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Il fondo "Bachi" all'ISSR di Parma: come si ricostruisce la storia - 3

Esame di alcuni documenti
Dei pochi documenti che compongono questo fondo, sei sono lettere, scritte da sopravvissuti, alla madre di Roberto e vedova di Armando o al di lei fratello. Câera la corsa affannosa, da parte di chi aveva visto sparire i parenti, ad avere notizie sicure; câera unâultima speranza a cui aggrapparsi, che in questo, come in innumerevoli altri casi, venne demolita dalle testimonianze dei sopravvissuti che svolsero un terribile compito: lasciare che lâattesa cedesse alla disperazione e al dolore senza fine. (Questo fu, fra lâaltro, uno dei gravi e pesanti fardelli che i reduci dai campi della morte hanno dovuto sopportare).

La prima lettera, datata 6 settembre 1945, è scritta da un medico italiano che narra allo zio di Roberto di aver visto il ragazzo e di aver parlato a lungo con lui. Egli scrive che il giovane, quasi sempre in ospedale perché ammalato, è stato molto aiutato dai medici, ma questo non ha impedito che un giorno fosse destinato ad altra sede e che di lui si siano perse le tracce. Si legge fra lâaltro: "Una sera, parlando come al solito con suo nipote, lo vidi depresso e molto pensieroso; mi disse più tardi che era stato messo in lista per essere trasferito in altro campo dopo la visita passatagli dal capo campo· Due sere dopo tornai come al solito per salutarlo ma più non lo vidi. Ho creduto quindi che egli sia partito come mi aveva detto·"
Altre lettere contenute nel fondo vengono dalla Francia e sono scritte in francese. Il 9 novembre 1945 un giovane studente sopravvissuto al campo di Monowitz (Auschwitz) scrive alla madre di Roberto e parla del tempo trascorso insieme nellâospedale del campo, dove Roberto era protetto dai medici francesi che dirigevano allora il reparto. Lo descrive come un ragazzo meraviglioso, molto allegro e pieno di coraggio. Scrive: "Lâultima volta che lo vidi usciva dallâospedale per qualche giorno, ma era paurosamente dimagrito, si era molto indebolito e non si reggeva più sulle gambe· Ho saputo tempo dopo che era stato trasportato con altri malati in un altro campo· Le chiedo perdono, signora, di darle una così tragica notizia, ma credo sia preferibile sapere qualcosa di certo piuttosto che vivere nellâangoscia".
Successivamente lo stesso giovane risponde ad una lettera della madre di Roberto e insiste sul fatto che, avendo Roberto nel campo trovato amici, simpatia e aiuto, non è stato tra i più sfortunati e aggiunge: "Anchâio ho perso mia madre, che è stata deportata nel 1943, e della quale non so più nulla. Sarei stato felice di sapere che durante la deportazione ha avuto della simpatia intorno a lei, che ha potuto parlare con unâamica·" Racconta poi di cosa parlassero e discutessero nei periodi vissuti insieme allâospedale. Da questa lettera si viene fra lâaltro a sapere che il ragazzo raccontava del periodo infelice passato da lui e dal padre nel carcere di Milano, ma non è scritto se sapesse del viaggio del padre ad Auschwitz e della sua morte.
Lâultimo documento che voglio citare è la lettera di uno dei medici che si prese cura di Roberto nellâospedale del campo di sterminio e che cercò di procrastinare, per quanto gli fu possibile, lâuscita dal campo, ovvero lâassassinio. Egli scrive fra le altre cose: "Io non penso che abbia sofferto molto. La malattia era dovuta semplicemente alla sottoalimentazione in rapporto al lavoro richiesto· Non posso che ripeterle che avevo molta simpatia per il suo adorato figliolo che era molto intelligente e a cui mi ero affezionato come se fosse un parente prossimo·"

Questi pochi documenti rimasti, da un carteggio che si può supporre in origine più corposo, ci lasciano comunque capire come fosse impossibile consolare una madre, consapevole che essere intelligente, simpatico, apprezzato e amato non aiutò suo figlio a salvarsi dagli aguzzini e che, anzi, forse prolungò le inenarrabili sofferenze di un ragazzo di 14 anni, il quale, nato in una normale famiglia italiana, allâetà di 9 anni viene giudicato inferiore, allontanato da scuola, isolato dal suo contesto sociale perché marchiato come ebreo.
Non si può dimenticare che, per quanto lâarresto sia stato fortuito, lâelenco degli ebrei italiani, censiti dal fascismo, non fu eliminato dal governo Badoglio dopo il 25 luglio 1943, e rimase quindi a disposizione di fascisti e nazisti durante la repubblica di Salò.
La tragica casualità dellâarresto dei Bachi è documentata anche da una lettera, archiviata in un fondo di cui intendo prossimamente dare notizia, scritta da un giovane parmigiano riparato in Svizzera ad un conoscente residente pure in Svizzera. Egli descrive gli ultimi avvenimenti di Parma, fra cui lâarresto del padre (morto poi a Mauthausen) e quello del generale Bachi e del figlio, arrestati da una compagnia di SS armate di mitragliatrici che avevano circondato la casa in cui erano rifugiati i Bachi alla ricerca di un militare badogliano.

Sono state sufficienti poche lettere per dare realtà e concretezza a due persone che hanno avuto un nome ed una storia e che fanno parte di quellâinfinita schiera di esseri umani la cui esistenza è stata completamente dimenticata, ignorata, e di cui anche il ricordo era stato quasi cancellato. Ritengo che anche a questi si dovrebbe pensare tutte le volte che una lettura riporta alla luce e dà corpo e concretezza a uno di questi sei milioni di scomparsi.

Chiudo con le parole che la Picciotto Fargion ha dedicato ad Armando e a Roberto Bachi; sono, come per tutti gli ebrei italiani citati dallâautrice, poche righe, spesso le uniche a testimoniare lâesistenza di un essere umano, e che nella loro essenzialità sono un tremendo atto dâaccusa: Bachi Armando, nato a Verona il 17.01.1883, figlio di Ottavio e Mariani Virginia, coniugato con Bassani Ines. Ultima residenza nota: Parma. Arrestato a Torrechiara (PR) il 17.10.1943 da tedeschi. Detenuto a Milano carcere. Deportato da Milano il 06.12.1943 ad Auschwitz. Ucciso allâarrivo ad Auschwitz lâ11.12.1943. Fonte1a, convoglio 05 Bachi Roberto, nato a Torino il 12.03.1929, figlio di Armando e Bassani Ines. Ultima residenza nota: Parma. Arrestato a Torrechiara (PR) il 17.10.1943 da tedeschi. Detenuto a Milano carcere. Deportato da Milano il 06.12.1943 ad Auschwitz. Matricola n. 167973. Deceduto ad Auschwitz in data ignota.

Carla Cavazzi
foto: Roberto Bachi
Roberto Bachi