il caso della cosiddetta
rivoluzione culturale che, a partire dalle università,
si estende ai costumi e agli atteggiamenti di tutte le società occidentali.
Ne parla diffusamente Peter Novick nel suo argomentato The Holocaust in American
Life (Houghton Mifflin Company, Boston-New York 1999 ora editato in paperback
con il titolo di The Holocaust and the Collective Memory) laddove mette sagacemente
in rilievo il ribaltamento di paradigma culturale ed epistemologico che si
generò durante quel tornante allinterno del discorso storiografico
e, più in generale, nella determinazione delle identità collettive,
nazionali e sociali: dallegemonia delle figure del vincitore e delleroe,
attraverso successivi slittamenti cognitivi e semantici, si approda alla centralità
dellarchetipo della vittima. Se si vuole, è un passaggio epocale,
una transizione i cui effetti perdurano a tuttoggi. Lo sviluppo del
movimento per i diritti civili, la guerra in Vietnam, più in generale
i mutamenti socioeconomici del complesso melting pot statunitense sono allorigine
di questo cambiamento che si riflette, autoconsolidandosi, sulle culture comunitarie
di tutto loccidente. Se fino alla metà degli anni sessanta era
il concetto stesso di integrazione a presupporre un egualitarismo
fondato sulla soppressione delle differenze, tanto più se fondate sulla
base di un percorso di mera vittimizzazione, ora la cittadinanza viene riformulata
sulla scorta di una nuova individualizzazione che presuppone due componenti:
laffiliazione ad un gruppo etnico e culturale capace di radicarsi allinterno
dei processi politici (comunitarismo) e lautorappresentazione in termini
di vittima, ovverosia di soggetto portatore di diritti di gruppo e
non societari - identificabili nel momento della loro lesione e non altrimenti.
E impossibile dare conto in queste poche righe della complessità
e della stratificazione dei percorsi che hanno portato a tali esiti (e nel
dire ciò si rimanda allo stimolante testo di Pierre Rosanvallon, La
nuova questione sociale, Edizioni Lavoro, Roma 1997). Il ricorso alla Shoah
o, per meglio dire, allOlocausto, inteso come narrazione del proprio
sé collettivo nei termini di un complesso identitario rigorosamente
strutturato, al limite della musealizzazione (Harold Kaplan, Conscience and
Memory: Meditations in a Museum of the Holocaust, Univerity of Chicago Press,
Chicago 1994 ma anche le riflessioni dellitaliano Enzo Traverso in Gli
ebrei e la Germania. Auschwitz e la simbiosi ebraico-tedesca, il Mulino, Bologna
1994 e sempre nel suo La singolarità storica di Auschwitz in www.viaggidi
erodoto.com), sulla memoria del dolore di cui si è stati destinatari
o di cui ci si reputa titolari - diventa una risorsa strategica per
le comunità ebraiche statunitensi così come per lo stesso Israele
nel momento in cui devono fare fronte alle stringenti esigenze della politica,
accedere allarena dei beni pubblici e capitalizzare il proprio ruolo
in quanto soggetti della contrattazione collettiva (così, tra gli altri,
Hilene Flanzbaum, The Americanization of the Holocaust, John Hopkins Univerity
Press, 1999, Ronald J. Berger, Constructing a Collective Memory of the Holocaust,
Colorado University Press, 1995 ed in forma molto più banalizzata e
discutibile il pamphlet di Norman Finkenstein, The Holocaust Industry, Verso,
London 2000).
Il sistema massmediale recepisce e riproduce questo percorso il cui esito
più significativo è quel politically correct che rappresenta
una filosofia dei rapporti umani fondata sulla separazione tra comunità,
oggi molto in voga in una paese come gli Stati Uniti, incapace di fare fronte
a politiche pubbliche di redistribuzione delle risorse fondate su criteri
di equità sociale e quindi obbligato ad interagire con i frammenti
di un puzzle sempre più complesso e segmentato. Così, alla storia
collettiva si situisce la memoria comunitaria. Il serial televisivo Holocaust
del 1978 sancisce la costituenda egemonia nel discorso pubblico di una certa
rappresentazione della Shoah e quindi dellebreo. Oggetto di polemiche
e di autorevoli e motivati anatemi primo tra tutti quello di Elie Wiesel
esso tuttavia capitalizza il dolore privato delle vittime della deportazione
trasponendolo sul piano di una fiction costruita per incontrare la sensibilità
del grande pubblico americano (si veda Jeffrey Shandler, While America Watches:
Televising the Holocaust, Oxford Univerity Press, Oxford 1999 ed anche Dominique
Mehl, La télevision de lintimité, Seuil, Paris 1996).
E un grande esempio di quella televisione dellintimità
che negli anni successivi prenderà piede in tutto loccidente.
In essa, alla spettacolarizzazione del dolore si coniuga una potente privatizzazione
dei sentimenti, congruente ad una società incapace di elaborare collettivamente
i problemi legati alle angosce collettive che lattanagliano (Luc Boltanski,
Lo spettacolo del dolore, Cortina, Milano 2000).
Così, un poco alla volta, il cerchio si chiude. A conclusione di queste
scarne riflessioni, vale la pena richiamare quanto scriveva Richard Marienstras
(Diasporiques n°1, primo trimestre 1997) riguardo ad Adam Czerniakow,
il presidente suicida dello Judenrat del ghetto di Varsavia, i cui diari paiono
essere un po lo specchio della vicenda sterminazionista nella accezione
che sottointendiamo conferire ad essa: cè in essi una strana
modernità che deriva dal fatto che gli sforzi falliti,
che egli evoca, si accordano necessariamente e misteriosamente con il nostro
mondo privo di finalità, nel quale nulla può riuscire poiché
non ci sono scopi da raggiungere. Tutto si conclude in uno scacco, anche quando,
illudendoci, crediamo di aver raggiunto la meta di uno sforzo, di un viaggio
o di unimpresa.
Claudio Vercelli
ricercatore Istituto Studi Storici Salvemini di Torino
NB Una versione ridotta di questo articolo è stata consegnata a Laicità,
periodico del Comitato per la laicità nella scuola.