Il fondo Bachi è piccolo, comprende solo 11 documenti, ma è ricco
di storia; racconta in pochi fogli lo strazio di due vite travolte dalla barbarie
nazifascista; si tratta di Armando e Roberto Bachi.
Armando Bachi, nato a Verona nel 1883, scelse la carriera militare e nel 1900
divenne soldato volontario; era ebreo, quindi figlio di gente liberata, e perciò
conosceva più di altri il valore della libertà; forse anche il
suo sentimento patrio era particolarmente profondo, perché lâunità
d'Italia significò emancipazione totale per gli ebrei italiani.
Nel corso della carriera, Armando si guadagnò numerose ed importanti
decorazioni; il 9 settembre 1937 venne nominato generale di divisione, il 31
luglio 1938 gli venne conferito lâincarico di comandante della Divisione motorizzata
ăPoä. Pochi giorni dopo lâultima promozione, dopo una lunga serie di successi
e di riconoscimenti al suo coraggio e al suo valore, fu licenziato con un preavviso
di quattro giorni: era di ărazza ebraicaä.
Non sappiamo nulla di lui, ma non è difficile immaginare i sentimenti
che provò; furono gli stessi dei tanti ebrei che dovettero lasciare posti
sicuri nelle amministrazioni statali o interrompere attività più
o meno proficue perché ritenute pericolose per lo stato fascista.
Anche lui dovette allontanare il figlioletto da scuola e cercare di rendersi,
insieme alla famiglia, pressoché invisibile per non incappare in qualche
fascista troppo solerte. Si stabilì a Parma con la moglie ed il figlio.
Dopo lâ8 settembre 1943, resosi conto del pericolo, si nascose con la famiglia
in provincia di Parma, a Torrechiara, ospite di un amico, il colonnello Albertelli,
ma il 16 ottobre per un caso del tutto fortuito (i nazisti stavano cercando
il generale Roveda che non câera) venne sorpreso da una pattuglia nazista ed
arrestato insieme al figlio di 14 anni e allâamico ospite.
Portati a Salsomaggiore, al comando delle SS, venne scoperta lâidentità
ebraica sua e del figlio: il colonnello Albertelli venne rilasciato, Armando
e Roberto Bachi, invece, non fecero più ritorno a casa. Padre e figlio
furono portati a Milano e rinchiusi nel carcere di San Vittore dove subirono
percosse e sevizie che procurarono danni fisici al generale che dovette, perciò,
essere ricoverato allâospedale Niguarda.
La moglie, riuscita a sfuggire alle ricerche dei nazifascisti, travestita da
suora riuscì a far visita più volte al marito che, a sua volta,
avrebbe potuto fuggire col militare che lo piantonava e che si dichiarò
disposto a condurlo in Svizzera. Armando Bachi rifiutò per non abbandonare
il figlio ancora in carcere e poi tradotto ad Auschwitz, allâinsaputa dei familiari,
il 6 dicembre 1943.
Il generale Bachi, riportato in carcere, il 30 gennaio 1944 venne deportato
ad Auschwitz dove arrivò il 6 febbraio e dove subito venne selezionato
per la camera a gas. Aveva 60 anni.
Il figlio Roberto, sano e robusto, arrivò al campo di sterminio intorno
al 15 dicembre e venne inviato ad un campo di lavoro. Si sa che fu adibito allâinfermeria
e protetto affettuosamente da prigionieri-medici fino a quando, malato di tubercolosi,
durante una selezione fu decisa la sua sorte. Non si sa quando, ma ad un certo
punto nessuno ebbe più notizia di lui.
Queste brevi notizie, lasciate come memoria dai parenti negli anni successivi
alla guerra, sono state corrette da Liliana Picciotto Fargion che, nella sua
ricerca senza fine, ha scoperto invece che Armando e Roberto Bachi furono deportati
entrambi da Milano il 6 dicembre 1943 col convoglio n. 5 e che, allâarrivo ad
Auschwitz, lâ11 dicembre, Armando fu avviato alla morte.
[C.C. segue >>>]