Non
è esercizio facile e scontato il comparare due testi sostanzialmente
eterogenei e distinti, redatti, plausibilmente, con intendimenti diversi, in
tempi non coincidenti e di levatura differente. Ci riferiamo al volumetto di
Norman Finkelstein
The Holocaust Industry: Reflections on the Exploitation
of Jewish Suffering, Verso Books, New York-London, 2000 (originariamente
previsto in Italia per i tipi della Rizzoli ma non ancora editato) e lopera,
più corposa e meditata di Daniel Goldhagen
Hitlers Willing Executioners.
Ordinary Germans and the Holocaust, Knopf, 1996 (tradotto da Mondadori lanno
successivo alla sua prima edizione in lingua inglese con il titolo I volenterosi
carnefici di Hitler).
Se il riconoscimento delle diversità tra i due libri è un obbligo,
al quale adempiere almeno in esordio, tuttavia, alcune analogie sono in essi
richiamate, fosse non altro per il fatto che costituiscono o hanno costituito
oggetto di intense discussioni, animate - a tratti animose se non al limite
della faziosità. Sulla scorta della loro lettura e sulla base dei commenti
che si sono articolati nel corso della discussione, due opposti partiti, il
primo di fautori, il secondo di oppositori, si sono espressi nelluno come
nellaltro caso. Non si è trattato di un esercizio scontato poiché
le vivaci e appassionate polemiche che hanno accompagnato la diffusione dei
due testi ne hanno decretato anche una discreta fortuna editoriale. Con la ragguardevole
differenza che mentre Finkelstein è stato deliberatamente e volutamente
trascurato - se non interdetto - dal consesso accademico, che ne ha rubricato
la natura e i contenuti a libello di scarsa qualità e di tendenziosità
insopportabile, Goldhagen ha animato una querelle che è ancora lungi
dallessersi esaurita e i cui echi sono ben presenti nelle pubblicazioni
universitarie, oltrechè su quelle non strettamente specialistiche.
Altro elemento comune, da non sottovalutare, è che la risonanza delle
due pubblicazioni è stata tale da far sì che la loro notorietà
superasse i vincoli e gli steccati della discussione tra specialisti, per approdare
sulle sponde del pubblico dibattito, in ciò agevolati dal traino massmediale
al quale gli editori non sono mai indifferenti, così come, probabilmente,
gli autori stessi. Entrambi, va detto a tal riguardo, solleciti a quelli che
sono i richiami di una certa ribalta pubblica. Narcisista Finkelstein, inserito
nel solco di quella critica radicale che in America trova in una figura del
calibro di Noam Chomsky il mentore e guru di maggior spicco; più paludato
Goldhagen, maggiormente conforme a quelli che sono i crismi di certo galateo
professionale ma senzaltro sensibile alla trama del dibattito pubblico
del quale rivela di saper cogliere sfumature e aspettative, anche in forma di
ritorni massmediali.
Il primo libro,
The Holocaust Industry, si presta, nei contenuti come
nelle forme, ad un approccio senza sfumature né attenuanti: irritante,
al limite della sgradevolezza, è un pamphlet a tesi, estraneo alla ricerca
storica e alla riflessione storiografica in senso stretto, molto calato, invece,
nel ruolo di strumento di polemica. Inevitabile, pertanto, che intorno ad esso
si siano costituiti quei due partiti, dei sostenitori e dei detrattori, dei
quali andavamo parlando in esordio. La natura di libello, nella mole ridotta,
nei toni battaglieri e tranchant come nellimpostazione scarsamente interlocutoria
e fortemente avversativa, lo eleggono ad oggetto damore o, alternativamente,
dodio.
Finkelstein non conosce le vie di mezzo né le cerca. Non media, aggredisce.
Ne trae godimento, peraltro, in consonanza con la sua indole iconoclastica.
Fautore della causa palestinese, alla quale già da tempo ha conferito
ed offerto più contributi intellettuali (si rammentino le sue opere precedenti
Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict, Verso 1995,
The
Rise and Fall of Palestine, University of Minnesota Press, 1996, oltreché
i contributi per il
Journal of Palestine Studies ma anche un precedente
volume sulla Shoah con Ruth Bettina Birn,
A Nation on Trial: The Goldhagen
Thesis and Historical Truth, Henry Holt 1998) insegna attualmente politologia
allHunter College della City University di New York.
Nel complesso si tratta di una figura abbastanza modesta, sia nel panorama editoriale
che in quello accademico, situandosi in quei Middle East Studies che, per la
loro intima natura, a volte invadono il campo di ricerca e riflessione di un
altro filone che negli Stati Uniti ha conosciuto una forte espansione in questi
ultimi venticinque-trentanni, i cosiddetti Holocaust Studies, ovvero quellarea
disciplinare che ha posto al centro della propria iniziativa culturale lo studio
della Shoah ma anche, più in generale, delle politiche genocidiarie.
I nessi di rilevanza e di attinenza sono ovviamente costituiti dallattenzione
per lo statuto dellebraismo nelle società contemporanee, inteso
come tradizione socioculturale dalla quale si dipartono molteplici aspetti della
modernità. La Shoah e il conflitto israelo-palestinese richiamano esplicitamente
una serie di giudizi su tale permanenza e sul ruolo degli ebrei nella storia
contemporanea. Giudizi, per la verità, assai complessi, non neutri né
tantomeno neutrali, poiché inevitabilmente si legano a cliché
semantici, a pregiudizi morali, a dissonanze cognitive che stratificano e saturano
tutta la complicata storia del passato di significati odierni spesso fraintendibili.
La tesi di fondo che Finkelstein sostiene non è di certo negazionista
ovvero volta a negare levidenza dei fatti bensì fortemente
orientata a mettere in discussione la comune percezione e il giudizio corrente
riguardo alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei durante loccupazione
nazista dellEuropa. Del quale, vale la pena di ripetere, nulla mette in
discussione, interessandosi delloggi e non dei trascorsi.
Quel che gli interessa è il denunciare - e a viva voce - quelli che a
suo dire sarebbero punti critici di una ricostruzione storica finalizzata non
ad onorare le vittime e a preservarne la memoria bensì a strumentalizzarne
il ricordo. Si avrà il modo di tornare, di qui a poco, sui passaggi fondamentali
della costruzione di questo autore. Per il momento sia sufficiente focalizzare
lattenzione su questultimo passaggio: la parola chiave in Finkelstein
è sfruttamento.
Il secondo testo ha una connotazione e una struttura diverse. Si pone nella
logica, infatti, delle grandi sintesi storico-culturali, cercando di identificare
matrici perduranti di un pregiudizio, quella antisemitico, che reputa connaturato
ai caratteri della cultura germanica e dei modi del divenire dello stato unitario
tedesco. I filoni sui quali articola la riflessione sono essenzialmente tre:
la riflessione sulla natura e sullo statuto di carnefice allinterno del
processo sterminazionista; le radici, la fenomenologia e le peculiarità
dellantisemitismo tedesco indagato come costante della cultura nazionale;
la specificità della società tedesca durante il Terzo Reich.
Quali sono dunque i tratti in comune? Perché hanno egemonizzato il dibattito
dal momento della loro uscita a distanza di quattro anni luno dallaltro
ad oggi?
Per rispondere in maniera inequivoca va subito detto che condividono un ulteriore
aspetto, oltre a quelli già menzionati, ovvero lattenzione, a tratti
spasmodica, verso le politiche pubbliche della memoria, la vocazione ad argomentare
sulle idee di Shoah che comunemente veicoliamo e adottiamo, nel linguaggio corrente
come nel dibattito in corso tra le discipline storiche e sociali. E a riflettere,
con tonalità e modi differenti, sugli usi che di esse facciamo.
Poiché entrambi gli autori sono pienamente consapevoli del fatto che
fare storia vuol dire concorrere a consolidare o a mettere in discussione equilibri
di ruoli e di potere, egemonie e subalternità. Sono due libri che si
soffermano, quindi, pur con inclinazioni differenti, su angoli visuali similari.
Il focus, per entrambi, è dato dalla comprensione critica delle rappresentazioni
della tragedia. Ed entrambi radicalizzano la prospettiva interpretativa, senza
necessariamente alterare i fatti ma forzandone la disposizione rispetto al piano,
inclinato, dellanalisi.
[C.V. segue >>]